Collettivo spagnolo
Identità di gioco e mutuo soccorso: un vero collettivo
Di Roberto Scarcella
Aiutato dalla nuova formula a 48 squadre e da gironi morbidissimi, così da aumentare le partite facili e drogare il numero di gol dei giocatori migliori, il Mondiale americano era stato scientificamente studiato per essere quello degli uomini soli al comando, le cui Nazionali servivano da sfondo per le loro esibizioni. Per un po’ lo è stato. E c’è una classifica marcatori a dimostrarlo, con in testa cinque delle sette-otto stelle più attese (Messi e Mbappé 8 reti, Haaland 7, Kane e Bellingham 6).
A incarnare più di ogni altro questa deriva individualista del calcio contemporaneo nella terra dell’individualismo c’è stata la Francia, piena di campioni al punto da lasciarne molti in panchina e alcuni a casa, ma incapace di incasellare tutto il suo strabordante talento. Finché hanno affrontato squadre di livello inferiore, i francesi sembrava che giocassero un altro sport ed erano i favoriti di (quasi) tutti. Si erano però dimenticati di ciò che diceva un loro celebre connazionale, Jean-Paul Sartre (che preferiva la boxe, epitome dello sport individuale): “In una partita di calcio tutto è complicato dalla presenza dell’altra squadra”. L’altra squadra – nel caso specifico – è stata la Spagna, simbolo di un calcio collettivo moderno nelle soluzioni eppure antichissimo nei princìpi, capace di muoversi in quel limbo in cui lo sport riesce a essere l’unico spiraglio in cui vedere società utopiche dove tutto funziona e ognuno, mettendosi al servizio dell’altro, migliora sé stesso. L’unica figurina spendibile nel mazzo del Ct De la Fuente sarebbe Lamine Yamal, ma al Mondiale è arrivato ammaccato. All’Europeo vinto due anni fa, l’altra stella della squadra era Nico Williams, pure lui ko. Abbastanza per deprimersi. Eppure la Spagna è andata dritta per la sua strada nonostante i tanti inciampi tra il ciclo della generazione d’oro di Xavi e Iniesta e l’ultimo, vittorioso Europeo.
Non c’è un centravanti? Usiamo Oyarzabal, che centravanti non è, e sfruttiamo la sua tecnica e la sua intelligenza per fare quel che serve. Il difensore più adatto al nostro gioco (Cubarsí) ha solo 19 anni? Lo mettiamo titolare.
Il portiere più bravo a parare (Raya) ci è meno utile di quello che gioca bene coi piedi e sa valutare quando uscire anche venti metri fuori dall’area? Gioca l’altro.
E via così, fino a trasformare due terzini mai davvero sbocciati (Pedro Porro) o amati (Cucurella) tra i migliori del torneo; resuscitando Rodri, ex Pallone d’oro reduce da un anno disgraziato, riuscendo a far rendere Dani Olmo come mai nessuno è riuscito nei club.
Altri esempi? Svizzera e Capo Verde
Questa Spagna è un inno al collettivo in un torneo in cui chi ha saputo davvero giocare di squadra ha sempre trovato il suo posto al sole, compatibilmente con il proprio status. Basti pensare al percorso di Capo Verde, che a conti fatti ha pareggiato nei 90 minuti con entrambe le finaliste. Oppure a Svizzera e Norvegia, tradite a un passo dalla semifinale: la prima dalla scellerata leggerezza di Embolo, la seconda da un atto controculturale ed egoista, quello di Sorloth, che ha ignorato Haaland solo davanti al portiere per poi schiantarsi contro la difesa inglese. Anche il Brasile, con una squadra mediocre per i suoi standard, ha fallito preferendo a un costruttore di gioco e a un progetto di largo respiro l’aura mistica di Carlo Ancelotti. Lo stesso Portogallo non ha mai potuto esprimersi in campo come potrebbe (e forse vorrebbero molti suoi giocatori) perenne ostaggio della figurina più ingombrante, il 41enne Cristiano Ronaldo, eliminato proprio dalla Spagna dopo una giocata codificata e tipicamente spagnola che ha coinvolto due subentrati (Merino e Ferran Torres) che sapevano esattamente cosa fare. A tal punto da rifarlo, il turno dopo, col Belgio.
Uno per tutti o tutti per uno?
Curioso che l’ultimo ostacolo sia l’Argentina, un’altra nazionale che si esalta e si nutre del senso del gruppo prendendo però una via quasi opposta a quella spagnola: non “uno per tutti”, ma “tutti per uno”, e cioè tutti per Leo Messi, semidivinità per cui i compagni sembrano pronti a morire sul campo dando un esempio plastico di un’altra frase di Sartre: “Tra una squadra di calcio e un gruppo di ribelli armati ci sono molte cose in comune”.
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