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Il Lis taglia il salario al personale malato

Dal prossimo 1° gennaio entrerà in vigore la controversa misura voluta per contrastare l’assenteismo, che è stata votata dal Consiglio comunale

Di Alfonso Reggiani

Ti ammali? Ti versiamo l’80% della paga per le prime tre giornate di malattia e che non capiti più di tre volte all’anno. Invece, se l’indisposizione ti obbliga a restare a casa più a lungo, tra il 15esimo e il 60esimo giorno ti paghiamo il 90% del salario, prima di tornare al regime ordinario. Queste penalizzazioni verranno subite dal prossimo 1° di gennaio dai dipendenti del Lis, l’ente autonomo di diritto comunale per la gestione delle attività degli Istituti sociali comunali. La revisione del Regolamento organico delle collaboratrici e dei collaboratori dell’Ente Lugano istituti sociali (Rocis) comprende l’articolo 71, che regola la gestione delle assenze per malattia, ed è stata votata dal Consiglio comunale nella seduta dello scorso mese di marzo con 43 voti favorevoli, 5 contrari, 4 astenuti. Difficile che si possa rinunciare.

Contro le assenze di breve durata

È stato detto in seduta e scritto nel messaggio e nel rapporto della Commissione delle petizioni, che la misura “mira a ridurre l’assenteismo di breve durata e a responsabilizzare i collaboratori. Si tratta di malattie non professionali, cioè non riconducibili alla pratica lavorativa. La riduzione del salario è da intendersi solo per le giornate di effettiva assenza”. Una penalizzazione di chi si ammala? Neanche per sogno. Il provvedimento introduce “un meccanismo di responsabilizzazione senza compromettere la tutela dei collaboratori, soprattutto nei casi di malattia di media e lunga durata. Nel loro insieme, le modifiche rafforzano l’attrattività dell’Ente Lis come datore di lavoro, contribuendo a limitare il turnover, a contrastare l’assenteismo di breve durata e a garantire la continuità e la qualità delle prestazioni offerte alla popolazione”, si legge nel messaggio del Municipio che è stato approvato da un’ampia maggioranza del Legislativo.

Il rischio? Al lavoro da malati

Da un altro punto di vista, la penalizzazione a livello di busta paga dei dipendenti che si ammalano risulta inappropriata e ingiusta. Potrebbe perfino generare un effetto contrario all’obiettivo desiderato, ossia di ridurre l’assenteismo. Rischia di spingere i dipendenti a presentarsi al lavoro anche quando dovrebbero restare a casa in malattia. Avrebbe più senso individuare ed esaminare le cause reali delle assenze e intervenire con misure mirate, anziché penalizzare economicamente il personale operativo, che sovente è quello con un minore margine finanziario. D’altra parte, non esistono nemmeno studi che dimostrano l’efficacia delle modifiche votate. Il contrario dell’assenteismo, il fenomeno definito presentismo (o presenzialismo) ovvero lavorare nonostante la malattia, in ambito sociosanitario può esporre pazienti fragili al contagio o comunque a compromettere la qualità dell’assistenza e della prestazione fornita. Peraltro, suscita preoccupazione il fatto che la nuova disposizione arrivi da un istituto sociale, che predica “L’aiuto, la solidarietà e l’assistenza” e che dovrebbe essere sensibile alla fragilità delle persone e dare l’esempio nella tutela della salute, sia dei propri collaboratori sia degli utenti. Chi ogni giorno si prende cura degli altri merita condizioni di lavoro che favoriscano la salute e la sicurezza, non incentivi economici a lavorare quando non si è in condizioni di farlo.

Riduzione contestata dal sindacato

La critica di tale provvedimento giunge anche dal consigliere comunale Edoardo Cappelletti che ha votato contro tale misura: «Come sindacato Vpod contestiamo simili riduzioni dello stipendio in caso di malattia, siccome scaricano indiscriminatamente sul personale le conseguenze delle assenze per motivi di salute. Colpire le assenze brevi e quelle di durata intermedia significa in questo caso indebolire le coperture in caso di malattia non professionale, che dovrebbero garantire effettivamente la continuità salariale e le esigenze di cura del dipendente». Quali potrebbero essere le conseguenze? «Il rischio concreto è infatti di spingere i dipendenti a presentarsi al lavoro anche durante l’inabilità, al solo scopo di evitare una decurtazione salariale. Da una parte, ciò può compromettere la salute e i margini di recupero della persona. Dall’altra, soprattutto nelle strutture sociosanitarie, gli utenti potrebbero vedersi maggiormente esposti a un contagio», risponde il consigliere comunale. Non solo. «Anche il meccanismo deciso appare problematico, perché fa dipendere le trattenute dal numero e dalla durata delle assenze, indipendentemente dalle singole situazioni. Stando alle segnalazioni ricevute dal sindacato, attualmente per il personale non è oltretutto facile comprendere quando, quanto e perché determinate assenze vengono penalizzate».

‘Riteniamo occorra fare marcia indietro’

Quale procedura sarebbe stata opportuna? «Prima di sollecitare un cambiamento, l’Ente avrebbe dovuto consultare i rappresentanti del personale per valutare come gestire le assenze. Il confronto avrebbe dovuto riguardare in particolare la prevenzione e i carichi di lavoro, nell’ottica di individuare interventi e soluzioni volti ad affrontarne in primis le cause. Considerate anche le rimostranze espresse, riteniamo occorra fare marcia indietro su una misura che colpisce tutti indistintamente e sta creando malessere. In questo senso, andrebbe perlomeno ripristinato il diritto al salario pieno nella prima parte della malattia per tutelare il personale ma anche l’utenza. L’obiettivo delle modifiche proposte è quello di allineare maggiormente il Lis a regole che valgono nel settore sociosanitario e contemporaneamente di risolvere situazioni di potenziale conflitto tra regolamentazioni differenti, penso in particolare alla questione del carovita».

LUGANESE / MENDRISIOTTO

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2026-11-02T07:00:00.0000000Z

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