laRegione

Nuovo licenziamento collettivo alla Bally

La riduzione dei dipendenti prosegue: ora tocca a venticinque addetti al settore amministrativo, mentre sono 54 gli impiegati operativi in Malcantone

Di Alfonso Reggiani

Ondate di licenziamenti collettivi (e non); chiusure di negozi in mezzo mondo, procedure di fallimento in varie nazioni e ciliegina sulla torta, per usare un eufemismo, almeno due tentativi di acquisizione del marchio. È questo il bilancio dell’operato di Regent Lp dall’acquisto di Bally avvenuto nell’agosto 2024. Nel disinteresse generale, mentre a Caslano l’attività è ferma da mesi, monta l’indignazione della cinquantina di dipendenti ed ex dipendenti dell’azienda, il fondo americano sembra che possa fare come gli pare. La Transliq Ag, società che conduce la procedura di moratoria concordataria da Zugo, dove la Bally Schuhfabriken GmhH ha trasferito la sede, ha annunciato ai dipendenti un possibile licenziamento collettivo (l’ennesimo) che riguarderà 25 lavoratori del settore amministrativo a Caslano e l’avvio della relativa procedura di consultazione.

Un taglio del personale dopo l’altro

Un licenziamento collettivo che forse non basterà, si legge nella lettera, in cui si mettono le mani avanti, preannunciando un possibile ulteriore licenziamento collettivo. Intanto, dei cento dipendenti che erano operativi a metà giugno, a Caslano ne restano 54, mentre sono una dozzina gli impiegati attivi nei punti vendita rimasti in vari cantoni svizzeri. Per contro, si legge, “Bally occupava globalmente in Svizzera abitualmente (da intendersi come media degli ultimi 12 mesi) 169 dipendenti di cui 122 a Caslano, due addetti all’archivio storico di Schönenwerd e 45 nei punti vendita dislocati in vari cantoni”. La società, occupando meno di 250 lavoratori, non rientra nell’ambito dell’articolo 335 del Codice delle obbligazioni, per cui non è obbligata a negoziare un piano sociale. Inoltre, ci sono i limiti imposti dalla moratoria. Il margine per la consultazione, in effetti, appare quantomai ristretto: le disdette ai lavoratori saranno inoltrate a partire dal 21 settembre fino al 30 novembre, eventualmente in maniera scaglionata in base alle necessità aziendali.

In vendita merce e attività, non il marchio

Nella lettera si cita più volte la moratoria concordataria, nell’ambito della quale “dovranno anzitutto essere venduti diversi stock di merce della società. È stato inoltre avviato un processo strutturato di M&A, (Mergers and Acquisitions), con l’obiettivo di cedere l’attività operativa. La vendita comprende il sito produttivo di Caslano, inclusi gli impianti necessari all’attività, i relativi contratti di lavoro nonché i contratti di locazione per garantire l’operatività in Svizzera, la ripresa della produzione a Caslano e assicurare così il mantenimento dei posti di lavoro locali”. La lettera non evoca il marchio, per l’acquisizione del quale sono già sfumati due tentativi da parte di società create ad hoc dal gruppo dirigente. Alla luce di quanto capitato negli ultimi due anni suona come una presa in giro quanto riportava due anni fa il sito web del fondo statunitense, la cui specialità è la “trasformazione delle imprese”. La lettera si dilunga in articolate argomentazioni e illustra i bilanci del gruppo degli ultimi tre anni per spiegare i provvedimenti. Per l’anno 2023, il bilancio consolidato del gruppo Bally ha fatto registrare un Ebitda (margine operativo lordo) di circa 43,5 milioni di franchi, con un flusso di cassa operativo negativo di oltre 82,2 milioni. La situazione è peggiorata l’anno successivo, quando Regent Lp ha acquisito Bally dal gruppo tedesco Jab Holding: l’Ebitda è risultato negativo di poco meno di 60,5 milioni con un flusso di cassa operativo negativo di quasi 97 milioni. L’anno scorso è andata decisamente meglio a livello contabile: l’Ebitda è in rosso per 27,7 milioni e il flusso di cassa operativo negativo è di 16,45 milioni.

Dal governo risposte evasive ‘preoccupanti’

Il destino di Bally e dei suoi oltre 170 anni di storia non pare preoccupare più di tanto in Ticino. L’associazione di riferimento per il settore della moda, a cui avevamo chiesto di prendere posizione in merito all’articolo pubblicato a fine luglio non aveva voluto commentare, visto che l’azienda non figura tra i suoi associati. Non fa eccezione il governo cantonale che si dimostra evasivo nella risposta all’interrogazione firmata dai deputati in Gran Consiglio Claudio Isabella (il Centro) ed Evaristo Roncelli (Avanti con Ticino&Lavoro). Il governo ritiene impossibile stimare l’impatto potenziale della crisi sugli strumenti pubblici o parapubblici, evoca il segreto d’ufficio e il segreto fiscale per eludere la richiesta di sapere se il Cantone, i Comuni o altri enti pubblici e parapubblici risultino creditori e se aziende o società collegate al gruppo abbiano beneficiato di contributi pubblici, incentivi economici, misure di sostegno all’occupazione, agevolazioni fiscali o altri strumenti di sostegno cantonali o comunali. Il governo non svela nemmeno se parteciperà alla procedura concordataria e non dice se vi siano elementi tali da giustificare approfondimenti alle autorità competenti in materia concordataria. Si limita ad assicurare che “i servizi cantonali preposti monitorano costantemente l’evoluzione congiunturale grazie ai dati e alle analisi pubblicati regolarmente dall’Ustat, ma anche attraverso contatti con i partner sociali e le associazioni di categoria”. In merito alla valutazione di misure da adottare per prevenire il ripetersi di situazioni analoghe, il governo ricorda che “le realtà aziendali che operano in Ticino sono soggette alle regole della concorrenza e del libero mercato, da cui dipendono le loro decisioni strategiche e operative, all’interno ovviamente del quadro legale definito”. Neanche si sbilancia su possibili rischi di effetti a catena sulla filiera economica locale (artigiani, Pmi, fornitori). Dal canto suo, il deputato Claudio Isabella non nasconde la propria delusione per le risposte generiche del governo: «Ci aspettavamo qualcosa di più, non bisognava celarsi dietro segreti d’ufficio e fiscale. La condizione di questa azienda sta danneggiando in maniera pesante i lavoratori, ma anche tutta la collettività. Questo è gravissimo ed è preoccupante leggere che il governo risponde alle nostre sollecitazioni quasi fregandosene. Invece, avremmo bisogno di istituzioni che conoscano le attività economiche presenti nel nostro territorio e che possano immaginare misure per prevenire le conseguenze negative di tale portata».

LUGANESE / MENDRISIOTTO

it-ch

2026-09-04T07:00:00.0000000Z

2026-09-04T07:00:00.0000000Z

https://epaper.laregione.ch/article/281775636030366

Regiopress SA