Marcia su Lugano, semaforo rosso
Il Municipio nega l’autorizzazione. Foletti: sicurezza non garantita
Di Alfonso Reggiani
«Non avremmo potuto garantire la sicurezza alla Città e alla cittadinanza, alla luce dell’annunciata contromanifestazione antagonista alla quale hanno aderito parecchie persone, molte delle quali da oltre confine». Spiega così il sindaco di Lugano Michele Foletti la decisione di ieri del Municipio, che ha negato l’autorizzazione allo svolgimento della “marcia per la patria e la remigrazione”, promossa dal Fronte nazionale elvetico (che aveva chiesto il permesso), e alla quale avrebbero partecipato Active Club Helvetia e Schweizer Nationalisten, prevista il prossimo sabato 21 febbraio. Il sindaco non ha voluto che si ripetesse «quanto capitato a Torino (la manifestazione per la chiusura del centro sociale Askatasuna degenerata in scontri con la polizia, ndr) e a Milano (per i tafferugli della recente protesta contro le Olimpiadi, ndr)».
La precedente rinuncia
Niente da fare, insomma, anche stavolta, per i promotori del corteo, che già avevano rinunciato lo scorso novembre. Allora, ricordiamo, era stato lo stesso gruppo, riconducibile ad ambienti di estrema destra, a desistere dopo averne discusso con il Municipio di Lugano. Una rinuncia decisa “per evitare di creare pericoli e disagi per la cittadinanza vista l’annunciata e non autorizzata manifestazione degli antifascisti”, come aveva riferito il sindaco a ‘laRegione’. Successivamente, il Fronte aveva ritirato una nuova richiesta in seguito ai fatti di Crans-Montana. Invece, era riuscito il presidio lampo convocato in Piazza della Riforma il giorno della festa nazionale da Junge Tat, movimento particolarmente attivo in Svizzera tedesca, che aveva scandito slogan e mostrato uno striscione che invocava il rimpatrio dei migranti. I motivi legati al mantenimento dell’ordine pubblico hanno quindi prevalso sui due diritti fondamentali: la libertà di riunione pacifica (articolo 22 Costituzione federale, art. 11 Cedu) e la libertà d’espressione (art. 16 Costituzione federale, art. 10 Cedu). Le giustificazioni del sindaco attribuiscono la responsabilità della decisione all’ampia adesione che ha ricevuto il presidio antifascista. Invece, non avrebbero avuto un impatto sulla decisione dell’Esecutivo i graffiti apparsi lungo e sotto la via Zurigo, che richiamano una simbologia filonazista. Graffiti dai quali il Fronte nazionale elvetico si è dissociato.
Eventuale delitto perseguibile d’ufficio
Il sindaco ci spiega che nel negare il permesso a manifestare il Municipio (che nel confronto tra le principali realtà urbane svizzere è quello più a destra) non è entrato nel merito delle posizioni e delle rivendicazioni dei tre gruppi che avrebbero voluto la marcia. Posizioni che potrebbero rientrare in quanto è sancito nell’articolo 261bis del Codice penale svizzero, che punisce discorsi razzisti in pubblico e incitamento all’odio. Come si legge nel sito internet della Confederazione dedicato alla Commissione federale contro il razzismo, “l’articolo del Codice penale definisce il delitto come perseguibile d’ufficio, vale a dire che chiunque può denunciare al posto di polizia più vicino o al giudice istruttore un fatto che ritiene rappresentarne un’infrazione”. Sì, perché la remigrazione è un “termine apertamente razzista: serve a costruire una gerarchia all’interno della società in base all’origine e alla cultura, a stabilire chi appartiene legittimamente alla comunità nazionale e chi no, chi può stare e chi deve andarsene. In questa logica, solo i ‘veri’ svizzeri avrebbero pieno diritto di cittadinanza nel nostro Paese”, secondo lo storico Damir Skenderovic.
Toni smussati ma con croci celtiche
Al di là del termine remigrazione, i tre gruppi negli ultimi tempi hanno smussato i toni, comprendendo la necessità di ottenere quella legittimità che gli permetterebbe di interagire meglio con la società. Nei loro canali si mostrano meno estremisti nelle loro idee e hanno modificato il loro approccio. In altre parole, cercano di apparire cittadini rispettabili, maggiormente presentabili e rispettosi delle istituzioni, alle quali hanno pure chiesto l’autorizzazione a manifestare a Lugano. Tanto è vero che nei consigli per la partecipazione alla marcia, i tre gruppi hanno invitato a evitare simboli estremisti e divise. Non sono riusciti, però, a impedire scritte sui muri da parte di qualche membro o simpatizzante. Difficile dare credito alle voci che attribuiscono la matrice dei graffiti, con espliciti riferimenti alla simbologia nazifascista, ai movimenti antagonisti che li avrebbero prodotti per contrastare la manifestazione.
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