laRegione

L’effige di Lucrezia Crivelli di Leonardo resta sequestrata

Respinto il ricorso di tre contrari per ragioni economiche

Di Malva Cometta Leon

La dama di compagnia di Beatrice d’Este e amante di Ludovico il Moro è a Lugano. Lucrezia Crivelli si trova sotto terra, in un caveau, ritratta in un’effige di 35 centimetri per 55. Il dipinto attribuito da numerosi studiosi a Leonardo da Vinci, – intitolato ‘Ritratto di donna di profilo’ o ‘Ritratto di Lucrezia Crivelli’ – è qui dal 2017, conservato sotto supervisione notarile in attesa di essere acquistato. Il quadro, al centro di una procedura di assistenza giudiziaria tra Svizzera e Italia, resterà sotto sequestro. Lo ha stabilito la Corte dei reclami penali del Tribunale penale federale (Tpf) con una sentenza del 17 febbraio, dichiarando inammissibile il ricorso presentato da tre persone che contestavano il provvedimento per ragioni finanziarie.

Il procedimento penale per riciclaggio di beni culturali

Ma facciamo un passo indietro. Il caso nasce da un’indagine della Procura della Repubblica di Parma. Secondo gli inquirenti italiani, il dipinto – attribuito alla produzione milanese di Leonardo alla fine del Quattrocento – sarebbe stato consegnato nel 1978 a un intermediario con il compito di trovare un acquirente. La proprietaria dell’epoca, poi deceduta nel 1987, gli avrebbe affidato l’opera affinché la vendesse sul mercato internazionale. La Procura sospetta tuttavia che il quadro sia stato in seguito trattenuto e fatto circolare senza il consenso degli aventi diritto. Per questo, a luglio 2025, gli inquirenti italiani hanno presentato alla Svizzera una richiesta di assistenza giudiziaria nell’ambito di un procedimento penale per riciclaggio di beni culturali ed esportazione illecita di opere d’arte. Tra le misure richieste figurava proprio il sequestro del dipinto.

Il Ministero pubblico del Cantone Ticino ha dato seguito alla rogatoria e, il 2 dicembre dello stesso anno, ha ordinato il sequestro dell’effige. Contro questa decisione hanno presentato ricorso tre persone che sostengono di vantare crediti nei confronti dell’indagato per circa 4,4 milioni di euro. A loro dire, il sequestro impedirebbe la vendita del quadro e dunque la possibilità di recuperare le somme dovute. In parole povere, nell’istanza di reclamo, i ricorrenti sostengono che il dipinto sia stato acquisito legittimamente ma contestano il sequestro perché sono creditori dell’indagato e sperano che venga venduto per ricevere i loro crediti. Si presume dunque che si tratti degli eredi della proprietaria deceduta nel 1987. Nella sentenza i giudici penali federali spiegano tuttavia che i ricorrenti non sono legittimati a impugnare il sequestro perché risultano soltanto creditori dell’indagato e non vantano diritti reali sul dipinto né ne sono possessori. Non sono stati presentati documenti sulla loro situazione finanziaria né elementi che dimostrino che l’impossibilità di vendere il dipinto impedirebbe loro di far fronte a obblighi finanziari urgenti. In assenza di un legame giuridico diretto con l’opera, il ricorso non può essere esaminato. Il Tpf osserva inoltre che le tre persone coinvolte non hanno dimostrato l’esistenza di un danno immediato e irreparabile derivante dal sequestro. Il sequestro, sottolinea la Corte, è inoltre una misura provvisoria: un’eventuale consegna dell’opera all’Italia potrà avvenire solo dopo una decisione di confisca definitiva delle autorità italiane e la conclusione della procedura svizzera. Alla luce di queste considerazioni, il Tribunale penale federale ha dichiarato il ricorso inammissibile.

LUGANESE / MENDRISIOTTO

it-ch

2026-03-11T07:00:00.0000000Z

2026-03-11T07:00:00.0000000Z

https://epaper.laregione.ch/article/281728391021465

Regiopress SA