Monti in preda alla sete, il conto della siccità
Il fabbisogno d’acqua da parte delle strutture turistico-ricettive in estate sarà una delle sfide future. C’è chi si prepara a rispondere alle criticità
Di David Leoni
Montagne senz’acqua. Non sono solo le località di pianura a dover fare i conti con la siccità. Anche in quota, monti e alpeggi, piccoli o grandi che siano, si trovano a dover fare i conti con rubinetti che ormai gocciolano. Le sorgenti sono in secca, i pascoli sono ormai ingialliti, molti cascinali che solitamente in questa stagione sono occupati ora sono desolatamente vuoti. La situazione idrica a dir poco delicata e deficitaria crea criticità anche ad alte quote. Diverse capanne alpine stanno facendo capo alle ultime risorse sorgive disponibili, ci conferma Giorgio Matasci, presidente della Federazione alpinistica ticinese e della Società escursionistica verzaschese.
Offerta di posti letto ridotta
Nel quadro a tinte nere che ci fornisce, spiccano alcuni rifugi a corto d’acqua della sua valle, la Verzasca: “Due nostre capanne in particolare, la Efra e la Cornavosa, sono quasi senz’acqua e anche la Capanna Barone non è messa meglio. Non dispongo di un quadro completo della situazione, ma dubito che altre realtà siano messe bene. Abbiamo giocoforza ridotto il grado di occupazione limitando il numero dei posti letto, chiuso docce e fontane all’esterno delle baite. L’acqua dei rifugi viene impiegata unicamente per la cucina e i servizi igienici. Ma se andiamo avanti così, temo che presto dovremo chiudere al pubblico le prime capanne”.
Vi è poi un altro problema col quale le società escursionistiche e alpinistiche sono confrontate: quello degli improvvisi franamenti. “Complici le temperature eccezionali di questi mesi anche in quota, si scioglie il permafrost e aumentano i crolli di roccia. I sentieri che attraversano soprattutto i crinali sono dunque esposti al rischio di possibili piccoli franamenti. Siamo già dovuti intervenire a più riprese per mettere in sicurezza tratti di percorsi”. Giorgio Matasci, che sulle montagne ha trascorso gran parte della sua vita, non ricorda una situazione così critica come l’attuale: “A confronto l’estate del 2003, già difficile, è poca cosa. Portare acqua in quota con gli elicotteri non ha senso. Chi ama la montagna deve capire che facciamo il possibile per assicurare i nostri servizi nei rifugi. Sono sacrifici quotidiani. Purtroppo senza acqua non potremo continuare ancora a lungo. Spiace per chi ha già riservato anzitempo, capisco le lamentele però sono condizioni davvero critiche” – conclude il presidente della Fat/Sev.
Acquedotti vecchi, problema che si trascina
Anche nelle Centovalli, sul monte Comino, località di villeggiatura turistica molto apprezzata, la situazione resta difficile, come ci chiarisce un proprietario di cascinali: “Il problema della scarsità d’acqua a Comino è noto da tempo. Nei primi anni Novanta, il Comune ha realizzato l’attuale acquedotto. La portata d’acqua non è sufficiente al fabbisogno dei circa 100 rustici abitati della località durante la bella stagione e anche l’apporto delle sorgenti non basta perché i consumi sono elevati. Ricordo che abbiamo anche un ristorante e un agriturismo attivi sul monte. In aggiunta, le sorgenti di captazione sono poste nell’oviga, quindi devono fare i conti anche con le basse temperature invernali e la formazione di ghiaccio. Da dicembre a maggio, non portano praticamente acqua all’utenza. Il caldo torrido di questa estate ha anticipato e aggravato la situazione, perché già dai primi di luglio le risorse idriche scarseggiavano”. A sto punto, cosa fare? “Molti hanno rinunciato o interrotto la permanenza, la consueta Festa di Comino è stata – per ora – posticipata. L’unica soluzione è legata a un accordo col Comune per il potenziamento dell’acquedotto. Dopotutto paghiamo la tassa di allacciamento ma non ci è garantita l’acqua che per una parte dell’anno. Servono però risorse economiche per questi lavori di potenziamento che il Comune, purtroppo, non ha a disposizione...”
Quel laghetto panacea di tutti i mali
Il problema dell’acqua, come detto, non riguarda solo cascinali e rifugi alpini, bensì anche i centri turistici in quota, come è il caso per Bosco Gurin, dove resistenze (traducibili in... opposizioni burocratiche) hanno rallentato l’iter per la costruzione del laghetto artificiale a 2’000 metri di quota. Bacino voluto dal proprietario degli impianti di risalita, Giovanni Frapolli, in primo luogo per poter disporre, in inverno, dell’acqua necessaria al funzionamento dei cannoni da neve. Tutto questo rientra nella politica cantonale di destagionalizzazione delle stazioni invernali. Una grande pozza da circa 15mila metri cubi che al tempo stesso fungerà da riserva d’acqua per la lotta agli incendi boschivi e consentirà agli alpigiani della zona di disporre dell’acqua di riserva per il bestiame in caso di bisogno. «Se oggi lo avessimo a disposizione, tutto sarebbe più facile – commenta Giovanni Frapolli –. Avremmo potuto distribuire l’acqua laddove necessario, invece di doverla pompare dal paese a caro prezzo. Anche su questo tema, col nuovo impianto solare (ostacolato dai soliti noti) in fase di costruzione, sarà possibile ridurre i prezzi del pompaggio e, più in generale, dell’offerta della stazione. Purtroppo la continua presenza di ostacoli burocratici non ha reso possibile la sua edificazione. E qui una riflessione s’impone: stiamo parlando di un piccolo laghetto e non di una costruzione impattante per l’ambiente e l’ecosistema come può esserlo un qualsivoglia obbrobrio. Non stiamo certo snaturando il paesaggio. Non è nemmeno un’opera sacrificata alle vili pretese del business dello sci. Queste resistenze nascono da ragioni incomprensibili. I nostri vecchi raccoglievano l’acqua piovana dai tetti tramite grondaie e pluviali, convogliandola in grandi cisterne di pietra o muratura interrate. Noi sfruttiamo lo stesso principio, dopotutto. Per l’economia della montagna tutta, i bacini di accumulo rappresentano una garanzia per il futuro. La natura cambia e noi cerchiamo di mantenere in vita le attività dell’uomo. È chiaro che ha una connotazione utilistica, ma rappresenta un aiuto e una garanzia per chi vive e lavora quassù. Bosco Gurin dispone di un acquedotto realizzato negli anni 2000. La rapida evoluzione a livello di insediamenti (e quindi di fabbisogno) oggi rende necessario un suo potenziamento. L’utenza paga le tasse di allacciamento ma l’acqua – complici anche gli ultimi inverni poveri di neve – scarseggia. È quindi giunto il momento di riflettere sul da farsi e di essere un tantino visionari, in senso positivo. Se vogliamo delle garanzie, dobbiamo eliminare tutti quegli ostacoli insormontabili lavorando con lungimiranza». Resta il fatto che anche per quest’inverno Bosco Gurin non potrà beneficiare di questo piccolo bacino. «Speriamo che con l’aiuto della politica e il sostegno dei Comuni valmaggesi e locarnesi in generale si possa portare a termine il progetto l’anno prossimo. Confido che possa esserci una svolta positiva per il bene del territorio».
LOCARNO E VALLI
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2026-08-14T07:00:00.0000000Z
2026-08-14T07:00:00.0000000Z
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