laRegione

È miope tagliare il salario al personale malato del Lis

di Laura Travelli, già assistente di cura Lis

Ho lavorato per più di dieci anni come assistente di cura in una residenza per anziani degli Istituti sociali di Lugano e devo dire che sono scioccata dalla notizia che ho appreso leggendo laRegione del 2 novembre. Mi chiedo se il Consiglio comunale (...) (...) della Città conosca veramente le condizioni di lavoro negli Istituti, visto che ha deciso a larghissima maggioranza di penalizzare il personale assente per malattia. Detrarre un quinto dello stipendio al personale durante le prime tre giornate di malattia (se si tratta di malattia non professionale) mi sembra completamente miope. Non che non ci siano stati casi in cui anche con le colleghe ci dicevamo che qualcuno avesse un po’ abusato, ma bisogna tenere presente il contesto generale di un lavoro reso sempre più logorante da scelte di gestione volte al risparmio.

Negli ultimi dieci anni le condizioni di lavoro si sono deteriorate anno dopo anno, al punto che sono stata lieta di poter andare in pensione. Quando sono arrivata, molto motivata, nella mia struttura, che contava cinque piani, lavoravano ogni giorno due persone addette alla pulizia per piano. Alla mia partenza erano spesso solo due per tutta la residenza. È facile immaginare come questi risparmi abbiano avuto un impatto sulla qualità delle cure dei residenti e sulla salute del personale di pulizia. Si può discutere dell’opportunità che sia un’assistente di cura oppure qualcun altro a pulire i bisogni di un anziano ma, di fatto, anno dopo anno avevamo sempre meno tempo per prodigare cure. Poi hanno ridotto il personale nella lavanderia e fatto equipaggiare ogni capo d’abbigliamento dei residenti con una pulce elettronica, così che quando per esempio un indumento veniva dimenticato da un ospite, era diventato impossibile identificarlo! In maniera generale, si passava sempre più tempo davanti ai computer che al fianco dei residenti.

Ma più grave ancora è stato l’aumento della sfiducia nei nostri confronti e le condizioni di lavoro sempre più precarie (con molti orari spezzati e annunciati con pochissimo preavviso). Così tornavo a casa sempre più insoddisfatta e l’indomani iniziavo il mio turno con apprensione. La sfiducia si è materializzata con l’introduzione di un nuovo sistema di controllo delle presenze, che ha sostituito il cartellino con l’impronta digitale, per evitare eventuali abusi, come se l’assenza di un membro del personale curante potesse non essere notata. Col nuovo sistema, l’amministrazione ha anche cominciato a contare i minuti di presenza sulla base dei controlli. Non ha invece pensato a organizzare delle supplenze per rimpiazzare il personale assente per gravidanza o in lunga malattia. Così anche se in teoria dovevamo essere in otto su un piano, capitava che fossimo solo in quattro.

Dovrebbe essere chiaro che l’approccio gestionale scelto negli Istituti sociali di Lugano non ha tra le sue priorità la qualità della relazione di cura e ancora meno il benessere del personale. Magari, invece di castigare chi è assente per qualche giorno, ci si dovrebbe chiedere come mai l’assenteismo aumenta. Purtroppo il personaggio del film di Petra Volpe “Heldin” (visibile su Netflix) non è un personaggio di finzione. Il disagio del personale di cura è realtà anche da noi.

LUGANESE / MENDRISIOTTO

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2026-11-03T07:00:00.0000000Z

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https://epaper.laregione.ch/article/281749866369482

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