‘Più controlli sui coltelli e più prossimità’
Ahmed Ajil, criminologo e ricercatore all’Università di Lucerna, sui recenti accoltellamenti a Lugano, ribadisce: ‘Problema sulla concezione di mascolinità’
Di Dino Stevanovic
Parlare di «problema culturale» nei casi di violenza che coinvolgono stranieri è un «modello esplicativo parziale». Ne è convinto Ahmed Ajil, criminologo e ricercatore all’Università di Lucerna, che abbiamo interpellato per un’opinione sul dibattito innescato dai recenti accoltellamenti avvenuti a Lugano: in due fine settimana sono rimasti feriti quasi mortalmente un 19enne afghano e un 24enne iracheno, colpiti da due giovani italiani, uno dei quali residente nel Luganese. Un dibattito che, la Lega dei Ticinesi in particolare – tra sindaco Michele Foletti e gruppo in Gran Consiglio –, si sta focalizzando quasi esclusivamente sull’origine dei protagonisti, anche se vittime.
‘Meccanismi appresi in Svizzera’
Una lettura diversa ce l’ha invece fornita un altro studioso, Markus Theunert. Il responsabile operativo dell’associazione zurighese männer.ch ha posto infatti l’accento piuttosto sul genere sessuale dei protagonisti degli episodi di violenza, quasi sempre uomini, e sul modello di mascolinità aggressiva e tossica che rappresentano. Una questione dunque più sociale che culturale o addirittura etnica, come sostenuto invece dai leghisti. Interpretazione contestata anche da Ajil. «Dipende sempre dalla cultura di cui si parla – constata –. Il concetto di cultura viene tirato in ballo quando si tratta di persone non bianche. Nel caso di svizzeri bianchi, invece, non si parla di cultura quando compiono atti simili. Si tratta di un modello esplicativo parziale, che fa leva su stereotipi volti a ‘culturalizzare’ i comportamenti. Di certo, non è che in Afghanistan o in Iraq si riscontri l’abitudine di accoltellare il prossimo come tratto culturale. Si tratta piuttosto di modelli comportamentali e meccanismi violenti di gestione delle situazioni che vengono appresi qui in Svizzera».
‘Radicata l’idea che l’uomo debba reagire con violenza per vergogna o senso di colpa’
«Gli uomini sono in generale sovrarappresentati nelle statistiche sulla criminalità, in particolare per quanto riguarda i reati violenti commessi in spazi pubblici. Sia come autori che come vittime», osserva il nostro interlocutore. «Abbiamo quindi decisamente un problema che riguarda gli uomini, i giovani uomini e le concezioni di mascolinità». Un problema di che tipo? «È profondamente radicata l’idea che un uomo debba reagire con la violenza quando prova vergogna o senso di colpa. Tale violenza si manifesta in modi diversi a seconda delle risorse e dei privilegi di cui si dispone: se un avvocato o il figlio di un avvocato si sente umiliato, non ricorre alle mani, ma ad azioni legali per far valere le proprie ragioni. È un fenomeno non meno tossico e molto più intrecciato all’abuso di potere, ma passa inosservato perché compatibile con il sistema».
Fattori psicologici, biologici, socioeconomici
Ad accomunare le vittime e gli aggressori dei recenti fatti di cronaca però non è solo il genere, ma anche la giovanissima età. «La delinquenza giovanile, soprattutto in questa forma (pubblica e di gruppo), è un fenomeno frequente tra gli adolescenti e i giovani adulti – premette il ricercatore –. In criminologia è noto che, fino alla giovane età adulta, fattori psicologici e biologici possono contribuire a una maggiore propensione alla violenza. A ciò si aggiungono molto spesso fattori socioeconomici, stress, dinamiche di gruppo e una certa predisposizione legata al proprio vissuto, come il pensiero ‘tanto non ho nulla da perdere’, dovuto ad esempio alla perdita del lavoro, alla disoccupazione o all’emarginazione sociale».
Stop all’emarginazione e alle armi
Evitare l’emarginazione e favorire l’integrazione è, secondo Ajil, ancora uno dei cardini di un giusto approccio di contenimento del fenomeno. «Sì, credo che la strategia corretta, in fondo, sia la stessa adottata per la delinquenza giovanile in generale: lavoro sociale proattivo, preventivo e di prossimità, creazione di spazi per adolescenti e giovani adulti. A ciò si deve affiancare, in un’ottica di lungo periodo, una riflessione sulla mascolinità e sulla violenza, ad esempio attraverso workshop nelle scuole o negli istituti professionali. La soluzione più efficace e duratura resta naturalmente l’integrazione di tutti i membri della società nel sistema: chi ha qualcosa da perdere non lo mette a repentaglio con leggerezza». Infine, un intervento efficace deve passare anche da «controlli per verificare l’eventuale possesso di coltelli e il loro sequestro laddove necessario. Portare con sé un coltello è il problema iniziale: molti sostengono di farlo per difesa personale, ma una volta che l’arma è presente, diventa pericolosa nelle situazioni di stress».
LUGANESE / MENDRISIOTTO
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2026-08-26T07:00:00.0000000Z
2026-08-26T07:00:00.0000000Z
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