‘Ero paralizzato, non riuscivo a smettere di piangere’
Processo per coazione sessuale, l’imputato nega tutto
«Il vecchio me è morto e non tornerà più». È stata una testimonianza cruda, difficile, quella che un 26enne ha rilasciato ieri davanti alla corte delle Assise criminali, presieduta dal giudice Amos Pagnamenta (giudici a latere Rosa Item e Raffaella Rigamonti). Cruda e difficile in quanto l’uomo è dovuto tornare con la mente a quanto successo il 22 marzo 2023, quando in un cantiere edile era stato costretto da un 57enne svizzero di origini kosovare a un rapporto sessuale non voluto. Un rapporto che ancora lo tormenta e che gli ha causato un disturbo post-traumatico da stress, come confermato da due perizie indipendenti.
Manca la pistola fumante
Nonostante le domande del presidente della giuria abbiano portato più volte a scoppi di pianto, l’uomo è riuscito a completare la sua testimonianza, senza tuttavia presentare una pistola fumante in grado di corroborare le sue affermazioni. Di conseguenza, al termine della sua arringa difensiva, l’avvocato Luca Trisconi ha chiesto l’assoluzione (in subordine una pena di 12 mesi sospesa per un periodo di due anni), mentre l’accusa, sostenuta dalla procuratrice pubblica Valentina Tuoni, si è battuta per una condanna a 30 mesi per coazione sessuale, dei quali sei da espiare, con l’aggiunta del pagamento, richiesto dall’avvocato di parte Sandra Xavier, di 8’000 franchi per torto morale più 2’173 franchi per le spese mediche. L’imputato ha negato ogni addebito, descrivendosi come una persona «brava con tutti, che lavora da 34 anni, senza la minima macchia. Tutti mi vogliono bene, non so perché lui si stia comportando in questo modo». I fatti sono presto raccontati: l’imputato, secondo l’accusa, avrebbe approfittato della necessità di recarsi nel seminterrato di un edificio in costruzione per costringere la vittima, alla quale nei giorni precedenti si era già rivolto in modo ambiguo, a sottoporsi a un rapporto orale non consenziente, terminato soltanto con l’avvicinarsi di terze persone. Un rapporto
che ha causato nella vittima grande vergogna («ero paralizzato, non riuscivo a smettere di piangere») e che è stato subito apparentemente senza reazioni: «Quando mi capitava di sentire al telegiornale di donne violentate, mi chiedevo perché mai non avessero reagito all’aggressione. Ora che ho vissuto tutto questo sulla mia pelle, le capisco benissimo».
‘I testimoni confermano’
Nella sua requisitoria, la pp ha sottolineato come la testimonianza della vittima configurano perfettamente il reato di coazione sessuale. «Le sue affermazioni sono corroborate da quelle dei testimoni che l’hanno visto subito dopo i fatti e con i quali ha parlato nelle ore seguenti. È un giovane caratterialmente debole, come lui stesso ha spiegato in aula, e l’imputato ne ha approfittato per imporre un rapporto omosessuale a una persona eterosessuale». Secondo la pp, «se si dovesse giungere alla conclusione che la vittima non è credibile perché non è stato in grado di reagire, allora non capisco perché per una donna questo assunto non valga».
«Il dolore della vittima vale più di ogni parola – ha aggiunto l’avvocato Xavier –. “Io in quella stanza sono morto”, aveva dichiarato nel primo interrogatorio. Chi non ha subito cose del genere non può mostrare tutto questo dolore. A essere inverosimili sono le affermazioni dell’imputato, oggi in aula come durante l’istruttoria. Dichiarazioni inaffidabili che ne minano la credibilità».
La difesa di Luca Trisconi ha invece cercato di smontare la testimonianza della vittima, puntando proprio sulla mancanza di prevenzione (perché è andato con un uomo che già nei giorni precedenti si era comportato in modo strano?) e di reazione. «Cosa sia davvero successo quel 22 marzo nessuno lo sa con certezza, per cui il mio assistito andrebbe assolto, quanto meno per la formula “in dubio pro reo”». Oggi alle 16 la sentenza.
BELLINZONA E VALLI
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2026-10-16T07:00:00.0000000Z
2026-10-16T07:00:00.0000000Z
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