Moglie oggetto sessuale ‘No, non sono una bestia’
Un 30enne italiano del Mendrisiotto a processo, tra le altre cose, per violenza carnale e coazione sessuale ripetute (principali accuse che respinge)
Di Sascha Cellina
L’uso della violenza e delle minacce, nonché della paura che un tale agire suscitava nella vittima, per costringere più e più volte la moglie ad avere rapporti sessuali con lui, con penetrazione (anche anale, in almeno sette occasioni) e orali (almeno quindici volte). Un modus operandi perpetrato, secondo l’atto d’accusa della procuratrice pubblica Valentina Tuoni, tra il 2023 e il 2025 nel Sopra e nel Sottoceneri da un 30enne italiano residente nel Mendrisiotto in carcere dal 19 giugno 2025 e che deve rispondere, di fronte alla Corte delle assise criminali di Locarno presieduta dalla giudice Monica Sartori-Lombardi, tra le altre cose di violenza carnale e coazione sessuale ripetute, lesioni gravi tentate e lesioni semplici ripetute, minaccia, coazione e vie di fatto, nonché appropriazione indebita e infrazione alla Legge federale sugli stupefacenti. Una lunga lista a cui si aggiungono diversi precedenti, dal furto in un supermercato a 18 anni alla partecipazione a una rissa a 19 in Italia, per poi continuare anche in Svizzera, dove è stato querelato per un pugno sferrato a un altro giovane. E dove ha conosciuto quella che sarebbe poi diventata sua moglie e con la quale ha avuto una figlia.
Una relazione problematica
«Ho commesso degli errori ma non ho mai stuprato o commesso violenza sessuale su nessuno – ha risposto l’imputato, scoppiando anche a piangere, alle domande della giudice sui fatti più gravi e sul perché la vittima gli avesse mosso tali accuse –. Credo che sia una dinamica legata alla brutta separazione e al fatto che ci sia nostra figlia». Una figlia concepita dopo pochi mesi di una relazione decisamente problematica e dopo una prima immediata gravidanza interrotta consensualmente («lo ha deciso lei, io l’ho sostenuta ma poi abbiamo deciso di riprovarci»), che ha portato il giovane a rimanere a casa senza lavoro e alla decisione di sposarsi, anche perché «altrimenti sarei dovuto andarmene dalla Svizzera».
Sui rapporti intimi con la moglie e sulle presunte violenze e minacce, l’imputato – difeso dall’avvocata Luisa Polli – ha affermato che «con mia moglie facevo l’amore, non sono una bestia. Se mi diceva che aveva dolori, mi fermavo, se non aveva voglia nemmeno iniziavamo. Il sesso anale mi piace e faceva parte della nostra normalità. È sempre stato tutto consenziente». Incalzato dalla giudice su un messaggio inviato, nel giugno 2025, a un’altra ragazza (frequentata in passato) nel quale esprimeva il desiderio di ucciderla, stuprarla e picchiarla, si è invece giustificato con un «era per scherzo». L’imputato ha respinto anche le accuse di coazione sessuale e lesioni gravi, ammettendo invece almeno in parte alcuni episodi legati alle lesioni semplici (una manata in faccia), minacce e coazione (“se mi lasci ti brucio con l’acido, ti trovo e ti stupro”, alcune delle espressioni riportate nell’atto d’accusa ma nello specifico negate).
Infine, sulla perizia psichiatrica che a suo carico parla di “mascolinità tossica” (che può portare anche ad aggressioni sessuali e violenza domestica) e di un rischio di recidiva medio-alto, il giovane si è detto «non d’accordo. Mi sono reso conto di aver buttato via soldi, salute e tanto altro, ora vorrei solo stare bene, lavorare e aiutare mia mamma e mia figlia».
