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Kerry James Marshall, la mostra necessaria

Al Kunsthaus di Zurigo le ‘Histories’ di un artista e la sua idea fondamentale: colmare l’assenza delle figure nere nella storia della pittura occidentale

Di Elda Pianezzi

The Histories, la più grande esposizione mai dedicata a Kerry James Marshall fuori dagli Stati Uniti, è approdata al Kunsthaus di Zurigo, dove resterà fino al 16 agosto. Con oltre 70 opere distribuite su undici cicli tematici che abbracciano quarantacinque anni di carriera, la mostra occupa le sale dell’edificio Chipperfield, con un’estensione fino all’edificio Moser, dove sette opere monumentali dialogano con la collezione permanente del museo. Curata da Mark Godfrey in collaborazione con Cathérine Hug, l’esposizione nasce dalla cooperazione tra la Royal Academy of Arts di Londra (dove è stata presentata tra settembre 2025 e gennaio 2026) e il Musée d’Art Moderne de Paris, prossima tappa del percorso.

Nato nel 1955 a Birmingham, Alabama – città simbolo del movimento per i diritti civili – Marshall si è trasferito da bambino a Los Angeles, poco prima delle rivolte del 1965. La vicinanza alla sede dei Black Panthers ha lasciato in lui un profondo senso di responsabilità sociale. Formatosi all’Otis Art Institute, dove scoprì l’opera del pittore realista afroamericano Charles White, Marshall si trasferì poi a Chicago nel 1987, città dove tuttora vive e lavora. Nel 1997 ha ricevuto la MacArthur Fellowship ed è considerato uno dei pittori più importanti del nostro tempo, riconosciuto nel 2017 dal Time come una delle cento persone più influenti al mondo.

L’intera opera di Marshall ruota attorno a un’idea fondamentale: colmare l’assenza delle figure nere nella storia della pittura occidentale. L’ispirazione originaria viene dal romanzo L’uomo invisibile di Ralph Ellison (1952), in cui il protagonista è “invisibile” perché la società americana non lo considera degno di attenzione. Da questa lettura nasce Invisible, il primo grande ciclo di opere: figure nere su sfondi scuri, quasi indistinguibili, dipinte con tempera a uovo in omaggio ai maestri senesi. Ne è un esempio il piccolo autoritratto A Portrait of the Artist as a Shadow of His Former Self, dove un volto su una tela completamente nera, formato unicamente da occhi e denti bianchi, appare dall’angolo in cui è stato relegato come uno sbaglio o uno scherzo dell’artista.

Domande

In un’epoca dominata dall’intuizione e dall’espressività – da Giacometti a Pollock – Marshall, con le sue figure portatrici di una funzione retorica, ha scelto un cammino opposto: composizioni meticolose, dove ogni elemento è orchestrato con precisione. Le sue tele, spesso monumentali, sono opere multistrato che sollevano più domande di quante ne risolvano. In esse Marshall reimmagina i generi della pittura occidentale – ritratto, paesaggio, pittura storica, scena romantica – attingendo contemporaneamente all’arte dell’Africa e delle sue diaspore. Per dipingere la pelle dei suoi personaggi utilizza diversi pigmenti neri (nero d’avorio, nero di Marte, nero carbone) perché, secondo lui, il nero va reso in modo pienamente cromatico: “Se dici nero, dovresti vedere nero”. Nei Dipinti della vita moderna, realizzati su scala epica negli anni Novanta, Marshall rappresenta la vita quotidiana afroamericana: bambini che giocano, amanti che ballano o famiglie che si godono una giornata al parco. Di particolare importanza la composizione De Style del 1993, che ritrae un gruppo di uomini neri dal barbiere secondo un amalgama di stili storico-artistici che celebrano l’identità afroamericana. Fanno parte di questo ciclo anche i dipinti dedicati ai complessi di edilizia popolare sorti a partire dagli anni Quaranta nel nord e nell’ovest degli Stati Uniti, dove molte famiglie migrate dal sud, proprio come quella di Marshall, si stabilirono in un misto di speranza e resilienza. Un ottimismo che si incrinò nel corso degli anni Sessanta, decennio segnato dall’assassinio di importanti leader neri che lottavano per i diritti civili e contro la segregazione razziale. Una realtà che Marshall – trasformando il modello dell’Annunciazione rinascimentale – racconta nel ciclo Souvenir, con dipinti che commemorano gli eroi politici e culturali di quegli anni mostrandoli come gli angeli stanchi dei sogni incompiuti di un’epoca.

Flashback

Con il ciclo Pantheon Marshall torna indietro con il tempo e ci presenta ritratti immaginari di schiavi ribelli, poeti, abolizionisti e attivisti, accanto ai quali si trovano paesaggi che deformano le figure dei presidenti Washington e Jefferson per rimandare al lavoro degli schiavi, i fautori delle loro tenute e della loro ricchezza. Un viaggio a ritroso nella storia che continua con le opere Wake e Gulf Stream, che affrontano il tema della traversata transatlantica. La prima è un’installazione scultorea composta da un modello di veliero annerito, adagiato su una base di plexiglas nero lucido che evoca le acque profonde dell’oceano. Lo scafo e le vele sono ricoperti da circa un migliaio di medaglioni in plastica di vari colori, ciascuno dei quali contiene il ritratto di un discendente dei circa venti africani sbarcati per la prima volta a Jamestown, in Virginia, nel 1607. I medaglioni si riversano dallo scafo formando una scia – il “wake” del titolo, che in inglese significa anche veglia funebre. L’opera commemora un’intera stirpe di persone le cui vite sono state segnate dall’esperienza traumatica della schiavitù e dalla cui resilienza è nata la vivace cultura afroamericana. Gulf Stream è invece un dipinto che, richiamando il celebre quadro omonimo di Winslow Homer, ribalta il tema del naufragio reinterpretandolo in chiave di liberazione.

Il ciclo, appositamente creato per la mostra, che conclude questo provocatorio viaggio nel tempo, è Africa rivisitata. Qui Marshall affronta la questione scomoda della partecipazione africana alla tratta degli schiavi: dipinti che mostrano persone che rapiscono bambini, trasportano prigionieri, tornano carichi di bottino oppure ancora l’assassinio di Shaka Zulu per mano dei suoi fratellastri. Figure nere sicure di sé, spinte dall’avidità per i beni di consumo europei. È una pittura che non fa sconti a nessuno: né all’Europa coloniale, né all’Africa. Marshall non è un artista che offre risposte facili. Le sue opere insistono sulla complessità, sulla stratificazione, sull’ambivalenza. In un’epoca che chiede all’arte significati rapidi, lui rallenta lo sguardo e lo obbliga a sostare. Il risultato è una mostra necessaria: potente, colta, scomoda, bella. Una di quelle esposizioni che giustificano da sole una visita al Kunsthaus.

CULTURE E SOCIETÀ

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