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Se la montagna chiama, il Soccorso alpino c’è

La stazione della Riviera ha festeggiato i 50 anni di attività. ‘Doti indispensabili per questo lavoro, l’altruismo e la voglia di aiutare chi si trova in difficoltà’

Di Sebastiano Storelli

Venti minuti. È il tempo necessario alla stazione di Biasca del Soccorso alpino per passare dalla quotidianità all’emergenza. Una chiamata dalla centrale della Rega, lo zaino, l’equipaggiamento e si parte. Perché in montagna il tempo può segnare il confine tra una ricerca riuscita e una tragedia. Ed è proprio il ticchettio dei secondi che passano a scandire i passi dei soccorritori. Soprattutto in inverno, soprattutto in caso di valanga. «È una lotta contro il tempo – conferma Fabiano Vanza, sostituto capo soccorso di una stazione di Biasca che il primo weekend di settembre ha festeggiato il 50° di attività –. Ogni minuto trascorso sotto la neve riduce sensibilmente le possibilità di sopravvivenza e la velocità nella ricerca può fare la differenza tra la vita e la morte». Secondo Vanza, proprio per la necessità di un intervento il più rapido possibile, «le ricerche di chi viene travolto da una valanga sono tra le più difficili in assoluto». Questione di punti di vista, come sempre a questo mondo. Damiano Monighetti, capo soccorso, la vede diversamente. «La valanga è lì, sai esattamente dove intervenire. Il soccorso a cercatori di funghi, a mio avviso, è più complicato». Il motivo è semplice quanto problematico: «Non seguono mai i sentieri segnalati, si inerpicano spesso e volentieri su pendii scoscesi e siccome desiderano mantenere segreti i loro territori di raccolta, non lasciano detto dove stanno andando». Ai soccorritori rimane così un punto di partenza, ma pochissimi elementi per capire dove cercare. Una situazione che può trasformare una ricerca in un intervento di più giorni.

A Biasca sono oggi 26 i soccorritori attivi (286 nelle sei stazioni sul territorio ticinese). Tra loro ci sono sei capi intervento, tre specialisti canyoning, uno specialista sanitario e un istruttore a livello regionale e svizzero. Un gruppo nel quale esperienza e formazione vengono costruite nel tempo. Non ci sono esami d’ingresso. Il Soccorso alpino è un’attività volontaria, spiega Vanza, e la formazione «parte dalle conoscenze di base dell’alpinismo per arrivare alle tecniche del soccorso organizzato. Il percorso prevede diversi livelli e, con l’esperienza, permette di accedere a specializzazioni come il capo intervento, l’ambito cinofilo, quello estivo e invernale, il canyoning o il lavoro di supporto agli operatori Rega in elicottero».

Una montagna sempre più frequentata

Il territorio affidato alla stazione rivierasca è ampio: dalla valle di Lodrino ai Monti di Prosito, da Cresciano al Pizzo di Claro, fino all’Adula e alla zona della valle di Malvaglia, dei monti di Semione e di Giornico. Le chiamate cambiano con le stagioni. D’estate sono frequenti gli interventi legati al torrentismo, attività per la quale la Riviera è una delle zone più conosciute. Non mancano poi ricerche per mancati rientri di escursionisti, cercatori di funghi e cacciatori. Negli anni, secondo i soccorritori, è però cambiato il rapporto delle persone con la montagna. «C’è più gente che la frequenta, magari con meno conoscenza e meno esperienza», osserva Monighetti. L’equipaggiamento è generalmente adeguato e la tecnologia ha fatto passi da gigante, ma «un tempo nelle valli la gente viveva la montagna – aggiunge Loris Pellencini, responsabile del materiale –. Era una cosa naturale che tutti conoscevano fin da piccoli. Adesso la montagna si pratica e per costruire esperienza servono tempo e frequentazione».

