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Rosemarie Weibel lascia l’avvocatura dopo 30 anni

Attiva a lungo nel diritto familiare, del lavoro e delle assicurazioni sociali ci racconta il suo approccio alla giurisprudenza e alle discriminazioni

Di Malva Cometta Leon

Non un ritiro silenzioso ma una presa di posizione. Dopo trent’anni di carriera, l’avvocata Rosemarie Weibel – attiva a lungo nei campi del diritto di famiglia, del lavoro e delle assicurazioni sociali – fa un passo indietro. A seguito della rinuncia volontaria all’iscrizione nel Registro cantonale degli avvocati con effetto a partire da marzo, Weibel racconta a ‘laRegione’ il suo percorso professionale: una strada tutt’altro che lineare, un’esperienza che oggi lascia spazio a uno sguardo più critico, tra stanchezza e disillusione rispetto alla reale capacità del diritto di garantire uguaglianza.

Quale aspetto della professione sente non appartenerle più? Il suo ingresso nella giurisprudenza non nasce da una vocazione precoce, ma da un interesse maturato nel tempo. Cosa l’ha spinta a intraprendere questa carriera?

Mi ha affascinata la varietà di questo lavoro, che va dall’incontro e l’ascolto di chi cerca consigli legali, alla ricerca e redazione di testi fino al confronto con le controparti. Questo mestiere ti permette di imparare molto su altri contesti di vita e professionali e sul funzionamento della società. È anche un lavoro molto politico: il singolo ‘caso’ va situato in un contesto collettivo e ci si rende conto di come una legge possa proteggere i più vulnerabili ma essere anche un formidabile strumento di potere e disciplinamento. Il principio di proporzionalità, per esempio, è molto politico.

Di recente ha deciso di abbandonare la professione. Dopo 30 anni di avvocatura, cosa l’ha spinta a rinunciarvi?

Da un lato, motivi personali, di cura e vicinanza a una persona amata; dall’altro anche una certa stanchezza e disillusione rispetto a valori fondamentali di eguaglianza e giustizia difficilmente raggiungibili mediante procedure giudiziarie.

Non mi appartiene un certo modo di fare di chi si arrocca sulla propria posizione senza mettersi minimamente in discussione. Ho sempre considerato questa professione come una ricerca di soluzioni, di mediazione più che una lotta all’ultimo sangue. E – senza generalizzare – oltre a un aumento dell’aggressività, sento maggiore freddezza e autoritarismo anche istituzionali. C’è meno ascolto ed empatia verso il punto di vista dell’altra parte.

Reputa dunque che il ruolo dell’avvocato sia cambiato rispetto a quando ha iniziato?

Ci era stato insegnato che l’avvocato è collaboratore di giustizia. Molti oggi lo intendono come chi difende il cliente a spada tratta, anche a costo che si rompa, metaforicamente, le ossa o di romperle alla controparte. Personalmente, mi sono vista più come una figura che accompagna le persone e le aiuta sì a far valere i propri diritti, ma soprattutto a districarsi in un sistema con il quale hanno poca confidenza, a valutare in modo consapevole rischi e benefici.

Il diritto del lavoro, della famiglia e delle assicurazioni sociali sono stati i suoi cavalli di battaglia. Come si è avvicinata a questa specializzazione e perché?

Perché questi sono gli ambiti con cui ognuno di noi, nel corso della propria vita, si vede confrontato. Ma anche perché sono quelli in cui il lato umano e la giustizia sociale – aspetti che mi stanno particolarmente a cuore – hanno una forte valenza.

A tal proposito, ritiene che il sistema giudiziario svizzero tuteli in modo efficace contro le discriminazioni?

La discriminazione avviene quando la legge, o la sua applicazione, tratta in modo diverso situazioni simili senza un motivo valido, oppure allo stesso modo situazioni che sono invece diverse. Anche la libertà contrattuale può creare disuguaglianze, perché spesso le parti non sono sullo stesso piano: ad esempio, tra una grande azienda e un singolo lavoratore il potere è squilibrato, e perdere un lavoro pesa molto di più per la persona che per l’azienda. Le discriminazioni più comuni, come quelle di sesso o genere, sono spesso radicate e difficili da riconoscere o provare, e per questo rappresentano un problema che riguarda l’intera società, non solo la legge.

Quali cambiamenti nel sistema giuridico ritiene urgenti?

Un maggiore sguardo all’uguaglianza di fatto e non solo formale, come d’altronde previsto dalla

Costituzione, e quindi anche una migliore distribuzione della ricchezza, sia a livello salariale sia di reddito e sostanza in generale.

Nella sua carriera si è occupata anche del diritto della migrazione. In questi anni si è riusciti a migliorare la tutela delle persone a livello giuridico?

Da una parte, gli accordi bilaterali hanno migliorato la situazione dei lavoratori provenienti dai Paesi dell’UE e delle loro famiglie, perché garantiscono una maggiore parità di trattamento. Dall’altra parte, però, le leggi svizzere sugli stranieri e sull’asilo sono diventate più severe. Per esempio, oggi è possibile abbassare o addirittura togliere un permesso di domicilio anche dopo più di 15 anni, solo perché una persona ha dovuto ricevere aiuti sociali. Inoltre, dopo il 2018 è diventato più difficile ottenere la cittadinanza: chi guadagna poco o ha solo un permesso precario (anche se è nato e cresciuto qui) spesso non può più farlo, perché non ha il permesso C. Tutto questo mostra una certa mancanza di rispetto verso chi chiede protezione e verso chi ha difficoltà economiche.

Nel 2012 ha creato il sito sentenzeparità.ch, dedicato alla diffusione di sentenze in materia di parità dei sessi in ambito lavorativo. Da quale volontà nasce questo progetto?

Il sito è stato creato per raccogliere e organizzare le sentenze in materia di legge sulla parità dei sessi, permettendo anche ricerche in italiano con parole chiave. A differenza di altri portali, include tutte le sentenze del Tribunale federale e le presenta in italiano. L’obiettivo è offrire uno strumento utile non solo ai giuristi, ma anche a sindacati, associazioni e istituzioni. In futuro, il sito sarà integrato in una piattaforma unica nelle tre lingue nazionali, prevista per il 2026 e gestita dalla Conferenza svizzera delle/dei delegate/i alla parità (Csp).

In conclusione, cosa la fa sperare in un cambiamento a livello sociale?

C’è chi dice che l’aumentata virulenza di certi attacchi nei confronti delle donne e delle minoranze sia segno che questi movimenti hanno acquisito forza e che devono essere presi sul serio. Mi fa sperare l’aumento della consapevolezza che le lotte antidiscriminatorie, per il clima, contro le guerre e lo sfruttamento abbiano molto in comune e che ciò attenui la situazione di vulnerabilità degli uni il più delle volte migliorando le condizioni di vita di molti altri.

LUGANESE / MENDRISIOTTO

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2026-04-13T07:00:00.0000000Z

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https://epaper.laregione.ch/article/281698326315910

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