Dalla gelosia ai sequestri
In tre occasioni un 21enne, condannato a 36 mesi, ha trattenuto la (ex) compagna, arrivando a fingersi membro di un cartello per soggiogarla
Di Sascha Cellina
C’è di mezzo un cartello della droga, nella storia approdata ieri davanti alla corte delle assise criminali di Lugano. Un cartello immaginario in questo caso, visto che si è rivelato essere solo uno degli espedienti usati da un 21enne portoghese, nato e cresciuto nel Sopraceneri, per spaventare, manipolare e in sostanza costringere ad avere contatti con lui l’ormai ex ragazza, che aveva deciso di troncare la relazione anche a seguito di un episodio (seguito da altri due simili) per il quale il giovane ha dovuto rispondere dell’accusa di sequestro di persona e rapimento ripetuto. Accusa infine confermata – assieme ad altre tra cui coazione e vie di fatto – dal presidente della corte Paolo Bordoli (a latere Renata Loss Campana e Luca Zorzi), che lo ha condannato a 36 mesi di reclusione di cui 18 da scontare (tolti i circa 10 già passati dietro le sbarre) e l’altra metà sospesa per 3 anni. Evitata l’espulsione dalla Svizzera, non potrà avvicinarsi alla vittima per 5 anni e dovrà sottoporsi a un trattamento psichiatrico.
Come spiegato nell’atto d’accusa promosso dal procuratore pubblico Alvaro Camponovo, il 26 luglio 2024 l’imputato, dopo un litigio per gelosia, ha trattenuto nel suo appartamento, contro la sua volontà e con la forza, quella che era la sua ragazza (allora minorenne), sequestrandole il cellulare e liberandola solo il mattino seguente. Non pago, nei mesi successivi e in risposta alla volontà di lei di troncare la relazione, ha in sostanza iniziato a renderle la vita impossibile tra pedinamenti, appostamenti, minacce (anche di morte), avvicinamenti indesiderati, chiamate e messaggi (a centinaia) e controllandone dispositivi elettronici e spostamenti. Inutili le precauzioni della giovane vittima, ad esempio bloccandolo su social e app di comunicazione, in quanto il ragazzo è comunque riuscito a entrare in contatto sfruttando l’app Twint (inviandole anche pochissimo denaro poteva automaticamente scriverle). Uno stratagemma che gli ha permesso di attirarla nuovamente nella sua “rete” facendole credere (anche attraverso chiamate e messaggi da numeri sconosciuti) di essere entrambi in pericolo di morte, in quanto un fantomatico cartello della droga rivale voleva utilizzarla per arrivare a lui. Da lì altri due incontri sono finiti con il sequestro – nell’appartamento di una terza persona – della giovane da parte dell’imputato, fermato solo dall’arresto avvenuto nel giugno 2025.
Vittima più credibile
Il giovane, affetto da problemi di salute (tra cui un disturbo dissociativo) e per questo in assistenza, ha sempre respinto le accuse più gravi (eccezion fatta per diffamazione e guida senza patente). Da notare però come lo scorso febbraio sembrava disposto ad ammettere almeno parte dei fatti e su questa base le parti erano arrivate a un accordo, salvo ritrattare una volta presentatosi di fronte alla corte delle correzionali e costringendo tutti a tornare in aula, stavolta alle criminali.
«Un aspetto centrale è la credibilità delle due versioni e in questo caso la più credibile è quella della vittima, che ha mantenuto una linea coerente e si è confrontata, senza scomporsi, anche con aspetti scomodi per lei, fornendo racconti sinceri seppur intrisi di paura – ha premesso Bordoli prima di pronunciare la sentenza –. Al contrario l’imputato, oltre a non rispondere ad alcune domande, ha tenuto un atteggiamento negatorio e mentito svariate volte, senza oltretutto spiegare alcune circostanze che avrebbero potuto aiutarlo». La corte ha tenuto conto del «disturbo della personalità di cui soffre, ma questo non significa che non era nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, anzi ha capito quali erano i punti deboli della vittima per insinuarvisi e mantenersi in una relazione malata». Da qui la colpa ritenuta «importante» e l’inevitabile condanna.
Strategia del controllo e del terrore
Una pena di 36 mesi di reclusione (18 da espiare) parzialmente sospesa era proprio quanto chiesto dal pp Camponovo, il quale ha messo l’accento sul comportamento per nulla collaborativo dell’imputato, parlando di un «atteggiamento di autoassoluzione, senza ammissioni sincere e attaccando la vittima con accuse false». Una «tendenza a mentire che ne sottolinea la pericolosità», emersa attraverso una «condotta progressiva di controllo e privazione della libertà, con violenza psicologica e fisica». Una condotta che ha costretto la vittima a «un cambio di abitudini e a vivere nel costante terrore, provocandole un danno psicologico che richiede ancora oggi un trattamento».
Le pesanti conseguenze per la giovane e l’atteggiamento di «negazione e di sfida» dell’imputato sono stati sottolineati anche dal rappresentante della ragazza, Carlo Borradori, che ha richiamato il «ruolo fondamentale della giustizia per la messa in sicurezza della vittima». A tal proposito, «il primo atto d’accusa è rappresentato dalla perizia psichiatrica, che presenta un quadro compatibile con le accuse parlando di prevaricazione, narcisismo, manipolazione», oltre a indicare «un rischio di recidiva medio-alto».
Mai obbligata, già dimenticata
Si è dal canto suo battuto per il proscioglimento dalle accuse principali l’avvocato difensore Didier Lelais, che oltre a ricordare la vita complicata del 21enne (non ha finito le scuole medie e ha passato molto tempo chiuso in casa davanti al pc) ha sottolineato, riferendosi alla relazione inizialmente positiva ma poi divenuta «movimentata» tra il suo assistito e la vittima, la «mancanza di prove oggettive riguardo alle violenze». Ha inoltre contestato molte delle situazioni presentate dall’accusa, in particolare affermando che la giovane non è «mai stata obbligata» a fare qualcosa e mettendone in dubbio la credibilità.
Quanto all’imputato, pur respingendo i principali addebiti («non so perché si è inventata tutto, sarebbe da chiedere a lei»), si è detto consapevole della necessità di farsi aiutare e di voler ricostruirsi una vita “il più lontano possibile da lei (la vittima, ndr), l’ho già dimenticata e ho un’altra ragazza”. Il quesito, postogli dal giudice, su come abbia fatto a conoscerla dal carcere, non ha – anche stavolta – ricevuto risposta.
LOCARNO E VALLI
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2026-04-21T07:00:00.0000000Z
2026-04-21T07:00:00.0000000Z
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