Confiscati quattro milioni di euro a un imprenditore
I fondi passeranno da banche luganesi all’Italia
Di Carlo Canonica
Danni finanziari di oltre 100 milioni di euro e denaro custodito nelle banche luganesi. Parte da un fallimento dichiarato nel 1996 una vicenda giudiziaria che, a trent’anni di distanza, arriva alla confisca di quattro milioni di euro depositati in Svizzera. A ricostruirla sono due recenti sentenze della Corte dei reclami penali del Tribunale penale federale (Tpf), che confermano – respingendo il ricorso del ricorrente – la consegna all’Italia dei fondi sequestrati nell’ambito di una procedura di prevenzione patrimoniale e di assistenza giudiziaria internazionale.
Società fittizie e subappalti
Secondo le autorità italiane, un imprenditore attivo nel settore dei servizi, in particolare in quelli di pulizia, avrebbe messo in piedi nel tempo un articolato sistema societario basato sulla creazione seriale di imprese. Dopo il primo fallimento degli anni Novanta, l’attività sarebbe proseguita attraverso una rete di altre società, spesso intestate ad altri, utilizzate per ottenere appalti pubblici, drenare liquidità e poi essere rapidamente svuotate, lasciando dietro di sé debiti fiscali e contributivi: “I consorzi degli indagati, dopo essersi aggiudicati gli appalti, avrebbero subappaltato il lavoro a società di servizi che, ufficialmente, non risultavano essere collegate fra loro. Queste ultime sarebbero quindi state svuotate di tutti i guadagni attraverso appropriazioni indebite, finanziamenti o giri bancari. Tali società avrebbero avuto una vita breve e sarebbero state intestate a prestanomi, che sarebbero stati avvicinati dal ricorrente che, in cambio di una firma, li avrebbe ricompensati”, viene spiegato nella sentenza.
I giudici descrivono un meccanismo “ripetuto, meditato, pianificato e caratterizzato da prolungate condotte illecite”, fondato su truffe, bancarotte fraudolente, frodi fiscali e riciclaggio, che avrebbe consentito all’interessato di accumulare un patrimonio ingente, in “evidente sproporzione rispetto ai redditi leciti generati”. Il danno complessivo causato da questo sistema è stato stimato dalle autorità italiane in oltre 100 milioni di euro, tra mancati versamenti fiscali, debiti contributivi e passivi lasciati dalle società fallite.
Reati prescritti in Italia
Il Tribunale di Roma nel 2014 ha affermato di “aver proceduto al sequestro di tutti i beni riferibili al ricorrente. Un patrimonio di enorme vastità, costituito da 102 società e aziende, enti o soggetti giuridici di varia natura, centinaia di immobili, beni mobili registrati (comprese imbarcazioni) e liquidità in varia forma”. Tuttavia, il procedimento penale italiano si è concluso nel 2021 senza una condanna, a causa della prescrizione dei reati – appropriazione indebita, bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, associazione per delinquere, frode fiscale, truffa aggravata in danno di enti pubblici e riciclaggio –, ma non con un’assoluzione nel merito. Un elemento che, secondo il Tpf, “non impedisce l’esecuzione della confisca”. La misura si fonda infatti su una “procedura di prevenzione patrimoniale”, che prescinde dall’esito del procedimento penale e si basa sulla “pericolosità sociale” dell’interessato e sulla “sproporzione tra redditi leciti e patrimonio accumulato”.
Una parte di questi proventi sarebbe stata infatti trasferita in Svizzera. Ed è qui che entra in scena Lugano: tra i beni oggetto della richiesta di assistenza giudiziaria figurano conti bancari aperti in istituti di credito luganesi, intestati a una società del Costa Rica sciolta nel 2017 ma riconducibile all’interessato, in quanto “il ricorrente risulta essere il solo detentore dei certificati azionari della società in questione”. Su queste relazioni sono confluiti circa tre milioni di euro.
Un secondo procedimento
A questa decisione se ne aggiunge un’altra pronunciata sempre dal Tpf, relativa a un’ulteriore relazione bancaria aperta a Lugano e riconducibile allo stesso contesto. In questo secondo procedimento, le autorità svizzere hanno confermato la confisca di oltre un milione di euro, ribadendo anche in questo caso che la prescrizione dei reati non impedisce l’applicazione delle misure di prevenzione patrimoniale. L’imprenditore, nei giorni seguenti a queste decisioni e secondo i termini di legge, ha presentato ricorso al Tribunale federale, ma la sua richiesta è stata ritenuta “inammissibile”.
LUGANESE / MENDRISIOTTO
it-ch
2026-01-07T08:00:00.0000000Z
2026-01-07T08:00:00.0000000Z
https://epaper.laregione.ch/article/281655376450178
Regiopress SA