L’autogestione fa trenta e non getta la spugna
In attesa dell’esito dell’inchiesta penale sulla demolizione dello stabile F dell’ex Macello, ricorre l’anniversario di un’esperienza che ha lasciato il segno
di Alfonso Reggiani
Trent’anni di storia dell’autogestione a Lugano non si cancellano con le ruspe. Ce lo ricordano, in una nota, gli stessi autonomi, in gran parte ‘figli’ dei protagonisti che il 12 ottobre del 1996 occuparono gli ex Molini Bernasconi a Viganello, al termine di un corteo (senza permesso, allora l’autorizzazione non era un tema). Come si ricorderà, nella notte tra il 29 e il 30 maggio del 2021, dopo aver mostrato i muscoli per alcuni mesi e intimato una disdetta, la maggioranza del Municipio cittadino decise di sgomberare gli spazi dell’ex Macello concessi nel dicembre del 2002 tramite una convenzione sottoscritta dall’Esecutivo di Lugano, dal Consiglio di Stato e dall’associazione Alba (in rappresentanza dell’assemblea del Molino) e di abbattere l’edificio F, che conteneva oggetti personali e vari strumenti necessari all’organizzazione delle attività autogestite. Il lunedì successivo scattò la denuncia penale sporta nei confronti del Municipio, sporta dai Verdi di Lugano. Nel mirino, la decisione politica adottata sabato notte di dare luce verde alla demolizione. A oltre cinque anni dai fatti è tuttora aperta l’inchiesta coordinata dal procuratore generale Andrea Pagani. Un’inchiesta che il pg ha dovuto rifare dopo la sentenza della Corte dei reclami penali (Crp) che, con una sentenza di 93 pagine, ha accolto il ricorso presentato dall’avvocato Costantino Castelli e ha bocciato il decreto di abbandono intimato alle parti, in relazione alle ipotesi di reato di abuso di autorità, di violazione intenzionale, subordinatamente colposa, delle regole dell’arte edilizia, di infrazione alla Legge federale sulla protezione dell’ambiente e di danneggiamento. Un’inchiesta non ancora formalmente chiusa, anche se, di fatto, le indagini sono terminate e sono stati eseguiti tutti gli accertamenti e gli atti istruttori che i tre giudici della Crp avevano ordinato.
L’operazione “Papi” e l’abbattimento
Nei mesi scorsi le macerie sono state rimosse. Tornando alla demolizione, la Crp ha scritto che “Lorenzo Hutter e un ufficiale della Polizia di Lugano avrebbero chiesto a Karin Valenzano Rossi l’autorizzazione ad abbattere il tetto ed eventualmente una (non meglio precisata) parete dello stabile F, ottenendo il consenso dell’allora sindaco Marco Borradori, di Filippo Lombardi e di Michele Foletti”. Nel frattempo, dal materiale ‘riportato alla luce’ sono emersi elementi che hanno fatto traballare la tesi secondo la quale la decisione di demolire lo stabile F venne presa in urgenza dalla polizia. La parola demolizione appare in e-mail tra autorità cittadina e Polizia cantonale, l’ultima delle quali reca la data del 18 marzo 2021, tre mesi prima della demolizione del 29 maggio. Nello stesso documento il termine demolizione compare altre due volte nei preparativi dell’operazione “Papi”, il titolo dato allo sgombero del centro sociale.
Le esperienze a Viganello e a Canobbio
Al di là del controverso risvolto penale, dopo quel 12 ottobre 1996, l’esperienza continuò nello stabile in via Molinazzo, dove oggi sorge un supermercato, fino al 6 giugno del 1997, quando l’edificio venne incendiato e l’azione venne definita dolosa, come appurò in seguito la polizia, che però non riuscì a risalire al o ai responsabili. L’autogestione traslocò all’ex grotto al Maglio di Canobbio (grazie all’ex consigliere di Stato socialista Pietro Martinelli) fino al primo sgombero forzato, che venne ordinato dal Consiglio di Stato all’alba del 18 ottobre del 2002. Tempo un paio di mesi e venne siglata una convenzione tra il Municipio di Lugano, il Consiglio di Stato e l’associazione Alba (in rappresentanza degli autonomi) per l’uso di poco più di metà del sedime dell’ex Macello. Una convenzione sottoscritta “in attesa che venga trovato uno spazio adeguato e definitivo per le attività sociali, culturali e politiche d’autogestione proposte dall’assemblea del Molino”. La soluzione venne decisa, contro il volere della stragrande maggioranza del Consiglio comunale di allora, dall’ex sindaco liberale Giorgio Giudici e da Giuliano Bignasca.
L’azione delle ruspe, di fatto, ha sancito la fine dell’autogestione nella forma che aveva preso all’interno delle mura. L’esperienza si è trasformata in Strade occupate autogestite (Soa), e si è trasferita negli spazi pubblici “continuando a tenere aperta la frattura e ribadendo le necessità di spazi d’autogestione e conflitto”.
Le critiche implacabili
Nel comunicato “Lugano capitale della censura”, diramato ai media nei giorni scorsi, il Soa ha proposto una riflessione suscitata “dal senso di vuoto di fronte all’incredulità che suscitano le chiusure di spazi non primariamente dediti al lucro nella Lugano che si era ambiziosamente candidata a città della cultura”. Le critiche come sempre sono impietose e citano “l’incapacità, la miopia, l’ossessione per gli interessi economici e l’ipocrisia di una piccola cittadina molto più votata ad apparire attraente per i turisti e appetibile per imprenditori e contribuenti facoltosi che a favorire il benessere, l’inclusione e la libertà d’espressione di chi la vive”. Però, “l’assemblea nata al Centro sociale il Molino non ha smesso un giorno, nemmeno a quasi 5 anni e mezzo dall’ultimo tentativo di annientamento, di battersi perché in questa città ci sia più spazio per questi principi e meno per ingiustizie, discriminazioni e repressione”.
Il Soa si dice sconcertato dalla “candida incredulità delle reazioni a divieti e chiusure, come se non si fosse ancora afferrato il concetto. Come se un gesto violento come uno sgombero con demolizione non fosse sufficiente a perlomeno sospettare che il governo di questa città sia a dir poco mediocre e se, come detto in quei momenti di rabbia in versi, ‘c’è forse una ragione per dire che sono fascisti?’ (Fabio Pusterla, «Un sabato a Lugano»)”. Ancora: “Eppure di fronte ai divieti posti a uno spazio pubblico come dovrebbe essere la foce, alla chiusura di spazi che hanno dato qualche boccata di ossigeno alla necessità di promuovere dal basso alternative alla cultura del consumo, come lo Spazio L’ove, il Lido San Domenico, o Casa Azul nel Locarnese, suona fievole e vuoto e privo di memoria il lamento che dovrebbe essere grido di sdegno, protesta e rivolta”.
LUGANESE / MENDRISIOTTO
it-ch
2026-10-15T07:00:00.0000000Z
2026-10-15T07:00:00.0000000Z
https://epaper.laregione.ch/article/281784226062011
Regiopress SA