‘La vittima è credibile e sincera, l’imputato no’
«La vittima è credibile, l’imputato no e questo in un processo indiziario è il punto centrale». Ed è andata subito al punto la procuratrice pubblica Valentina Tuoni, la quale ha ricordato i diversi interventi della polizia nel nucleo famigliare dell’imputato e della vittima, con quest’ultima che agli agenti ha riferito del «comportamento oppressivo e minaccioso» (anche di morte) dell’uomo, che «la costringeva a fare sesso, la isolava dalle amiche e la controllava costantemente». Per non parlare dei pugni sferrati a lei così come a un altro ragazzo «solo per gelosia». Al termine della lunga lista di fatti raccontati dalla ragazza anche ad amiche e autorità, Tuoni ha sottolineato come «non deve sorprendere che una ragazza possa amare una persona anche se la tratta così, che possa credere alle sue parole e sperare in un cambiamento. Hanno vissuto anche momenti felici, era attratta da lui, gli voleva bene e hanno una figlia insieme. Era una ragazza alla sua prima esperienza con tutte le sue debolezze».
Una ragazza che durante l’inchiesta «è risultata credibile e coerente, nei racconti e nel comportamento. Non ha motivi di denunciare falsamente l’imputato e non è emersa alcuna voglia di vendetta o di esagerazione». Al contrario, «sono state smentite praticamente tutte le dichiarazioni dell’accusato, affetto da un disturbo di personalità mista con caratteristiche narcisistiche e anaffettive. Non è credibile, non ha mai mostrato pentimento e si è fermato solo perché la vittima ha trovato il coraggio di denunciare».
Da qui, la colpa ritenuta «molto grave per modalità e contesto in cui ha agito» e la richiesta complessiva di pena di 7 anni di detenzione più espulsione dalla Svizzera per 15 anni.
Dal canto suo l’avvocato Carlo Borradori, rappresentante della vittima (presente in aula), ha parlato di «una storia non di passione all’interno di una coppia, ma di bieca violenza e assoluta prevaricazione. La violenza del più forte nei confronti del più debole, anche tra le mura domestiche». Pur sottolineando a sua volta la non attendibilità dell’accusato, Borradori ha messo l’accento sulla credibilità della sua assistita, sulla sua genuinità e per certi versi «l’ingenuità nel vivere quasi come normalità quanto accaduto». E questo nonostante «la profonda sofferenza vissuta, con conseguenze di salute ancora attuali», circostanze che rendono ancora più «sincera e credibile» la versione della vittima (per la quale ha chiesto un risarcimento per torto morale di 20mila franchi)».
‘Un rapporto fallito non è una prova’
La parola è infine passata alla difesa, con l’avvocata Luisa Polli che ha evidenziato «la complessità di un procedimento indiziario di tale natura», con un contesto relazionale di coppia all’interno del quale il confine tra fatti penalmente rilevabili e non è molto sottile. Una relazione che «la giovane coppia non aveva i mezzi per gestire», che è «degenerata rapidamente in una dinamica tossica, con aggressività reciproca».
Polli ha sottolineato come «i riscontri oggettivi sono significativamente limitati e in particolare per i reati più gravi mancano elementi indipendenti capaci di corroborare le accuse. Un rapporto sentimentale fallito non può automaticamente trasformarsi, in assenza di riscontri, in una prova di tutti i reati. E una condanna non può basarsi su dati non oggettivi e supposizioni».
Per quel che riguarda proprio i reati più gravi (violenza carnale e coazione sessuale), la rappresentante dell’accusato ha fatto notare come quest’ultimo «su queste accuse è sempre rimasto fermo e irremovibile nel negarle» e che «di tali violenze inizialmente non c’è traccia, emergono solo in seguito in forma progressiva, generica e sfumata. Quindi non bisogna chiedersi se la vittima abbia sofferto (appare evidente), ma se le violenze (oltretutto in presenza di una particolare dinamica sessuale di coppia, ammessa anche dalla vittima) siano inconfutabilmente accertabili e sorrette da prove concrete. E così non è». La richiesta della difesa è quindi «l’integrale proscioglimento dai principali capi d’accusa» e il conseguente rilascio dell’imputato, ritenendo che i mesi già passati in carcere (in pratica un anno) siano sufficienti. Giovedì pomeriggio la sentenza.
LOCARNO E VALLI
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2026-06-17T07:00:00.0000000Z
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