La conferma del perito: il tetto non era pericolante
Secondo l’ingegnere, incaricato di ragionare sul caso, per evitare la rioccupazione avrebbero dovuto essere pianificati interventi edilizi importanti
Di Dino Stevanovic
No, il tetto del Centro sociale occupato autogestito (Csoa) Il Molino non era pericolante e non rappresentava un fattore di rischio per l’incolumità di persone che sarebbero eventualmente rientrate nello stabile dopo la manifestazione del 29 maggio 2021. A ribadirlo è il perito al quale la Procura ha assegnato l’incarico di analizzare da un punto di vista tecnico la controversa demolizione parziale dell’ex Macello, avvenuta durante la notte del 30 maggio di quell’anno.
Perizia a febbraio, interrogatorio ad aprile
Non si tratta di una novità. Già dalle testimonianze trapelate circa un anno e mezzo fa, che il procuratore generale Andrea Pagani stava raccogliendo durante l’inchiesta – riaperta dopo che la Corte dei reclami penali (Crp) aveva definito lacunosa quella che in sei mesi nel 2021 aveva portato al decreto d’abbandono –, era emerso che erano stati fatti alcuni anni fa dei lavori al tetto dell’edificio e che quello ritenuto pericolante in realtà fosse il tetto di un altro stabile, non utilizzato dal Csoa. Un aspetto non da poco, considerato che proprio la presunta, e ora smentita, pericolosità del tetto era stata utilizzata per giustificare l’intervento delle ruspe. La conferma come detto arriva dal perito. Nella perizia, datata febbraio 2026 e alla quale ‘laRegione’ ha avuto accesso, l’ingegnere si esprime su eventuali interventi edilizi che si sarebbero potuti fare per impedire l’accesso o il tentativo di accesso allo stabile garantendo l’incolumità dei manifestanti che eventualmente avrebbero voluto rientrare. Questo il quesito peritale posto dal pg. Quella sera, ricordiamo, dopo una manifestazione pacifica in centro città era in corso un’occupazione, definita dagli autonomi temporanea e simbolica, dell’ex Istituto Vanoni. Stando alle dichiarazioni rese dalle autorità quel giorno non era previsto lo sgombero del Csoa, poi effettivamente avvenuto al termine di una regolare procedura di disdetta dell’accordo che aveva permesso agli autonomi di insediarsi lì nel 2002.
‘Il tetto non era a rischio crollo’
Tantomeno sarebbe stata prevista quel giorno la controversa demolizione, tant’è che si era parlato d’urgenza proprio allo scopo di salvaguardare la sicurezza dei manifestanti. Un’urgenza che aveva portato ad agire senza richiedere i necessari permessi edilizi, così era stato spiegato. In realtà, successivamente è emerso che era da almeno tre mesi che autorità comunali e cantonali avevano discusso delle varie opzioni, sgombero e demolizione compresi, all’interno dello Stato maggiore allestito per gestire la situazione. Il tema, insomma, è sempre stata la sicurezza degli autonomi e il perito conferma: “Quel tetto, dopo i lavori (del 2009, ndr), non era a rischio crollo”. Se anche fosse arrivata della neve “il tetto avrebbe retto”. Dichiarazioni che non emergono dalla perizia, ma dal successivo interrogatorio del perito, avvenuto lo scorso aprile, al quale oltre al pg hanno partecipato gli avvocati Maria Galliani, Elio Brunetti e Costantino Castelli, in rappresentanza rispettivamente del vicecomandante della Polizia cantonale Lorenzo Hutter, della capodicastero Sicurezza di Lugano Karin Valenzano Rossi e dell’associazione Alba (che a sua volta rappresenta gli interessi del Molino).
