Dieci anni di lavoro per il Progetto Sociale
In un libro sessanta storie di riscatto raccontano un percorso d’integrazione, dove l’accoglienza è un investimento a lungo termine
Di Arbenita Mujaj
Voci. Parole che possono essere muri che isolano o mattoni che costruiscono una professione. Per sessanta rifugiati e migranti, il ponte gettato dal Progetto Sociale del Gruppo Ospedaliero Moncucco ha permesso di unire le fragilità alle sicurezze. Dieci anni di lavoro e un libro raccontano un modello d’integrazione capace di evolversi e includere. Da queste parole può nascere un dialogo, che trasforma il coraggio di chi arriva e di chi accoglie in un cantiere aperto, diventando così uno strumento per dar forma a una nuova identità.
L’italiano come porto sicuro
Nato dall’appello di Papa Francesco a “costruire ponti e non muri”, il Progetto Sociale concretizza questa visione. Esprimersi è il primo ostacolo per coloro che giungono in Ticino come rifugiati o migranti, ma è un «elemento importante» per l’integrazione. Per Silvia Bello Molteni, una delle insegnanti del progetto, l’obiettivo da tener presente fin dall’inizio della formazione (pre apprendistato d’integrazione, Pai) è portare la «conoscenza dell’italiano dal livello di ‘sopravvivenza’, a lingua di studio, di lavoro e, con il tempo, a lingua di vita». Questo comporta «un impegno elevato, soprattutto per chi non è scolarizzato: una sfida che tanti rifugiati, ultimamente sempre più giovani, accettano e superano con buoni risultati».
Un modello decennale: dalla sopravvivenza alla professione
Nato nel 2016 come Progetto IntegraTi e ora diventato Progetto Sociale, questo modello ha un obiettivo chiaro: trasformare l’accoglienza in un’opportunità scolastica e professionale. In dieci anni, circa sessanta persone provenienti da diversi Paesi hanno iniziato il percorso: più della metà lo ha concluso, diplomandosi e trovando un’occupazione nel nostro Cantone, mentre altri stanno completando la formazione.
Nel 2020, il progetto ha conosciuto un’evoluzione: ha cambiato nome e amplificato il raggio d’azione. Alla luce di buoni risultati e della necessità di personale in ambito sanitario, le porte sono state aperte anche ai «giovani ticinesi tra 18-25 anni al beneficio di prestazioni assistenziali» e sprovvisti di uno sbocco professionale, offrendo così anche a loro una via d’uscita concreta con un percorso formativo (sostenuto dal cantone), simile a quello proposto ai rifugiati, ma con interventi scolastici ed educativi mirati alle esigenze specifiche.
Il percorso formativo rivolto ai rifugiati prevede complessivamente un anno di Pai – riconosciuto e sostenuto a livello nazionale e cantonale dal 2018 – seguito da due anni di apprendistato come addetto alle cure sociosanitarie (Acss). Durante quest’anno, nella scuola interna del Gruppo Ospedaliero Moncucco, sei persone all’anno – due giorni a settimana – studiano non solo l’italiano, ma migliorano anche le conoscenze scolastiche e professionali sanitarie di base. Negli altri tre giorni, alla teoria si affianca la pratica: i pre apprendisti aiutano i professionisti nei reparti della clinica o in altre strutture esterne (case per anziani). Alla fine del Pai, gli allievi affrontano un esame federale che certifica le competenze linguistiche raggiunte e in seguito iniziano la formazione in apprendistato, sostenuti da formatori che già seguono tutti gli apprendisti in ambito sanitario. L’attività pratica presenta differenze e difficoltà e si è notato che «l’attenzione a chi soffre unita al desiderio di aiuto rappresentano uno stimolo all’apprendimento della professione».
Il coraggio di raccontarsi
“Il progetto ha arricchito la nostra società di tante storie positive. Molte ragazze e ragazzi, donne e uomini hanno ritrovato – dopo un periodo di sofferenza e fuga, di dolore e abbandono, di incertezza – una speranza”. Sono le parole introduttive del libro curato da Bello Molteni: ‘In italiano le parole suonano in bocca’, pubblicato nel 2024. «È il risultato di questo percorso: una raccolta di scritti che dà voce alle esperienze di chi, grazie al Progetto Sociale, ha superato le sfide dell’integrazione, trasformando le difficoltà in nuove opportunità di vita». È stato un atto di coraggio «ho visto, e continuo a vederlo, soprattutto nelle tante persone con vite diverse, così lontane dalla mia». Per un anno e mezzo, l’insegnante e scrittrice ha raccolto le testimonianze orali di una trentina di partecipanti, ascoltando e scrivendo le storie concrete di chi ha superato «ostacoli linguistici e culturali per costruire un futuro dignitoso». Il libro nasce proprio così: «Per dare visibilità al coraggio e alla determinazione di chi ha attraversato un ‘ponte’ verso una nuova vita qui in Ticino».
Un modello replicabile e visionario
La validità di questo percorso è confermata dai numeri. Uno studio della Supsi relativo al periodo 2016-20 dimostra infatti che ogni franco investito in progetti di integrazione ne genera ben 7,88 di risparmio per la collettività. Un dato in piena linea con i valori del Progetto Sociale. Il Gruppo Ospedaliero Moncucco, società anonima senza scopo di lucro, punta a consolidare ulteriormente il progetto e a svilupparlo sul lungo termine. Di fatto anche delle aziende ticinesi senza statuto “no-profit” potrebbero applicare questo modello: servono visione e coraggio per creare prospettive laddove, a un primo sguardo, si potrebbero vedere soltanto difficoltà. In fondo, l’integrazione altro non è che questo: la forza di un ponte solido dove è proprio il coraggio ciò che trasforma un silenzio che isola in una lingua comune che cura.
LUGANESE / MENDRISIOTTO
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2026-06-01T07:00:00.0000000Z
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