Un moderno incontro di anime acustiche
A colloquio con le britanniche Webb Sisters, dal lungo sodalizio con Leonard Cohen, e l’‘organic duo’ italiano Corde Sciolte, il 30 aprile a Bellinzona
Di Beppe Donadio
Chissà come il digitalissimo mondo del futuro vedrà gli umani che suonano gli strumenti a corde, residui di un’antichità ancora vitale e fondante, che oggi pare avanguardia. Vi scambieranno per alieni? «Credo che digitale e acustico potranno convivere, è già successo per acustico ed elettrico, alla fine è l’espressione che conta». Così la pensa il contrabbassista Andrea Resce, che con il chitarrista Nunzio Ferro forma Corde Sciolte, un ‘organic duo’ (dal sito ufficiale), colta fusione di barocco, jazz manouche e Mediterraneo in arrivo a Bellinzona insieme alle britanniche Webb Sisters, per il concerto del 30 aprile nel teatro dell’Oratorio della Turrita (salita alla Motta, da Piazza Collegiata). È un duo delle meraviglie quello formato dalle sorelle Hattie e Charley Webb (voce, chitarra, mandolino, percussioni), un lungo sodalizio con il fu Leonard Cohen e collaborazioni con il fu Tom Petty e i viventi Sting e David Gilmour, nel tour di quest’ultimo per l’album ‘Luck and Strange’.
Due, ma come fossero trenta
«Siamo sempre stati affascinati dalla musica che è arrivata prima di noi – dice Andrea –, prendiamo quel che abbiamo ereditato per convogliarlo nel linguaggio che più sentiamo vicino. Anche Hattie, che suona uno strumento antichissimo come l’arpa celtica, riesce comunque a esprimersi in un modo molto attuale». Recuperato da una vecchia intervista, il manifesto di Corde Sciolte recita: “Il nostro scopo è oltrepassare i limiti”. Quali sono questi limiti? «Siamo nati in pandemia, avevamo a disposizione un tempo prima inimmaginabile. Ci siamo messi in gioco per fare qualcosa di inedito, che potesse spingerci ad andare oltre». Inedito come prendere composizioni originariamente scritte per ensemble molto grandi, come l’Estate di Vivaldi o un concerto per flauto traverso e orchestra di Bach, e trascriverle per due strumenti: «La chitarra fa la parte del flauto e del violino, il contrabbasso quella di tutta l’orchestra. In due persone cerchiamo di sopperire a un organico di trenta». Vale anche per le Webb Sisters: «Il nostro è un concetto di voci che arrivano da diverse prospettive e trovano un punto d’incontro nel quale conferisce la creatività di entrambe», spiega Hattie Webb. Premette che «essere musicisti è un grande privilegio» e dice che andare oltre i limiti significa per loro «essere artiste in questo mondo così diverso rispetto a trenta, cinquant’anni fa», dove la strada «non è mai dritta».
Una seduta di yoga
Guardando ai grandi nomi che hanno voluto le Webb Sisters nei propri dischi o dal vivo, pare che la scelta acustica sia stata azzeccata, ma non esiste alcun calcolo. «Fino a prima di essere coinvolte da altri artisti – spiega Hattie –, io e Charley eravamo nel nostro piccolo mondo a scrivere canzoni. La chiamata di Leonard Cohen è stata una sorpresa. Anche le altre collaborazioni sono state e sono speciali, è bello entrare in territori altrui. Cohen ha nutrito il nostro mondo musicale, ci ha mostrato il potere della musica e delle canzoni, che possono toccare la vita di altre persone, un processo iniziato centinaia di anni fa». L’eredità di Cohen è per le Webb Sisters anche «la devozione verso la scrittura, lo stare insieme in quanto musicisti, il rituale della preparazione del concerto». Un rituale definito un giorno “come una seduta di yoga”, e del quale ora chiediamo dettagli: «È proprio così – dice sorella Webb sorridendo –, lavoravamo ore e ore su una canzone fino a farla nostra».
