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Piscina di Carona: il disastro della politica

Di Matteo Poretti, coordinatore Mps Luganese

Al caso della piscina di Carona si è aggiunto un nuovo capitolo. Una maggioranza interpartitica del Consiglio comunale di Lugano ha inviato al Tribunale cantonale amministrativo una “richiesta di sollecita trattazione del ricorso concernente la variante (...) (...) di Piano regolatore del comparto del centro balneare di Carona”.

L’obiettivo è accelerare la decisione sul ricorso che blocca il progetto di ‘glamping’ (campeggio di lusso) che verrà concesso in usufrutto per 40 anni e per quattro soldi al Touring Club Svizzero (Tcs) ma che alla cittadinanza di Lugano costerà, alla fine, ben 12 milioni di franchi. Perché un legislativo comunale arriva a esercitare una pressione così inusuale sull’autorità giudiziaria? La risposta sta nella contraddizione in cui si sono cacciati i partiti che governano la città. Da un lato, la crisi climatica rende sempre più urgente disporre di infrastrutture pubbliche per affrontare le ondate di calore. Lugano ha appena registrato un numero record di giorni tropicali consecutivi e la canicola è ormai una costante delle estati. Mantenere chiuso uno dei principali centri balneari cittadini, per di più situato in altura, è quindi una scelta sempre più difficile da giustificare. Dall’altro lato, il progetto di privatizzazione resta bloccato dai ricorsi e nessuno sa quando arriverà una decisione definitiva. La città rischia così di restare per anni senza la piscina e senza il nuovo progetto. È questa prospettiva che mette oggi in difficoltà le forze politiche che hanno sostenuto l’operazione.

È stato però il Municipio a scegliere di chiudere anticipatamente la piscina, sostenendo che mantenerla in funzione sarebbe stato troppo costoso. Eppure una perizia commissionata dallo stesso esecutivo ha quantificato in 467’500 franchi l’investimento necessario per garantire l’efficienza degli impianti balneari per diversi anni. Una cifra contenuta rispetto al valore sociale di un’infrastruttura pubblica sempre più necessaria.

Il problema non è mai stato economico, ma politico. La chiusura della piscina è servita a favorire il progetto a favore del Tcs, attribuendo agli oppositori la responsabilità della situazione e sperando che la pressione dell’opinione pubblica portasse al ritiro dei ricorsi. Oggi quella strategia presenta il conto. Di fronte all’emergenza climatica e all’incertezza sui tempi del progetto, diventa evidente l’assurdità di una città che rinuncia a una piscina pubblica senza sapere quando potrà disporre della nuova struttura. La richiesta rivolta al Tribunale nasce da questa impasse, ma non ne risolve la causa. La soluzione più semplice resta quella che il Municipio continua a escludere: stanziare un credito straordinario per riaprire la piscina fino alla conclusione della procedura. Invece di correggere un errore politico, si preferisce chiedere al Tribunale di accelerare. Invece di preoccuparsi della urgenza climatica e sanitaria, ci si impegna a fondo nell’urgenza procedurale! Resta poi un interrogativo: questa improvvisa urgenza nasce solo dalla consapevolezza dell’assurdità della situazione o pesa anche la necessità di rassicurare il Tcs, evitando che il protrarsi dell’incertezza metta in discussione il progetto? Se così fosse, emergerebbe ancora più chiaramente come gli interessi della popolazione e della salute pubblica siano stati subordinati a un’operazione di privatizzazione.

In questa vicenda esce male anche la sinistra luganese, con la lodevole eccezione dei Verdi. Fino a pochi mesi fa, pur avendo aderito al progetto Tcs, sosteneva almeno la riapertura della piscina. Oggi preferisce unirsi e privilegiare il pressing sul Tribunale invece di chiedere con forza, insieme al Comitato popolare Piscina Parco Carona, la riapertura immediata del centro balneare. Un’occasione persa per dimostrare che la difesa dei servizi pubblici e la risposta all’emergenza climatica possono tradursi in iniziative politiche concrete.

LUGANESE / MENDRISIOTTO

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2026-07-20T07:00:00.0000000Z

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