laRegione

Perfido amianto

di Danilo Baratti, portavoce Verdi di Lugano

Un paio di settimane fa, annunciati da un breve comunicato stampa, sono iniziati i “lavori di rimozione e smaltimento delle macerie nell’area dell’ex Macello”. Il cielo, con la frequente pioggia dei giorni scorsi, sembra aver voluto complicare a sua volta una situazione che si trascina – per ragioni politiche, giudiziarie e tecniche – da ormai cinque anni. Da quando, con un colpo di testa ancora senza testa, è stato demolito nottetempo e abusivamente un edificio di quel comparto. Anche se è passato qualche anno, non è il caso di ricordare il contesto di quell’evento: sono fatti noti. Mi limito a risollevare un paio di questioni relative allo sgombero dei materiali.

Il 9 febbraio il Consiglio comunale di Lugano aveva accolto, senza grandi discussioni, un credito di 527mila franchi per la bisogna. Credito necessario, data la situazione: almeno su questo non ci piove. Non è mancata qualche osservazione critica. In particolare Carola Barchi (liberale, architetta, che parlava – ha precisato – a titolo personale) aveva giustamente biasimato il Municipio per aver presentato un messaggio impreciso e lacunoso, e la Commissione della gestione (di cui faccio parte anch’io) per aver chiuso un occhio redigendo un rapporto essenzialmente teso a “voltare pagina senza rivangare il passato”. Riprendo qualche passaggio del suo intervento: «Ma guarda caso qui si tratta proprio di vangarlo il passato (…) la demolizione è avvenuta non solo senza licenza di costruzione, ma senza nemmeno aver preventivamente verificato se ci fosse la presenza di materiali nocivi. Grave errore da parte di chi? Del Municipio? Del Cantone? Della polizia? Delle ditte coinvolte? Dei disguidi tecnici di comunicazione tra questi attori? Nessuno ancora lo sa. Unica certezza è che saranno i cittadini a pagare il sovrapprezzo causato da questo errore. Cittadini che, per chi non lo sapesse, sono tenuti, pena una multa pecuniaria, a osservare le ordinanze cantonali sullo smaltimento delle sostanze nocive». Barchi segnalava poi un paio di incongruenze del messaggio. Quando il Municipio dice che “dalle prime ispezioni parziali eseguite il 31 maggio 2021 è risultata la presenza di materiali contenenti fibre di amianto fortemente agglomerato” è in contraddizione con il proprio comunicato stampa del 4 giugno 2021, in cui affermava che “una prima perizia parziale non rileva la presenza di amianto sui detriti dell’ex macello”. Ed è inesatto dire che “considerate queste incertezze e lo stato generale dei materiali frantumati, bisogna ricorrere al supporto di una ditta specializzata in bonifiche di amianto e sotto la supervisione di un consulente ambientale specializzato”: infatti, precisava Barchi, «in presenza di sostanze nocive bisogna sempre e comunque far capo al supporto di questi specialisti». E così è. Indipendentemente dai non detti (o diversamente detti) del Municipio, la presenza di materiali pericolosi tra le macerie è da tempo apertamente riconosciuta anche dall’esecutivo. Erano quindi più che fondati i motivi che avevano mosso la sezione Verdi di Lugano a inoltrare già il giorno dopo la demolizione una denuncia penale “nei confronti di ignoti, da identificarsi presso il Municipio di Lugano” per “i titoli di reato di violazione delle regole dell’arte edilizia (art. 229 CP), esposizione a pericolo della vita altrui (art. 129 CP), delitto contro la legge sulla protezione dell’ambiente (art. 60 LPAmb), e ogni altro che dovesse emergere”.

Premettendo che “l’operazione di demolizione presuppone l’ottenimento di una specifica licenza edilizia (art. 1 LE) e che per ottenere una licenza edilizia per la demolizione di uno stabile antecedente il 1990 è necessario inoltrare, assieme ai soliti documenti, una perizia che attesti la presenza o meno di materiali pericolosi, tra i quali l’amianto”, nella denuncia si chiedeva “che le operazioni di eliminazione dei detriti e di ripristino siano immediatamente fermate e che i detriti vengano posti subito sotto sequestro ex art. 263 cpv. 1 lett. a CPP quale potenziale mezzo di prova, nonché ex art. 263 cpv. 1 lett. d in rel. con l’art. 69 CP a scopo di confisca di oggetti pericolosi. Questa misura deve essere adottata senza indugio, visto che i lavori di eliminazione e asporto del materiale della demolizione stanno avanzando molto celermente”. Senza questo provvedimento la faccenda sarebbe stata, come si usa dire, messa via senza prete. E senza prove. Poi la procura ha avviato prontamente un’inchiesta d’ufficio con le stesse ipotesi di reato, aggiungendovi quella di abuso di autorità (che l’ex procuratore pubblico Paolo Bernasconi aveva ventilato subito dopo i fatti).

«Dà fastidio che la questione penale sia ancora ferma», dice il sindaco nell’intervista a ‘laRegione’ del 7 maggio (e dà fastidio a tutti, per ragioni anche diverse), ma almeno su una delle ipotesi di reato c’è chiarezza. Ora quel che ci si aspetta dagli inquirenti non è tanto stabilire se è stata violata la legge edilizia, ma sapere a chi si deve precisamente quell’azione sconsiderata.

Tornando all’amianto, è chiaro che il suo smaltimento, indipendentemente da quell’infelice esercizio di carpenteria notturna, sarebbe comunque costato alla Città. Ma smantellare ordinatamente una struttura non è come separare sostanze potenzialmente nocive a partire da un ammasso di detriti. Non si sarebbe speso mezzo milione. C’è da augurarsi che, se individuati (pia illusione?), i responsabili siano chiamati anche a pagare la differenza. Differenza che, come diceva ancora Carola Barchi, il Municipio avrebbe dovuto, per trasparenza, stimare e indicare nel messaggio.

LUGANESE / MENDRISIOTTO

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2026-05-18T07:00:00.0000000Z

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