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Il mondo in un parco, oltre i pregiudizi

Quest’anno è Giulio Verne a ispirare la Festa campestre del Club ’74. E dall’Osc si lancia un appello all’apertura e alla tolleranza. Per abbattere davvero i confini

Di Daniela Carugati

I cancelli fisici sono aperti da tempo, lì a Casvegno, ma i muri del pregiudizio e dello stigma della malattia mentale, quelli, ancora resistono. Eppure percorrendo il viale silenzioso che si snoda nel parco e ci accompagna verso l’ex Valletta, la sede del Club ’74, non abbiamo la sensazione di essere in un mondo altro da quello che, d’abitudine, si dibatte fuori dai confini dell’Osc, l’Organizzazione sociopsichiatrica cantonale. Ormai utenti e operatori contano le ore che li separano dalla Festa campestre. Una manifestazione che da sempre è un’occasione privilegiata di incontro tra chi vive la quotidianità dell’Osc e la popolazione locale. A Casvegno, infatti, tutti danno una mano per allestire al meglio l’evento. Lo si percepisce subito prendendo posto al grande tavolo che ospita una delle riunioni preparatorie. Un momento di libero confronto che ci restituisce tutta la voglia di accoglienza che, una volta di più domani, sabato, farà da motore alla Festa. La presidente del Club ’74, Consuelo, non ha esitazioni: «Si tratta di un inno alla diversità e alla solidarietà». Non è un caso, quindi, che a ispirare il tema del 2026 sia stato uno dei classici di Giulio Verne, ‘Il giro del mondo in 80 giorni’, come occhieggia dalla copertina del libricino che, da tradizione, introduce alla giornata. Un vero e proprio invito a viaggiare fuori e dentro di noi. Anche perché, come ricorda il direttore dell’Osc, Daniele Intraina, nel suo saluto, “ogni persona porta con sé un mondo” e al contempo ”ogni percorso terapeutico è un viaggio unico, mai identico a un altro”.

Come Fogg e Passepartout

Bancarelle, giochi tematici realizzati nei reparti e nei Centri diurni, spettacoli – degli Atzechi, dei Confabula e di Sugo d’inchiostro –, tanta musica – anche con la Boom Boom Bike – e occasioni di ristoro anche golose: un concentrato del nostro mondo (tra piramidi e mongolfiere) sarà riprodotto a Casvegno e per girarlo tutto, stavolta, basterà una giornata. Il parco dalle 11 si popolerà, quindi, dei personaggi del romanzo di Verne, trasformando un po’ tutti in viaggiatori, come i protagonisti della storia, Phileas Fogg e il suo fedele Passepartout. Consuelo, del resto, era da due anni che perorava questa ‘causa’. «Questa volta non potevano dirmi di no», ci dice. «Esserci ispirati al libro di Verne ci dà modo di lanciare soprattutto un appello all’apertura, alla tolleranza e alla pace». L’attesa, dunque, è grande, quanto l’impegno che ciascuno all’Osc mette nell’organizzazione. «Da sempre, d’altra parte, l’obiettivo primario della Festa è stato far incontrare le famiglie con i degenti. Poi – ripercorre la presidente – è con la nascita del Club che si è pensato di aprire la manifestazione a tutta la popolazione, proprio per superare lo stigma della clinica psichiatrica e del malato psichico».

Ben più di una manifestazione

Negli anni questa Festa è riuscita se non ad abbattere almeno a scalfire le barriere della paura e dell’indifferenza?, chiediamo. Qualcosa, insomma, è cambiato? «Mi sento di rispondere di sì – ci conferma Valentina –. E nel dirlo penso agli amici di mia figlia 17enne che mi hanno confessato come prima avessero paura di varcare la soglia di Casvegno. In realtà, poi, quando sono venuti alla Festa campestre si sono resi conto che è molto bello e non devono avere timore. Anzi, forse mi ha messo a parte uno di loro, le persone che non stanno bene sono fuori e non qua». Federica lo può dire con cognizione di causa: «La presenza di famiglie e bambini aiuta ad allontanare lo stigma della malattia. Ed entrare nel parco fin da piccoli, vedere da vicino questa realtà, sensibilizza maggiormente rispetto ad adulti che già portano con sé dei preconcetti – ribadisce –. In fondo, la Festa è un pretesto per dire: potete entrare. Il parco, infatti, è già un ambiente di cura e uno spazio aperto e pubblico». Non a caso, ci fa notare Gabriele, a popolarlo giorno dopo giorno ci sono persone che vengono a passeggiare, magari con il cane, o i piccoli del preasilo Lo Scoiattolo che vengono a giocare: «E questo lo fa vivere da parte della comunità». Omar, dal canto suo, la Festa l’ha conosciuta l’anno scorso. «E ciò che mi è piaciuto subito – ci racconta – è la sua filosofia. La partecipazione con i giochi, l’intrattenimento che dà la possibilità alle persone di restarne attratte: c’è il parco ma ci sono anche animazioni che sanno coinvolgere tutti».

