Caduta l’ipotesi di tentato omicidio
La Corte delle Assise criminali derubrica le ipotesi di reato: il 53enne a processo è stato condannato a 22 mesi per lesioni semplici e coazione
Di Prisca Colombini
Nel posteggio di Gravesano, il 22 settembre dell’anno scorso, non c’è stato nessun ripetuto tentato omicidio, ma lesioni semplici. È questa la conclusione a cui è arrivata la Corte delle Assise criminali che ha condannato a 22 mesi di detenzione (oltre a 10 aliquote da 30 franchi per le ingiurie) il 53enne a processo da lunedì. E nella motivazione della sentenza annunciata dal giudice Amos Pagnamenta non sono mancate critiche all’inchiesta. «Se vi è stato un reato grave, è ravvisabile nelle coltellate che il cognato ha sferrato all’imputato – ha detto il giudice –. La Corte si chiede come mai non tutte le persone coinvolte siano state rinviate a giudizio per poter esaminare il caso nel suo complesso». L’invito alla titolare dell’inchiesta, la procuratrice pubblica Petra Canonica Alexakis, è quindi stato di definire la posizione del cognato dell’imputato. Il 53enne è invece stato riconosciuto colpevole di coazione, lesioni semplici qualificate, minacce e in parte ingiuria. La procuratrice pubblica ha proposto una condanna a 9 anni di detenzione e 15 anni di espulsione. La difesa, rappresentata dall’avvocato Olivier Ferrari, si è invece battuta per una pena contenuta in 24 mesi sospesi.
Quella sera, nel posteggio
Il giudice ha ripercorso le due fasi della colluttazione. «È stato l’imputato che per primo ha aggredito l’amico della moglie, dando il là allo scambio di colpi che si sono reciprocamente scambiati – ha spiegato Pagnamenta –. Dopo che il 53enne è caduto al suolo, ha raggiunto la vettura e ha preso il bastone. Mal si comprende come possa essersi reso colpevole di tentato omicidio: sapeva che avrebbe sorpreso sul posto la coppia, e se avesse voluto uccidere qualcuno, avrebbe preso qualsiasi strumento più idoneo di un bastone del diametro di pochi centimetri e nemmeno particolarmente solido». Oggetto che «avrebbe brandito già scendendo dall’auto e non si sarebbe mosso a mani nude, con il rischio di prenderle». E inoltre «non è dato sapere cosa sarebbe successo se si fosse trovato ancora al cospetto del compagno della moglie». La Corte ha quindi applicato il principio in dubio pro reo e considerato la versione più favorevole al 53enne. Per la Corte «le minacce non bastano a fondare una condanna». La principale destinataria era la ex moglie. «Avrebbe dovuto prendersela con lei, ma non l’ha fatto. E con la compagna in potenziale pericolo di morte, il compagno è scappato. Nessuno dei presenti ha quindi ritenuto che l’imputato volesse uccidere qualcuno». L’azione ha poi messo a confronto i due cognati. «Di fronte a versioni contrastanti, la Corte ha esaminato la credibilità. Il 53enne è incorso in alcune incongruenze su fatti marginali ma è stato costante nell’affermare che non ha utilizzato il bastone». Conclusione diversa per il cognato, le cui dichiarazioni hanno avuto un «lento e progressivo crescendo: aveva ogni motivo per mentire e aggravare la posizione di un imputato che ha accoltellato al torace e l’aggravare la sua posizione aveva l’obiettivo di giustificare la legittima difesa». Anche in questo caso per la Corte «non c’è conferma di un tentato omicidio: se a ogni scazzottata del fine settimana dovessimo aprire un incarto, la situazione sarebbe assurda».
Prognosi sostanzialmente negativa
La colpa del 53enne è stata ritenuta grave. «Non ha saputo gestire la situazione in cui si è venuto a trovare e ha dimostrato primitivo egoismo». La prognosi dell’uomo è stata definita «sostanzialmente negativa: il rischio di recidiva è stato stabilito dalla perizia e la sua incapacità a gestire la rabbia è emersa ancora di recente in alcune telefonate». Così come richiesto dalle parti, e dall’imputato stesso, in carcere continuerà a seguire un trattamento ambulatoriale. «Necessita di un accompagnamento e di qualcuno che lo aiuti a gestire il suo carattere – ha concluso il giudice –. Con l’obiettivo di disporre degli strumenti necessari per impedire di commettere nuovi reati quando verrà scarcerato».
‘Crollo emotivo’
Non un copione da seguire ma l’epilogo di un crollo emotivo. E la richiesta di proscioglimento dal reato principale di ripetuto tentato omicidio intenzionale. L’avvocato Olivier Ferrari ha chiesto una condanna contenuta in un massimo di 24 mesi. L’intervento difensivo si è basato «sul principio in dubio pro reo. In questa vicenda i dubbi non sono solo ragionevoli, ma in certi casi insormontabili». Quanto successo nel settembre scorso è stato preceduto da «minacce e ingiurie che vanno deplorate. Ma dobbiamo chiederci da dove venivano queste parole: è un piano criminale a sangue freddo o il grido di dolore di un uomo spinto dalla sofferenza psicologica?». Il 53enne «non era solo un marito geloso, ma un uomo sistematicamente ingannato e manipolato dalla moglie che gli faceva credere una possibile riconciliazione, mentre di nascosto continuava la sua relazione con l’amante da 4 anni». Quanto successo nel posteggio di Gravesano «non nasce dal nulla, ma è il culmine di un periodo di profonda crisi dove purtroppo le minacce verbali erano diventate costanti ma non si sono mai concretizzate». Per la difesa «non c’è prova diretta che avesse intenzione di uccidere».
‘Non sono un criminale’
«Sono stato descritto come un mostro che voleva ammazzare tre persone». Così ha esordito il 53enne durante le sue ultime parole. «Quella sera non volevo fare del male a nessuno». Unico obiettivo «era mettere la mia ex con le spalle al muro. Da gennaio ho sbagliato tutto con minacce e insulti di cui mi vergogno. Non volevo fare del male a nessuno: non sono un santo, ma nemmeno un criminale, ho fatto i miei errori e chiedo ancora scusa a tutti».
LUGANESE / MENDRISIOTTO
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2026-08-28T07:00:00.0000000Z
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