laRegione

‘Arrivato a Istanbul l’aspettava la polizia’

Dopo l’espatrio forzato di tre dei cinque membri della famiglia curda di Riazzino, il padre è stato immediatamente fermato e interrogato

Di Davide Martinoni

Come volevasi dimostrare: al rientro (scortato) in Turchia, il curdo Yahya Pokerce è stato preso in consegna dalla polizia locale. È successo già in aeroporto, al controllo passaporti, dove gli agenti di guardia non potevano non notare che l’uomo risultava ricercato per un supposto reato di opinione commesso quasi 5 anni fa commentando su Facebook una vignetta sul presidente Erdogan: era il motivo per cui, dopo una citazione in tribunale che gli sarebbe costata il carcere, l’uomo era fuggito con la famiglia per riparare in Svizzera in cerca di asilo. Richiesta che le autorità federali elvetiche hanno negato a lui e alla sua famiglia (la moglie Muhterem, i figli maggiori Zelal e Yekta e il figlioletto 12enne Azad) con un ordine di espulsione emesso a fine 2024 e reso operativo mercoledì mattina.

Dell’azione in forze della Polcantonale, Sezione rimpatri, abbiamo scritto sull’edizione di ieri: una decina di agenti in totale, intervento lampo alle 7.20, messa in stato di fermo di mamma e papà (che si sono rifiutati di firmarlo), poi visita alla Scuola speciale di Lodrino per prelevare Azad (che soffre di un disturbo dello spettro autistico) e via tutti in direzione Zurigo, dove nel pomeriggio è partito un volo diretto per Istanbul, abbondantemente scortato.

Intanto in Ticino, nel loro appartamento a Riazzino,

sono potuti rimanere i due figli maggiori Zelal, 21 anni, e Yekta, 20, le cui procedure erano state provvidenzialmente separate da quelle degli altri membri della famiglia per scelta dell’avvocata Immacolata Iglio Rezzonico.

Ridotti allo stato di “senza statuto”, ma forti di eccellenti percorsi di integrazione sociale, scolastica e lavorativa (fino allo stop a ogni attività imposto a ottobre, con toni intimidatori, dall’Ufficio della migrazione) i due ragazzi sono attualmente in attesa di un preavviso che potremmo definire “esistenziale” da parte del Consiglio di Stato. Si tratta di una posizione del governo sul ricorso che l’avvocata ha interposto contro una prima decisione negativa dell’Ufficio della migrazione sull’istanza come “casi di rigore” per il riconoscimento di due permessi B per integrazione. Un “via libera” del Consiglio di Stato non sarebbe vincolante, ma traccerebbe la strada maestra per l’Ufficio della migrazione in Ticino e per la Segreteria di Stato per la migrazione (Sem) a Berna, che decide in ultima istanza. Quanto sia cruciale il parere del Consiglio di Stato lo ha confermato mercoledì a “laRegione” il portavoce della Sem.

Rilasciato ma ‘sotto sorveglianza’

Ma torniamo a Istanbul. Dopo essere stato fermato in aeroporto, Yahya Pokerce è stato privato del telefono e preso in consegna dall’Immigrazione, che con ogni evidenza aveva due cose da dirgli. La prima notte il 53enne l’ha dovuta passare nel posto di polizia dell’aeroporto, lasciando quindi da soli la moglie e il figlioletto, spaventati dal viaggio e dalle prospettive di doversi rituffare in una realtà che non riconoscono più. Ieri, giovedì, Yahya è stato trasferito in un altro posto di polizia, dove è stato interrogato senza la presenza del suo avvocato. Infine, è stato rilasciato, con la dicitura “sotto sorveglianza” e ha potuto raggiungere i congiunti, presi nel frattempo in carico dal fratello della moglie. Cosa determini lo stato di sorveglianza cui è sottoposto Pokerce, Iglio Rezzonico si dice curiosa di saperlo. Cercherà di capirlo con l’aiuto dell’avvocato dell’uomo, con cui è in contatto.

‘Mamma è triste, Azad non voleva partire’

«Sono riuscita a parlare con mamma – ci ha detto Zelal –. È molto triste, ma almeno papà a Istanbul è seguito da un avvocato (oltre che da Iglio Rezzonico dal Ticino, ndr). Di quello che succederà da adesso in avanti però non si sa nulla. Siamo molto preoccupati». Mercoledì, lasciato il Ticino, la carovana dell’espatrio (i tre Pokerce più 6-7 poliziotti) ha dunque raggiunto l’aeroporto di Zurigo-Kloten: «Da quanto mi ha raccontato mia mamma, Azad diceva ai poliziotti che non voleva tornare in Turchia, che voleva rimanere in Svizzera. E chiedeva perché Yekta e io non fossimo con loro». Va anche ricordato che mamma e bambino si ritrovano a Istanbul senza un alloggio garantito, senza alcuna fonte di reddito e naturalmente privi di qualsiasi sostegno specifico per Azad, che stando ai medici svizzeri ha bisogno di “ergoterapia, scuole speciali con progetto pedagogico individualizzato, terapie mirate a sostenere e facilitare la comunicazione socio-pragmatica, il linguaggio, aumentare e sostenere l’interazione sociale, lo scambio comunicativo, il gioco e l’apprendimento”.

LOCARNO E VALLI

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2026-05-08T07:00:00.0000000Z

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