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Ferite al collo, troppi dubbi per un tentato omicidio

Guscetti ‘bacchetta’ Fumagalli: pena sospesa al 38enne

Di Alfonso Reggiani

Il giudice Guscetti assolve il 38enne dall’accusa più pesante e critica la pp Fumagalli, che ha tratto ‘un’interpretazione parziale e fuorviante degli indizi assunti in corso d’inchiesta’.

Non capita in tutti i processi che un giudice rimproveri in modo esplicito un procuratore. Nemmeno succede spesso che la richiesta di pena venga ridotta massicciamente. Invece lo ha fatto ieri Curzio Guscetti, presidente della Corte delle assise criminali di Lugano, verso la pp Anna Fumagalli nel motivare la sentenza del dibattimento iniziato ieri nei confronti di un 38enne marocchino. L’imputato è stato condannato a quindici mesi di prigione sospesi con la condizionale per due anni, per lesioni semplici qualificate siccome commesse con un oggetto pericoloso (il collo di una bottiglia rotta), mentre la richiesta dell’Accusa è stata di otto anni di reclusione. L’imputazione di tentato omicidio intenzionale o, in via subordinata tentate lesioni gravi, presentata nell’atto d’accusa non è stata provata. O meglio, la Corte ha ritenuto completamente errate le conclusioni tratte da Fumagalli, che sono il risultato di un’«interpretazione parziale e fuorviante degli indizi assunti in corso d’inchiesta».

Versioni divergenti sui fatti

Il procedimento indiziario è stato caratterizzato dalle versioni divergenti sullo svolgimento dei fatti da parte della procuratrice e dell’avvocato Nikolas Atasayar. Il giudice ha spiegato che la ricostruzione dei fatti è stata possibile solo grazie alle immagini della videosorveglianza, che però non ha ripreso la zona (perché non ci sono le telecamere) dove è avvenuto il ferimento del ventenne, ossia piazza Manzoni a Lugano, che è stata raggiunta dall’imputato inseguito dalla vittima e da un suo amico. Tutto è cominciato con il furto del borsello della vittima da parte dell’imputato, che poi è fuggito e ha gettato a terra i due portamonete rubati, ma è stato raggiunto un paio di volte dal ventenne e dal suo amico. La prima volta sotto i portici dei palazzi Gargantini dove viene colpito un paio di volte dall’amico della vittima. È lì che l’imputato trova una bottiglia di vetro, la rompe e ne tiene in mano il collo come un’arma. Poi fugge nuovamente verso piazza Manzoni, dove viene raggiunto dai due e dove si presume che l’imputato abbia ferito al collo la vittima. Guscetti, però, ha sottolineato che non c’è alcun atto d’inchiesta che possa dimostrare come si siano svolti i fatti in piazza Manzoni. L’imputato, con in mano il collo della bottiglia, lo si vede ripreso dalle immagini della videosorveglianza più tardi quella notte (tra il 6 e il 7 giugno del 2025), in piazza della Riforma quando il reato era già stato commesso. Nemmeno i tre protagonisti hanno contribuito a chiarire la dinamica dei fatti, siccome erano ubriachi. In questa situazione, secondo il giudice, oltre ai verbali di polizia la procuratrice avrebbe dovuto interrogare personalmente i tre, per verificare se potessero emergere altri elementi sulla dinamica del ferimento. Inoltre, la pp avrebbe potuto organizzare un verbale di confronto, almeno per tentare di fornire alla corte maggiori dettagli e una migliore contestualizzazione della vicenda. Guscetti ha riconosciuto che forse non sarebbe stato possibile ottenere di più. In particolare a causa dell’elevato tasso di alcolemia dei tre protagonisti. Tuttavia, in assenza di elementi, un tentativo si poteva fare. La corte, ha proseguito il giudice, ha avuto l’arduo compito di stabilire quanto successo in carenza di prove e di indizi convergenti. Guscetti ha messo in evidenza che l’unica prova diretta è il ferimento del 20enne al collo che, secondo la perizia, è compatibile con la lesione effettuata con una bottiglia rotta. L’imputato ha riconosciuto di aver usato il collo di bottiglia per difendersi dai due inseguitori. Altri elementi non sono stati messi a disposizione della Corte delle assise criminali (giudici a latere Werner Walser e Claudio Colombi, più sei assessori giurati), per cui a convincere sono state le tesi sostenute dall’avvocato, in base al principio “in dubio pro reo”.

Una legittima difesa, ma eccessiva

L’imputato dopo il primo inseguimento ha abbandonato la refurtiva e voleva fuggire. Solo la volontà della vittima e del suo amico di continuare a rincorrere il 38enne, per farsi giustizia da soli, e solo dopo il primo colpo ricevuto l’imputato si è ‘armato’ di bottiglia rotta per usarla come minaccia difensiva, ha rilevato Guscetti. Questo modus operandi conduce a considerare una chiara situazione di aggressione della vittima e del suo amico nei confronti del 38enne, il cui agire è stato considerato come una legittima difesa, seppur eccessiva. Il giudice ha spiegato che anche l’imputazione di rapina non è stata confermata, ma è stata derubricata in furto. Il 38enne resterà in carcere, in attesa del rinvio in Marocco, visto che la sua richiesta di asilo è stata respinta dall’Ufficio federale di giustizia. L’uomo è stato condannato anche al pagamento di poco meno di mille franchi per le spese mediche per le ferite al collo della vittima, costituitasi accusatore privato e difeso dall’avvocata Claudia Solcà.

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2026-04-18T07:00:00.0000000Z

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