Tra i momenti più belli degli oltre quattrocento concerti con l’artista morto quasi dieci anni fa, Hattie sceglie «quello di Tel Aviv, organizzato da parenti delle vittime del conflitto israelo-palestinese per cercare un contatto, nel nome dell’amore tra esseri umani. Sono trascorsi più di dieci anni ed è stato importante per quelle 45mila persone. Perché siamo tutti connessi e se una sola persona perde qualcuno che ama, non importa chi sei, tutti sperimentiamo quella perdita».
Serenate sul Gargano
‘Al di là dei sogni e delle piccole storie’ è il bel debutto discografico di Corde Sciolte. In copertina c’è il Gargano, la terra di Andrea. «È il Lago Varano, lo scatto è di un amico fotografo, risale a vent’anni fa. Si vede un pescatore all’alba che va a pesca sopra un sandalo, la nostra imbarcazione tradizionale. Della foto mi ha colpito lo scenario e quest’uomo ritratto a sua insaputa. Mi sono chiesto cosa pensasse, se alla vita, alle occasioni che a volte prendi e a volte no, se ai progetti che d’un tratto cambiano, come accade in musica». La copertina omaggia un lago più volte sofferente, sensibilizzazione ancor più forte in ‘Erosione inversa’, docufilm del 2023 per il quale il duo ha scritto al Gargano ‘lettere d’amore’ in musica. «Facciamo il possibile per portare nel mondo la nostra storia».
Andrea Resce e Hattie Webb sono da tempo un duo anche nella vita. Andrea respira sonorità celtiche, Hattie quelle garganiche, ma non solo: «La tradizione musicale italiana – dice lei – va ovviamente oltre quella del Sud. Ho scoperto tanta profondità nel mondo di Andrea, gli sono riconoscente per l’avermi introdotto a tanti artisti italiani stimolanti per la mia creatività. Ci sono radici che per profondità ricordano quelle celtiche, anche se a volte molto diverse». Come il concetto di serenata, del quale Hattie s’è innamorata: «Sono affascinata dall’uomo con i fiori in mano che attende la donna sotto il balcone. È qualcosa difficilmente comprensibile per un britannico, ma bellissima da una prospettiva diversa».
Il 30 di aprile, le anime acustiche di Corde Sciolte e Webb Sisters esprimeranno ognuna la propria essenza, per poi unirsi. «È una bella tessitura nella quale s’incrociano entrambe le culture», dice Hattie, che annuncia qualche sorpresa. L’omaggio ai Beatles di Corde Sciolte non è una novità. Andrea: «Ai tempi di ‘Non al denaro non all’amore né al cielo’, scritto ispirandosi all’Antologia di Spoon River, a sua volta ispirata alla mitologia greca, De André disse che nessuno s’inventa nulla fino in fondo, che tutti ‘cannibalizziamo’ chi è arrivato prima di noi, per imparare a esprimerci meglio. Se una canzone piace, è sempre da prendere in considerazione. Vale per tutta l’arte, per i Beatles e tutti coloro che sono riusciti a lasciarci messaggi così duraturi».
Oltre il blues
«Vogliamo allargare gli orizzonti». È da leggersi in questi termini il concerto del 30 aprile, nato da un’estensione del Bellinzona Blues Festival (Bbf). Le parole sono del suo direttore artistico Marco Pallua e l’estensione è l’etichetta Bellinzona Blues n’More: «È un modo per presentare artisti non prettamente blues, ma che meritano di essere visti e sentiti». Il ‘More’ in questione porta con sé anche «l’intenzione di riscoprire spazi del Bellinzonese dimenticati o non conosciuti», dice Dani Jörg, presidente del Bbf. «Il teatro dell’Oratorio – aggiunge – è il primo spazio. Dopo questo concerto verrà aggiornato per offrire ai cittadini una sala alternativa al Teatro Sociale». Il concerto di Bellinzona è in collaborazione con Pane e Rose, no profit nata per supportare la Casa delle Donne di Lugano, presieduta da Jörg, struttura a indirizzo segreto che accoglie e aiuta le donne vittime di violenza domestica. Nel frattempo, Bellinzona Blues n’More annuncia per ottobre un evento dedicato alla scena musicale ticinese. Altro arriverà all’interno di Natale in Città. Perché «Bellinzona – chiude Jörg – non è solo Gary Moore e B.B. King, ma l’intera via percorsa negli ultimi quarant’anni di musica» (info su www.bellinzonablues.com).
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