Architetti e dumping, ‘ricostruzione lacunosa’
Nel ricorso il datore di lavoro lamenta la violazione del diritto di essere sentito durante l’istruttoria. Confronto serrato con la Commissione paritetica
Di Daniela Carugati
Il titolare dello studio ha formalizzato il ricorso al Collegio arbitrale contro la decisione della Commissione paritetica di categoria e contesta un vizio di forma.
Spetterà al Collegio arbitrale districarsi tra documenti e testimonianze e trovare la strada della verità in uno degli ultimi casi eclatanti di dumping salariale emerso nel Mendrisiotto. Sotto i riflettori della Commissione professionale paritetica cantonale (Cpc) per gli ingegneri, gli architetti e professioni affini e delle autorità competenti è finito uno studio di architettura di Mendrisio, sanzionato con una duplice multa per un totale di 160mila franchi. A due società, la Klingenberg Arkitektur Sa e la Klingenberg Services Sa, si addebita, infatti, di aver assunto nell’arco di quattro anni – dal 2021 al 2024 – dei professionisti – una decina in tutto, frontalieri – con contratti di lavoro che non aderivano alla realtà dei fatti: in busta paga vi era il corrispettivo per un impiego a tempo parziale; in studio la richiesta di una presenza a tempo pieno, straordinari inclusi. Per la Cpc, forte dell’inchiesta condotta dall’Ufficio dell’ispettorato del lavoro, ci si trova di fronte a una prassi “illegale”, tradotta in mancati stipendi per circa un milione di franchi – senza contare oneri sociali e imposte alla fonte per altri 200mila franchi, stando a una stima –, oltre a una “distorsione della concorrenza”. Un castello di accuse che i titolari, per mano dei loro patrocinatori, intendono far cadere. Come annunciato dai legali – lo studio Ferrari – il febbraio scorso, sono stati depositati davanti all’Arbitro unico due ricorsi – uno per ogni società di riferimento – contro la decisione pronunciata dalla Commissione paritetica. Passato in rassegna ogni passo dell’indagine e ogni verbale, si giunge alla conclusione che nella ricostruzione di quanto accaduto si riscontrano delle lacune e dell’arbitrarietà, spingendosi persino a parlare di ipotesi calunniose. Tanto da chiedere di annullare la “pena convenzionale” stabilita dalla Cpc. Al momento si è ancora nella fase dello scambio delle osservazioni, preludio al pronunciamento finale, atteso con ansia anche dal Sindacato Ocst, che sta seguendo il caso e che per primo ha ricevuto le segnalazioni dei lavoratori. Le stesse che hanno dato il via agli accertamenti, ai controlli e alle ispezioni sul campo, interessando pure i vari enti, dall’Avs alla Cassa pensione, dalle Contribuzioni alla Suva.
Tra vizi di forma e calcoli
Prima di apporre un punto fermo sulla vicenda, l’iter appare però ancora lungo. Ciò che è certo è che, da una parte, vi sono gli argomenti addotti dalla Commissione paritetica a sostegno del mancato rispetto, in modo sistematico, dell’applicazione del Contratto collettivo di lavoro; dall’altra, le contestazioni mosse su tutta la linea dai ricorrenti. Impugnate le conclusioni, lo studio di architettura, da quanto abbiamo potuto accertare, reagisce muovendosi su un duplice piano: l’uno prettamente formale, l’altro tecnico e relativo al calcolo esatto delle buste paga, mettendo in discussione altresì le autocertificazioni degli allora dipendenti in merito all’orario di lavoro. La censura di maggiore peso è, però, quella iniziale, ovvero il vizio di forma. In buona sostanza, si rimprovera il fatto che nel seguire la procedura si è incappati in una violazione manifesta del diritto di essere sentiti dei datori di lavoro, i quali non hanno potuto prendere parte ai vari passaggi della fase istruttoria. Di fatto, solo attraverso l’ambito ricorsuale, si fa capire, hanno potuto dire la loro su quanto viene rimproverato dalla Cpc.
‘Segnalazioni ricorrenti’
Il confronto, in altre parole, è ancora aperto e senza esclusione di colpi, da come si evince dalle battute iniziali. Il terreno su cui ci si avventura, del resto, è quanto mai sensibile. Lo testimoniano pure altri due casi portati alla luce, questa volta, da un atto parlamentare firmato da Fabrizio Sirica (Ps) e destinato al Consiglio di Stato. Interrogazione che ha rivelato come il problema del dumping salariale si nasconda anche fra le pieghe degli annunci di lavoro, e una volta di più nella fascia di frontiera. Lo toccano con mano di frequente alla Divisione delle contribuzioni del Dipartimento delle finanze e dell’economia (Dfe). Le segnalazioni nel corso dell’anno, ci spiegano, sono ricorrenti. E ciò che appare più evidente, al di là della mancata applicazione contrattuale, è quello che in gergo viene chiamato il ‘nero nero’. Ovvero situazioni nelle quali il lavoratore è di fatto invisibile e che, legislazione alla mano, vengono trasferite all’Ufficio delle imposte alla fonte. A quel punto si passa all’azione. Le sollecitazioni, insomma, a livello di servizi cantonali ci sono, eccome.
PRIMA PAGINA
it-ch
2026-04-03T07:00:00.0000000Z
2026-04-03T07:00:00.0000000Z
https://epaper.laregione.ch/article/281788520610486
Regiopress SA