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Antiche sì, ma non tutte beni culturali

Prosciolto un 66enne attivo nel Luganese accusato di ripetuta infrazione alla Legge federale sul trasferimento per il commercio di nove monete

Di Prisca Colombini

«Non tutte le monete antiche sono beni culturali». È questa la conclusione che ha portato la giudice Petra Vanoni a prosciogliere «su tutta la linea» un 66enne commerciante italiano, attivo professionalmente nel Luganese, comparso davanti alla Pretura penale per rispondere di ripetuta infrazione alla Legge federale sul trasferimento dei beni culturali. L’uomo si è opposto al decreto d’accusa della procuratrice pubblica Petra Canonica Alexakis che aveva proposto la condanna a una pena pecuniaria, sospesa per due anni, di 30 aliquote giornaliere da 170 franchi l’una. L’avvocato Dario Jucker ha invece chiesto il proscioglimento. «Mi sono opposto perché non si tratta di beni culturali – è stata la risposta dell’imputato alla giudice –. Vengo incolpato di non avere dato seguito alle normative vigenti per l’importazione di beni culturali, ma le ho rispettate».

Due casi: monete egizie e cartaginesi

Il primo episodio, nel giugno 2022, riguarda quattro monete egizie provenienti dagli Stati Uniti. «Ho ricevuto incarico da un collezionista svizzero di verificare ed eventualmente acquisire queste monete che erano in vendita in un’asta organizzata da uno dei principali operatori numismatici americani e del mondo – ha spiegato il 66enne –. Me le sono aggiudicate, le ho pagate e me le sono fatte spedire». Nel modulo doganale «ho dichiarato che non si trattava di beni culturali: quando le ho ricevute le ho consegnate a chi me le aveva chieste». Nel gennaio scorso all’imputato sono invece state reimportate dalla Cina cinque monete cartaginesi «che mi sono state richieste da una cliente cinese». Una volta effettuata la spedizione con una società di trasporto internazionale, «la cliente mi ha chiesto di fermarmi perché per l’importazione di questo materiale in Cina serviva un’operazione amministrativa fiscale di cui non era in possesso». Pur avendo chiesto il blocco della spedizione, la stessa è arrivata a destinazione, «ma mi è stata rimandata perché non poteva essere ritirata». Alla dogana «mi è stato nuovamente chiesto se si trattasse di beni culturali e la mia risposta è stata negativa». In generale, «si tratta di monete che si vedono in commercio in tutte le parti del mondo, anche a Bellinzona viene organizzato un convegno, e non si può dire che sono rare».

‘Con la paghetta compravo libri di numismatica’

Parlando della sua professione, il 66enne ha spiegato di essere «un numismatico professionista». Una passione nata da subito dato che «con la paghetta che mi davano quando avevo 14 anni compravo i libri di numismatica». Un’esperienza, quella dell’uomo, «costruita sul campo, mentre oggi c’è una formazione accademica». Oltre alla sua attività commerciale, «sono uno studioso e ricercatore, e ho pubblicato diversi libri di numismatica». Perché, ha voluto sapere la giudice, è arrivato alla conclusione che le monete non sono beni culturali importanti? «Le monete sono oggetti seriali – è stata la prima motivazione fornita –. Sulla base dei coni conosciuti e facendo delle comparazioni, sono riuscito a dimostrare che sono monete create per pagare i mercenari militari che da Cartagine volevano invadere la Sicilia». La seconda spiegazione è economica. «Di recente negli Stati Uniti una moneta è stata pagata 25 milioni di dollari. Queste facevano parte di una collezione privata che avevo acquistato, erano destinate a essere montate in oreficeria e sono state vendute a 500 franchi l’una. Fossero state veramente importanti, avrebbero avuto ben altro valore». A supportare la tesi del 66enne ci sono state anche due perizie di esperti. Di parere opposto è stata invece l’analisi commissionata dall’Ufficio federale della cultura, che ha stabilito che le monete sono rare per la loro età. «Una moneta non è rara perché è stata coniata ieri, ma perché è stata prodotta in pochi esemplari», è stato il commento del 66enne.

‘Ha la massima competenza’

L’avvocato Jucker ha ricordato che «in entrambi i casi le monete non erano beni inclusi negli elenchi statali dei due Paesi, non erano oggetto di provvedimenti che ne limitavano la circolazione e non erano incluse in nessun accordo bilaterale». Il 66enne «ha stimato e valutato in base alla sua massima competenza, adattando i principi e i criteri dell’Ufficio cultura». Parlando della perizia federale, il legale ha aggiunto che «non è vero che tutto ciò che è antico è prezioso o un bene culturale. Questa conclusione espone a un pericolo enorme chi importa in Svizzera». Svizzera che «ha siglato accordi bilaterali con 10 Paesi dove sono specificati i beni importanti». Chiamato a esaminare il caso dell’importazione di un quadro dalla Turchia, «il Tribunale federale ha confermato questi accordi come l’unica fonte certa per la definizione di bene culturale». Dopo quella sentenza, ha concluso il legale, «l’Ufficio federale dei beni culturali ha esteso il campo di applicazione di questa legge, rendendolo sempre più indeterminato e incerto». Nel motivate la sentenza, la giudice Vanoni ha riconosciuto che «si tratta di un campo estremamente tecnico», ricordando che già al momento della stesura del messaggio federale «c’erano state delle critiche». Nel caso in esame «le operazioni sono state trasparenti, tracciate e giustificate». Vanoni si è detta «basita» per il fatto che «tutti gli oggetti dell’antichità vanno classificati come beni culturali. Occorre valutare di caso in caso l’oggetto con cui si è confrontati». Se per le monete egiziane «ci sono due pareri di luminari della materia», per le altre «ci sarebbe, ma non è agli atti, la perizia di una dottoressa di Losanna». A questo si aggiunge che il 66enne, a cui è stata riconosciuta un’indennità di 5’844 franchi, «ha una grande esperienza e non ha mai avuto problematiche di questo tipo».

LUGANESE / MENDRISIOTTO

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2026-01-31T08:00:00.0000000Z

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https://epaper.laregione.ch/article/281754160746704

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