Un progetto che è ‘medicina’

Senza dimenticare, richiama Consuelo, che sabato sarà il culmine dell’evento, ma dietro le quinte vi è «tutta la nostra filosofia, che è quella di far collaborare le persone che frequentano il Club ’74, partecipando alla redazione, dipingendo le sagome. Le persone si attivano e si motivano; e sono anche più consapevoli delle proprie possibilità. Tutto questo accresce la loro autostima: è una ‘medicina’». In effetti, per preparare la Festa campestre ci vogliono mesi di lavoro, ma ne vale la pena. «Il solo fatto – ci dice Federica – che una persona che ha un ricovero possa partecipare a un progetto così grande è già un qualcosa in più rispetto a una ospedalizzazione standard». E per gli stessi pazienti, si aggiunge Omar, è «un’opportunità per conoscere e avvicinare il Club, facendo qualcosa che fa star bene». Del resto, fa presente Marco (1), «a livello ticinese, se non svizzero, siamo di sicuro gli unici a fare questa integrazione attiva con i pazienti». «A suo tempo è proprio da paziente che ho conosciuto la Festa – spiega a sua volta Marco (2) –. Oggi fortunatamente non lo sono più, ma trovo molto importante avere un’occasione come questa che porta spensieratezza in un momento anche di sofferenza». Ernesto è un artista, arriva da Santo Domingo e ha riconosciuto subito il significato di questo luogo, del parco, che da solo, tiene a rimarcare, «rompe certi pregiudizi, perché è uno spazio di partecipazione, sia per chi vive qui che per chi viene da fuori. Le stesse attività che si svolgono hanno una valenza terapeutica. E nessuna festa è uguale a se stessa».

Andare oltre le barriere mentali

A ben vedere, richiama Federica, «oltrepassando determinati confini ci aspettiamo che dall’altra parte possa esserci dell’accoglienza. Ed è quello che il Club ’74 cerca di fare ogni giorno all’arrivo di una nuova persona, ma ancora di più nel giorno della Festa, quando la gente supera i confini del parco, interfacciandosi un po’ di più con quello che è il tema della salute mentale». «E toccare, appunto, tutti i confini, le nazioni, le realtà, serve a confrontarci», si somma la voce di Valentina. Girare per i continenti, anche con il pretesto di una festa, per Febe dà modo di conoscere pure il rapporto tra le culture; «e di scoprire, ad esempio, che su oltre 200 nazioni nel mondo solo 18 riconoscono le persone trans». Una tematica che Febe vive sulla sua pelle. «Qui però – ci confida – vedo nello sguardo degli altri la volontà di capire e non il giudizio». In effetti, fa notare ancora Federica, «anche grazie alla Festa e al Club ’74 si tessono delle collaborazioni con altre realtà – quest’anno con l’Associazione Generazioni solidali, ndr – che si occupano anche di accogliere tutte le diversità». E questo, rimarca Marco (2), «richiama al senso della libertà, del volersi sentire liberi». E si torna, riprende il filo Federica, «al tema dei tabù, come per la salute mentale. E al fatto che certe cose non si possano dire troppo ad alta voce. Mentre attorno a questo tavolo parliamo molto apertamente di tutto». Ed è instaurando un dialogo, anche attraverso un momento ludico, rilancia Febe, che non ci si sente soli. In fondo, ci fa memoria Omar, «conoscere rende liberi e pure più leggeri». È così che una Festa campestre diventa ben più di un evento.

LUGANESE / MENDRISIOTTO

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