laRegione

L’inno alla gioia dei Duran Duran

Non sono mai stati solo ‘Wild Boys’, ma anche ‘Ordinary World’. Visti nella piazza di Svizzera Argentina, quale modo migliore per sanare le ferite

Di Beppe Donadio

Che tu ti stia dimenando per ‘Wild Boys’ o per il dritto vincente di Sinner che gli è appena valso il secondo Wimbledon di fila, puoi star sicuro che la piazza non se ne accorgerà mai. Quel che è certo è che vedere la finale dei Championships sullo smartphone invece che sul televisore di casa è cosa che si fa solo per i Duran Duran e pochi altri. Il nostro grazie più sentito va dunque agli organizzatori che ci hanno portato Simon Le Bon a Locarno proprio domenica scorsa ma soprattutto a Steve Jobs, l’inventore della tv portatile.

“Grande amore”, recita lo slogan di Rts sui grandi schermi della Piazza Grande, e dentro la scenografia metà baita di montagna e metà stadio che è quella del Moon and Stars (o Moon+Stars, come pare si scriva ora), di amore se n’era respirato all’alba a metri cubi per la Nati, tutti in piedi come per Santana a vivere un sentimento popolar-calcistico che avrebbe meritato ben altro esito. Ma tant’è. “Monumentali! Monumentali!”, ci dicono via telefonino a proposito degli Hurts di Theo Hutchcraft, in apertura di serata, e il rimpianto non è tanto quello di esserci persi ‘Wonderful Life’ e ‘Under Control’ quanto la sigla di Moon+Stars, la ‘Bella musica’ di Nella Martinetti che ogni anno rende questa enclave svizzero-tedesca un po’ più ticinese (ma pare che stavolta nessuno l’abbia sentita, ‘Bella musica’, magari aprirà il concerto di Max Pezzali, italofono come la Nella).

Mentre a Londra Jannik Sinner si appresta a servire per il match, a Locarno la roulette di nomi proiettati sul palco si ferma su “Duran Duran”. A un volume semplicemente spaventoso, l’inossidabile band britannica attacca ‘Is There Something I Should Know?’ e veniamo tutti catapultati nel 1983, tra luci, fumi, fumetti (i Duran animati alle loro spalle) e colori sgargianti tipici dell’epoca, su tutti la camicia argentata di Nick e la giacca tutta palme di Simon. Con Roger in un sobrio nero-batterista, il bianco dei capelli sparati in aria di John ce lo fa confondere con Matthew Modine, e quel Dottor Brenner col basso a tracolla aggiunge contenuti ulteriori al complessivo effetto ‘Stranger Things’ del tutto. E siamo solo alla prima canzone.

L’amore al tempo dei paninari

È Moon+Stars, sono i favolosi anni Ottanta, è il brit pop. Il suono è plasticoso dall’inizio alla fine e non potrebbe essere altrimenti, i volumi si quietano solo un paio di volte: su quel capolavoro del pop intitolato ‘Ordinary World’, brano che nel 1993 convinse anche gli scettici sulle capacità di scrittura della ditta Le Bon & Co., e su ‘Save a Prayer’, l’amore al tempo dei paninari. Il frontman è in voce, e per i motivi descritti ieri (Venditti a Estival) che c’entri o meno la tecnologia poco importa, perché Le Bon ancora spinge e osa, anche a 67 anni abbondantemente compiuti. Nell’estate che vede in tour in Italia tanto lui quanto Tony Hadley, nemico fraterno (“Ma quale rivalità”, ci disse Hadley anni fa prima di un locarnese ‘City of guitars’, “ci siamo appena presi una birra insieme dopo un concerto in memoria di Bowie”), è come se il quesito “sono meglio i Duran Duran o gli Spandau Ballet?” con il quale abbiamo trascorso l’adolescenza fosse ancora aperto. Ripreso oggi, forse nessuno direbbe che “sì, però gli Spandau dal vivo sono meglio” (sì, sono sempre stati meglio), ma si limiterebbe a constatare che Spands e Duran hanno scritto hit senza l’aiuto dell’IA, e quindi tanto di cappello. Certo, non sono mai stati i Toto, ma in epoca di playback ben venga tutto quel che non è playback. Certo, ogni qual

volta Hadley apre bocca è più Sinatra di quanto lo sia Le Bon, ma la disquisizione è tutto sommato inutile, da sempre.

Prese di coscienza

“Amiamo quello che facciamo, portiamo con noi una dinamica chiamata ‘gioia’, di cui la gente ha estremo bisogno”. Parole di Nick Rhodes a Sanremo 2025, dove i Duran Duran furono uno dei momenti d’oro di quell’edizione. ‘Ordinary World’, ma pure ‘A View to a Kill’, ‘Notorius’ e ‘The Reflex’ a parte, ecco invece alcuni momenti d’oro dei Duran Duran a Locarno: 1. Le Bon che instilla i sensi di colpa agli inquilini delle case che affacciano sulla Piazza (“E così voi non avete pagato il biglietto…”). 2. Le Bon che ulula come un lupo e ‘Hungry Like the Wolf’ che s’inceppa (“Cosa diavolo è successo?”, chiede Simon a Nick, il quale se la ride perché deve aver schiacciato un tasto invece che un altro). 3. La nuova ‘Free to Love’, co-prodotta dal fedelissimo Nile Rodgers. 4. Il trittico ‘Planet Earth’ – ‘(Reach Up for the) Sunrise’ – ‘Girls on Film’, il punto di non ritorno di un concerto tutto greatest hits, che non guasta se i Duran Duran vengono a Locarno più raramente di Lenny Kravitz. Chiudiamo con ‘Rio’, momento edonistico datato 1982 che chiama in noi alcune sensazioni: i ritmi sincopati sui quali si danzava prima dell’avvento della cassa in quattro; la donna di Patrick Nagel in copertina, ovvero come innamorarsi di un disegno; il videoclip antesignano di quelli dei rapper napoletani, tutto lusso e femminilità. Messa lì, alla fine del concerto – prima che la folla sfollante intoni ‘Country Road’ di John Denver e ‘Sweet Caroline’ di Neil Diamond, gli svuotapiazza trasmessi da Moon+Stars quando si riaccendono le luci –, ‘Rio’ è anche il momento di una inevitabile presa di coscienza, quella di avere ormai “una certa”, come dicono i giovani (di una volta).

CULTURE E SOCIETÀ

it-ch

2026-07-14T07:00:00.0000000Z

2026-07-14T07:00:00.0000000Z

https://epaper.laregione.ch/article/281719801340948

Regiopress SA