laRegione

‘Sono la regina dell’agrodolce’

Stasera, per il Jazz Cat Club in trasferta al Sociale, porta ‘Suit Yourself’, disco che parla di libertà, gioia e autenticità: torniamo a incontrare Judith Owen

Di Elmar

Ironica, elegante, irresistibilmente swing. Ospite del Jazz Cat Club, Judith Owen porta questa sera al Teatro Sociale di Bellinzona (ore 20.45, biglietti disponibili alla cassa serale o su jazzcatclub.ch) il suo carisma travolgente e l’energia luminosa di ‘Suit Yourself’, un disco che parla di libertà, gioia e autenticità. Al suo fianco la cantante inglese avrà una super band con alcuni fra i migliori musicisti di New Orleans.

‘Suit Yourself’: Judith, potrebbe descrivere l’anima di questo nuovo album in poche parole? È più un disco di storie, atmosfere, personaggi?

È trovare la gioia di fronte alle avversità, ispirata da una città che ne sa qualcosa: New Orleans. Viviamo tempi molto preoccupanti, e il bisogno di musica — e della speranza che porta con sé — è più grande che mai. Dal primo all’ultimo brano, l’album celebra la vita, bella e dolorosa, con il cammino accidentato e prezioso dell’amore, e con le paure e le gioie che tutti condividiamo.

Il titolo, che in italiano suona come ‘Fai come ti pare’, è intrigante: cosa significa per lei? È un invito all’indipendenza, un motto di vita, una provocazione affettuosa?

Tutte e tre le cose, ma soprattutto è una dichiarazione sincera della fiducia in me stessa, conquistata con fatica: “Questo è quello che faccio, questo sono io — se mi capisci, benissimo; se no, va bene lo stesso”. Come molte persone, ho passato tutta la vita a cercare di accontentare gli altri, a mie spese. Il paradosso è che quando ho mostrato al mondo il mio vero io — esuberante, senza filtri — il mondo ha risposto con un sorriso. Oggi mi sento libera di essere completamente me stessa, sul palco e nella vita. Mi ‘vesto’ come voglio: nella musica, nello stile, in tutto.

Lei ama riscoprire le ‘gemme dimenticate’ del jazz e del blues: come le trova, e come decide se una canzone merita una seconda vita oggi?

Anche qui: è un insieme di cose. Devo amare la canzone, e deve parlarmi dal punto di vista del testo, così posso insufflarle la mia vita. Per esempio, ‘Blue Skies’ è una classica canzone d’amore, vecchia di quasi cent’anni, che per me ha un significato diverso: parla delle nuvole metaforiche del nostro mondo in subbuglio, e ci ricorda che dietro ogni cielo grigio c’è un sole splendente. È un messaggio di speranza, il mio modo di dire a tutti — e a me stessa — “tieni duro”.

L’album è stato registrato a New Orleans: cosa le dà quella città, musicalmente e umanamente, che non trova altrove?

Gioia. Non c’è nessun posto come New Orleans. La sua scena musicale è unica al mondo, in continua crescita, e ti spinge a essere creativo, senza inibizioni e senza paura. La comunità musicale è speciale: solidale, entusiasta, capace di apprezzare il lavoro degli altri. No, non avrei potuto fare questo disco da nessun’altra parte. New Orleans è diventata la mia casa musicale, anche perché lì ho incontrato il mio coproduttore e caro amico John Fischbach, che ha registrato uno dei miei album preferiti di tutti i tempi: ‘Songs in the Key of Life’ di Stevie Wonder.

Arriva con una all stars band di New Orleans: come si è formata, e cosa cambia per lei cantare con musicisti di tale livello?

Guidare musicisti così straordinari mi regala una felicità e una serenità sul palco che non avevo mai provato prima. È come avere la rete di sicurezza più solida del mondo, che ti permette di camminare sul filo senza paura. È energia alle stelle, musicalità, virtuosismo, e una capacità di improvvisare insieme che ci fa pensare e muovere come un organismo unico. È una sensazione esaltante.

Come riesce a combinare sofisticazione musicale e leggerezza senza perdere profondità emotiva?

Sono la regina dell’agrodolce. Credo che la vita sia meravigliosa e terribile, bella e dolorosa, tutto nello stesso momento. Per questo passo con naturalezza dall’onestà emotiva all’umorismo, all’ironia. Assieme creano una poesia e un’umanità che ci ricordano che stiamo tutti lottando – e ridendo – insieme.

Torna al Jazz Cat Club dopo ‘Come On And Get It’: cosa è cambiato in lei, come artista e come persona, dal 2022 a oggi?

In quel disco rendevo omaggio alle donne straordinarie che mi avevano ispirata da giovane musicista. Oggi sono la donna che sognavo di diventare: a mio agio con me stessa, capace di mostrare tutte le mie sfaccettature – intrattenitrice, musicista, autrice, arrangiatrice, interprete, pianista – mescolando jazz, blues, gospel, pop, classica. Dobbiamo fare tutto nel poco tempo che abbiamo, e portare quanta più bellezza e gioia possibile nel mondo.

Per chi viene al concerto senza conoscerla ancora: che serata si aspetta?

Sul palco mi sento a casa, sono la versione migliore di me stessa. È un’esperienza condivisa – detesto gli artisti che ignorano il pubblico – è una conversazione, un momento unico e irripetibile. È qualcosa di molto intimo: faccio ridere le persone, le faccio commuovere un po’. Voglio che tornino a casa su di giri, con le canzoni in testa, carichi di energia, con un ricordo che non dimenticheranno. È il mio lavoro, e sono profondamente grata di averlo.

CULTURE E SOCIETÀ

it-ch

2026-03-30T07:00:00.0000000Z

2026-03-30T07:00:00.0000000Z

https://epaper.laregione.ch/article/281771340732639

Regiopress SA