Si voleva impedire il rientro nello stabile
Ed è proprio rispondendo a Castelli che l’ingegnere ha chiarito la questione del tetto. Come pure altri punti relativi alla perizia. Il perito osserva infatti che per evitare che lo stabile venisse rioccupato, obiettivo che a questo punto sembrerebbe essere stato il vero motore delle ruspe e non tanto la pericolosità del tetto, si sarebbero potuti ipotizzare degli interventi di natura provvisoria – come la muratura delle pareti o la chiusura con tavole di legno/metallo –, ma che questi “non avrebbero annullato il rischio che qualcuno avesse potuto accedere alla terrazza o alla copertura”. E quindi? “Per garantire l’incolumità di manifestanti eventualmente intenzionati a riguadagnare spazi sgomberati avrebbero dovuto essere pianificati interventi edilizi importanti”.
In un paio di giorni si sarebbero potute posare reti invalicabili
Questi ultimi avrebbero dovuto essere accompagnati da un perimetro di sicurezza con reti invalicabili e dalla presenza di sorveglianza (video o agenti). Il tutto, naturalmente, avrebbe dovuto essere preceduto da una “dettagliata analisi e pianificazione fatta da specialisti del settore”, comparando tutte le possibili soluzioni. Quali? “Le varianti nel caso in esame sarebbero partite da misure importanti costruttive ma sicuramente anche soluzioni di delimitazione del perimetro e sorveglianza (si ribadisce, ndr) come pure la demolizione in ottica di futuri interventi”. Rispondendo a Pagani, il perito ha precisato poi nell’interrogatorio che la posa di reti invalicabili “avrebbe necessitato lavori per un paio di giorni”. Non molto quindi. A far la differenza, a livello temporale, è il fatto che trattandosi di un progetto costruttivo, ci sarebbero dovute essere le varie fasi di pianificazione, appalto, delibera ecc. Tuttavia, come noto, neanche nella realtà dei fatti le procedure edilizie sono state rispettate ed è questo uno dei nodi principali per i quali si ipotizzano i reati di abuso di autorità, violazione delle regole dell’arte edilizia e infrazione alla Legge federale sull’ambiente a carico dei due imputati. L’accusa di danneggiamento invece è stata ritirata pochi mesi fa, dopo che Alba e Municipio hanno trovato un accordo per indennizzare con oltre 30’000 franchi i primi a causa dei numerosi oggetti rimasti sotto le macerie.
Demolire? ‘Non ho contemplato l’ipotesi. Non posso esprimermi sulla minaccia’
I contenuti della perizia sono stati parzialmente anticipati dalla Rsi. Tuttavia, come appurato da ‘laRegione’, sembra emergere che la demolizione non fosse l’unico scenario percorribile. Sono piuttosto numerosi peraltro gli esempi di sgombero di luoghi occupati, in Svizzera – a cominciare da Lugano, con il Maglio nel 2002 – e all’estero, che sono stati eseguiti senza demolire, né demoliti sono stati altri edifici poi occupati in questi ultimi cinque anni. Ma, se n’è parlato nell’interrogatorio di aprile, il perito rispondendo sempre a Castelli conferma che “la demolizione di uno stabile è un intervento edilizio importante, ma quando ho parlato di ‘intervento edilizio importante’ (nella perizia, ndr) non ho contemplato l’ipotesi della demolizione”. Non solo, a domanda del medesimo avvocato se quella fosse l’unica opzione attuabile, l’ingegnere replica che la risposta non è di sua competenza. “Non si tratta di un caso edilizio semplice quando occorre fare in modo che uno stabile non possa essere riguadagnato – ancora il perito –. È la minaccia che fa definire le soluzioni e le alternative. Io nel caso concreto non ho esaminato la minaccia concreta e quindi non posso esprimermi sulle varianti esecutive”.
La seconda fase dell’inchiesta è ripartita esattamente tre anni fa e dovrebbe essere, in teoria, alle battute finali. Di recente è stato risentito dagli inquirenti Hutter e, stando a nostre informazioni, le versioni fra autorità di polizia cantonale e autorità politica cittadina su chi abbia dato il la alle ruspe non collimerebbero. È da vedere come le valutazioni peritali si inseriscono in questo scenario.
LUGANESE / MENDRISIOTTO
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2026-06-05T07:00:00.0000000Z
2026-06-05T07:00:00.0000000Z
https://epaper.laregione.ch/article/281732686162050
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