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Chiesti 15 anni per l’architetto del colpo

Per l’accusa, i sette rapinatori sono una banda ben organizzata. La difesa si batte per una massiccia riduzione delle pene, convinta del contrario

Di Malva Cometta Leon

«Tutti e sette gli imputati sapevano cosa avrebbero fatto e i ruoli di ciascuno erano stati definiti nei dettagli». Secondo il procuratore pubblico Simone Barca, la rapina alla gioielleria Taleda del 2 luglio 2024, in pieno centro a Lugano, non fu un colpo improvvisato ma un piano studiato nei minimi particolari. Una ricostruzione che si pone in netto contrasto con le dichiarazioni rese lunedì dagli imputati, alcuni dei quali hanno sminuito il proprio ruolo e contestato la presenza di un vero piano criminale. La seconda giornata del dibattimento davanti alla Corte delle Assise criminali di Lugano, riunita eccezionalmente al carcere La Farera per motivi di sicurezza, si è aperta con la requisitoria dell’accusa e con le richieste di pena. Per i sette imputati, accusati a vario titolo del reato principale di rapina aggravata, sono state proposte condanne tra i 3 e i 12 anni. Fa eccezione un 50enne serbo, chiamato a rispondere anche di tentato assassinio per aver premuto due volte il grilletto, a vuoto, in direzione del poliziotto intervenuto solo 16 secondi dopo l’inizio della rapina, cogliendolo con le mani nel sacco. Per lui il procuratore pubblico ha chiesto 15 anni di carcere e l’espulsione a vita dalla Svizzera. Alle spalle, l’uomo ha già numerosi precedenti e in totale, lo ha detto lunedì, ha trascorso vent’anni in prigione.

Secondo l’accusa, la responsabilità dell’uomo sarebbe «estremamente grave»: «L’agente è oggi ancora vivo solo per circostanze fortuite». È proprio su quei due tentativi di sparo che si concentra uno dei nodi principali del processo: la pubblica accusa ritiene che il 50enne abbia agito con la volontà di eliminare un ostacolo alla fuga, mentre la difesa sostiene che non vi fosse alcuna intenzione di ferire o uccidere.

Per gli altri tre autori materiali della rapina, il procuratore pubblico ha parlato di responsabilità altrettanto rilevanti. «Hanno sposato il piano, non sono complici ma correi», ha sostenuto. Le richieste sono di 12 anni per il 48enne, 19 anni per il 37enne coinvolto nella colluttazione con un agente e 8 anni e 3 mesi per il 36enne. Per la 30enne, unica donna del gruppo, la richiesta è di 3 anni e 10 mesi, mentre per i due presunti autisti sono state proposte pene di 8 anni e 8 anni e 3 mesi.

I quattro principali autori materiali della rapina si trovano in carcere dal giorno stesso del colpo, quando furono arrestati dopo la fuga fallita. Nel corso della requisitoria, Barca ha ricostruito la preparazione dell’assalto, dagli incontri precedenti fino alla riunione organizzativa tenuta a Vienna, a casa di uno di loro, dove secondo l’accusa sarebbero stati definiti gli ultimi dettagli. Alcuni degli imputati, sempre secondo la pubblica accusa, sarebbero riconducibili alla banda criminale dei Pink Panthers. «Erano perfettamente organizzati e la rapina è stata studiata nei minimi particolari», ha affermato il pp. Il bottino previsto, se il piano non fosse stato prontamente interrotto, sarebbe stato milionario. I rapinatori puntavano a una refurtiva vicina al mezzo milione di franchi, da spartirsi in quattro; il valore di gioielli e orologi effettivamente recuperati dopo l’arresto si aggirava invece attorno ai 300mila franchi.

La mattina del 2 luglio 2024, il gruppo sarebbe partito in direzione di Lugano passando dal valico di San Pietro di Stabio con due furgoni e due automobili. La 30enne avrebbe avuto il compito di fare da apripista, perché secondo l’accusa, il pensiero dei rapinatori era che avrebbe attirato meno sospetti. Una volta arrivati in città, tre di loro sarebbero rimasti in posizioni strategica, pronti per la fuga, mentre i quattro uomini incaricati di svaligiare la gioielleria avrebbero raggiunto il negozio Taleda, in via Pessina, dando il via alla rapina a mano armata.

