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Il pop viscerale di LP, il viaggio nel tempo dei Jamiroquai

Due idee opposte di stare sulla scena e intendere il passato

Di Virginia Antoniucci

Sul sito della serata vengono quasi presentati come due anime affini, accostando LP e i Jamiroquai, ma forse il fascino dell’accoppiata sta proprio nel contrasto tra due figure opposte. Alla quinta delle undici serate di Moon&Stars, i due atti arrivano sullo stesso palco portandosi dietro due idee antitetiche di stare sulla scena e di intendere il passato: da una parte una band che incarna un’epoca chiusa e se ne fa scudo – tra cappelli iconici, eco-funk e nostalgia certificata – dall’altra un’artista che usa l’estetica rétro per raccontare qualcosa di presente.

Il compito di LP è ingrato: fare da ariete termico per il pubblico in attesa dei Jamiroquai, scaldando una Piazza Grande non necessariamente sua con i colpi sicuri di ‘Girls Gone Wild’ e le prime esche estratte dal prossimo album ‘Room 12’. Con il suo taglio da Greenwich Village, l’ukulele e quell’androginia fiera, LP muove i suoi passi sicuri su una piazza intera che potrebbe non conoscerla benissimo, per farla abbandonare al pop di un’artista che ha passato anni a scrivere successi per altri, da Cher a Rihanna fino a Christina Aguilera, prima di trasformare la propria voce in un’identità riconoscibile. Voce che si arrampica sulle ottave con una foga muscolare che le tracce in studio faticano a contenere. Visivamente e vocalmente richiama il vibrato teatrale di Roy Orbison, la malinconia corale dei Fleetwood Mac e la sfrontatezza rockabilly alla Buddy Holly, anche nell’uso dei singhiozzi vocali e dei piccoli tic ritmici. Resta il celebre fischio: reiterato, presente praticamente in ogni pausa, tanto da sembrare più un automatismo che un semplice vezzo scenico.

La piazza capitola per il caldo e per lo sfinimento ma soprattutto perché LP la convince a cedere l’ultima resistenza, accettando di steccare e dimenticare le parole davanti al rullo compressore di ‘Lost on You’, pur di consumare l’esorcismo collettivo di un coro che, ormai, sta per chiudere la partita.

Nostalgia in alta definizione

Se LP usa la musica come confessione di spettri personali, Jay Kay riconsegna la piazza all’edonismo più patinato e rigorosamente apolitico degli anni Novanta: quello dei Jamiroquai. Un ospite che saluta il pubblico con la confidenza di chi è ormai di casa – alla sua ennesima apparizione sul palco di Piazza Grande – alla guida di un’operazione inevitabilmente nostalgica a cui non rinuncia nemmeno coperto di sudore. L’uniforme è quella d’ordinanza, inscalfibile dal tempo: il sobrio ma iconico cappello, le scarpe Adidas e una giacca di pile chiusa fino al mento che sfida le leggi termiche della mezza estate. La nostalgia trapela anche nei suoi calcoli estemporanei dal palco, mentre rispolvera i brani di quel 1996 che vide la luce di ‘Travelling Without Moving’ e della celeberrima ‘Virtual Insanity’, nel tentativo quasi matematico di contare quante edizioni del festival siano passate da allora. A quasi sessant’anni, è difficile pretendere che Jay Kay sia ancora il ballerino ossessivo capace di saltare elasticamente da una parete all’altra come nel video che lo rese un’icona globale. Eppure, quella stessa energia cinetica trova oggi un frontman più rilassato e sornione, supportato da un’estensione vocale rimasta sorprendentemente intatta, cristallina nei falsetti e solida nei medi.

È un tuffo nel passato? Certamente. Ma senza quella patina nostalgica e patetica che spesso accompagna le reunion e le celebrazioni. Per una sera Piazza Grande diventa una gigantesca discoteca a cielo aperto, dove l’acid jazz degli anni Novanta riesce paradossalmente a suonare più fresco di molta della musica che domina oggi le classifiche.

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2026-07-14T07:00:00.0000000Z

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