Espulsione a vita per il piromane della Stampa
Il 46enne dovrà scontare tre anni e mezzo di carcere
Di Carlo Canonica
Dentro e fuori dal carcere per quasi tutta la sua vita. Al lungo curriculum di crimini commessi dal 46enne – giudicato ieri dalla Corte delle Assise criminali – composto di numerosi reati legati a furti, si aggiunge anche l’incendio intenzionale aggravato per le fiamme innescate nella sua cella al carcere della Stampa lo scorso agosto. Il francese, che nel 2024 era stato espulso dalla Svizzera per 20 anni da una Corte ginevrina, lo scorso maggio era stato fermato alla dogana di Gandria e incarcerato per violazione del bando. Durante la pena di tre mesi che stava scontando, ha appiccato il fuoco e successivamente distrutto altre due celle. La Corte presieduta da Amos Pagnamenta lo ha condannato a un trattamento ambulatoriale, a tre anni e mezzo di carcere da scontare e all’espulsione a vita dalla Svizzera.
Un incendio studiato e ‘in sicurezza’
In aula, il 46enne ha sostenuto di aver preso misure per evitare feriti: «Mi sono assicurato che il piano superiore non fosse occupato. Ho chiuso le serrature per evitare che il fumo uscisse e mi sono assicurato che la parete fosse di mattoni, così da impedire la propagazione del fuoco alle altre celle». Ha aggiunto di aver previsto che l’incendio sarebbe stato spento dall’esterno: «Di fronte c’era un cantiere e un tubo dell’acqua». Il suo piano, però, non è andato come sperava e gli agenti sono entrati dalla porta. Il fumo ha invaso l’intera ala, mettendo in pericolo 23 persone; tre di loro sono poi state ricoverate in ospedale. «Era un fatto che volevo evitare. Ho agito in sicurezza», ha dichiarato, sostenendo che il gesto sarebbe maturato in un contesto di stress, aggravato dalla morte del padre e dalle tensioni con il personale carcerario. Per la procuratrice pubblica Veronica Lipari, il gesto è da considerarsi di estrema gravità. «Sostiene di aver studiato il diritto svizzero e di sentirsi leso nei suoi diritti fondamentali. Tuttavia, quando non viene ascoltato, passa all’azione e distrugge tutto». Secondo la perizia psichiatrica, questo comportamento è riconducibile anche al suo disturbo delirante e alle turbe psichiche di cui soffre. Per la pp, il gesto «è stato pericoloso, perché l’imputato sa bene che da una sezione del carcere non è possibile fuggire autonomamente. Poteva andare anche peggio». Oltre ai fatti in questione, nei confronti del condannato è pendente un altro procedimento penale per il presunto danneggiamento di altre due celle di contenimento. Anche per questo motivo, secondo la pp, il carcere risulta poco efficace e «l’uomo dovrebbe essere contenuto in una struttura psichiatrica» e ha proposto la pena poi accolta dalla Corte, ricordando che «una volta uscito dal carcere verrà scortato in Francia, dove è atteso in quanto accusato di aver dato fuoco a un appartamento».
Per l’avvocato Pascal Cattaneo, invece, il gesto del suo assistito avrebbe dovuto essere qualificato come incendio intenzionale semplice: «Non c’è stato un pericolo imminente e le tre persone finite in ospedale si sono messe da sole in pericolo, agendo come pompieri. Il 46enne ha cercato di ridurre i rischi e ha agito esclusivamente per protesta». Cattaneo, che ha chiesto una pena massima di due anni, ha sottolineato come la Corte avrebbe dovuto tenere conto «dell’ammissione dei fatti, della sua profonda instabilità sin dall’infanzia e della difficile detenzione vissuta, anche alla luce del decesso del padre». La Corte ha invece sposato la tesi della pubblica accusa, ritenendo la colpa grave: «Ha agito per un motivo non giustificabile. Pesano i suoi precedenti e le numerose condanne: nonostante i molti anni trascorsi in carcere, non ne ha tratto alcun insegnamento».
LUGANESE / MENDRISIOTTO
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2026-01-17T08:00:00.0000000Z
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