Anche le applicazioni per smartphone hanno cambiato il soccorso. Permettono di individuare più facilmente la posizione di una persona e, quando la copertura lo consente, contribuiscono a ridurre i tempi di intervento. Ma non possono sostituire la preparazione. Ancora Pellencini: «La buona vecchia cartina fisica va sempre consultata prima di partire. La tecnologia è un aiuto, ma un’adeguata preparazione prima risolve tanti problemi dopo».

Canyoning, l’acqua come pericolo

Il canyoning non è una specializzazione recente. In Ticino il Soccorso alpino si confronta con questo tipo di attività da almeno 25 anni. Un passaggio importante è stato il grave incidente con esito letale avvenuto a Osogna nel 2001, che contribuì anche allo sviluppo di sistemi di allerta legati agli impianti idroelettrici. Alla stazione di Biasca vengono richiesti mediamente una quindicina di interventi di canyoning a stagione, ai quali se ne aggiungono altri gestiti direttamente dalla Rega. Il principale pericolo è rappresentato dal cambiamento improvviso delle condizioni meteorologiche. «Gli incidenti più gravi sono legati all’evoluzione del meteo e alle possibili precipitazioni a monte – spiega Monighetti –. Un aumento repentino della portata d’acqua può sorprendere chi si trova nel canyon e trasformare rapidamente una situazione normale in un’emergenza».

Quando la persona da cercare è un amico

La difficoltà degli interventi non è soltanto tecnica. In una regione come il Ticino, può capitare che la persona dispersa sia conosciuta dai soccorritori. Si può passare in pochi minuti dalla normalità di una serata davanti alla televisione a una situazione nella quale occorre andare alla ricerca di un amico, un parente o un conoscente. «Siamo tutti semiprofessionisti e quando vestiamo i panni del soccorritore ragioniamo in maniera professionale – precisa Monighetti –. La capacità di gestire la dimensione emotiva diventa parte integrante del lavoro». A Biasca, il gruppo rappresenta anche una forma di protezione: le persone si conoscono da anni e riescono a capire rapidamente se qualcosa non va in un collega. «Abbiamo la fortuna di essere un gruppo molto unito. Le situazioni più difficili vengono affrontate soprattutto parlandone tra di noi. E se questo non dovesse bastare, la Rega mette a disposizione il suo care team».

Cinquant’anni di cambiamenti

La stazione di Biasca è nata nel 1975, dopo la valanga scesa a Prugiasco che uccise due adulti e tre ragazzi. «Un tragico evento che diede impulso alla creazione di un’organizzazione di soccorso nella regione. I pionieri dell’alpinismo biaschese Spartaco Rossi e Dario Vanina si unirono per dare una risposta alle persone in difficoltà in montagna. L’anno successivo, per ragioni logistiche, nacquero le stazioni separate di Biasca e Olivone. La collaborazione, però, non si è mai interrotta», precisa Monighetti.

In mezzo secolo il Soccorso alpino è cambiato radicalmente. Tecnologie, metodi e gestione degli interventi sono oggi molto diversi. Un tempo bastava un piccolo foglio di carta con le informazioni essenziali; oggi esistono protocolli e strumenti tecnologici che permettono di coordinare con maggiore precisione le operazioni. Secondo Vanza «anche il futuro potrebbe portare nuove sfide. Le alluvioni del 2024 in Mesolcina e Vallemaggia hanno mostrato come il Soccorso alpino possa essere chiamato a intervenire in scenari diversi da quelli tradizionali».

«In futuro la parola d’ordine sarà flessibilità – spiega Pellencini –. Inverni con molta neve, stagioni siccitose, estati torride e improvvisi episodi di maltempo possono modificare rapidamente il tipo di intervento richiesto. Il clima modifica la montagna, di conseguenza trasforma le persone che la frequentano e alla fine il cerchio si chiude con il Soccorso alpino che pure si adatta alle nuove esigenze».

Tutto cambia, ma un valore rimane immutato per chi abbraccia l’attività di soccorritore: l’altruismo. «Alla base rimane la voglia di aiutare il prossimo, se non la possiedi diventa difficile investire così tanto tempo in questo lavoro».

BELLINZONA E VALLI

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2026-09-15T07:00:00.0000000Z

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