Fermati dopo 16 secondi

A guidare l’azione sarebbe stato il 50enne, la «mente del piano criminale». L’intera azione, nelle intenzioni del gruppo, avrebbe dovuto durare appena 30-40 secondi. Dopo soli 16 secondi, però, due agenti della Polizia della Città di Lugano sono intervenuti, intimando ai rapinatori di deporre le armi. Due degli uomini, un 36enne e un 48enne, si sarebbero arresi immediatamente. Un terzo, un 37enne, avrebbe finto di farlo, per poi tentare la fuga e finire nella ormai celebre colluttazione con uno dei due agenti in bicicletta, ripresa da alcuni passanti. Il quarto, il 50enne, avrebbe invece continuato a riempire lo zaino con gioielli e orologi prima di rivolgere l’arma contro il poliziotto. Secondo l’accusa, l’uomo sapeva che la pistola era carica ma non si sarebbe accorto che aveva la sicura inserita. Una circostanza che, per il procuratore pubblico, non esclude la volontà di colpire: «Non aveva la minima intenzione di tornare in carcere: era disposto a eliminare ogni intralcio, anche a costo di uccidere». Il poliziotto ha quindi esploso un colpo – poi ritenuto per legittima difesa dal procuratore generale Andrea Pagani – che è finito sulla vetrata della gioielleria. Il 50enne, in quel frangente, avrebbe approfittato della confusione per fuggire, ma è stato fermato con il bottino poco dopo da altri agenti.

Parola alla difesa

Per il fuggitivo, considerato dall’accusa la mente della rapina – e come d’altronde ha detto lui stesso in aula – l’avvocata Elisa Lurati ha chiesto il proscioglimento dalle accuse di tentato assassinio e lesioni gravi. La difesa ha sostenuto che l’uomo non avesse mai avuto l’intenzione di ferire l’agente: «Non aveva paura del poliziotto, se avesse voluto sparargli lo avrebbe fatto». Secondo Lurati, il suo assistito avrebbe avuto tutto il tempo per togliere la sicura alla pistola qualora avesse davvero voluto colpire l’agente: «È un esperto di armi e avrebbe avuto il tempo per farlo quando era dietro la porta della vetrina». L’obiettivo, ha ribadito la legale, sarebbe stato soltanto quello di riuscire a fuggire. L’uomo, ha aggiunto Lurati, «si è assunto da subito le sue responsabilità, confessando di essere stato l’organizzatore del colpo» e in carcere «ha avuto un atteggiamento esemplare». Per questo motivo è stata chiesta una pena sensibilmente inferiore rispetto ai 15 anni proposti dall’accusa, ritenuti «sproporzionati».

Per il 37enne serbo, comparso nei video dei testimoni durante il corpo a corpo con l’agente, l’avvocata Flavia Marone ha insistito sul ruolo marginale del suo assistito nella preparazione della rapina: «È stato importante per l’esecuzione sul posto, poco nell’organizzazione, limitato nella preparazione, nullo nell’ideazione del colpo». Secondo la difesa, il 37enne avrebbe saputo solo la sera prima quale fosse l’obiettivo: «È stato un mero esecutore». La legale ha quindi chiesto una pena non superiore ai sei anni. Anche Matteo Genovini, difensore del 48enne croato, ha contestato l’esistenza di una banda organizzata: «È solo un cane sciolto». Secondo il legale, il comportamento tenuto durante la rapina dimostrerebbe un’improvvisazione incompatibile con un piano criminale strutturato: «Il caotico epilogo dimostra che il gruppo non era preparato agli imprevisti». La richiesta della difesa è una condanna non superiore ai cinque anni. Oggi toccherà agli altri difensori e poi la Corte, composta dal presidente e giudice Amos Pagnamenta e dai giudici a latere Emilie Mordasini e Luca Zorzi, si riunirà per deliberare.

LUGANESE / MENDRISIOTTO

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2026-06-10T07:00:00.0000000Z

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