Il silenzio assordante di Medea
‘Medea’s Children’ di Milo Rau è andato in scena al Lac
Non è la prima volta che Milo Rau lavora con bambini su un fattaccio di cronaca nera. Lo aveva fatto in ‘Five Easy Pieces’, sulla vicenda del cosiddetto ‘mostro di Marcinelle’, nota ben oltre i confini del Belgio, e lo fa in ‘Medea’s Children’, appena andato in scena al Lac, con la storia recente di una donna che uccide i suoi cinque figli in assenza del marito, per vendicarsi dei tradimenti di quest’ultimo, come Medea con i figli avuti da Giasone. Il fattaccio di cronaca incontra dunque il mito narrato dalla tragedia di Euripide. Lo spettacolo inizia con un post talk-show in cui un coach (Mil Sinaeve), il solo adulto in scena, introduce i bambini (Bernice Van Walleghem, Juliette Debackere, Ella Brennan, Helena Van de Casteele, Elias Maes) che daranno corpo alla tragedia interpretando i loro ruoli di bambini e quelli degli adulti. È una conversazione che verte in particolare sulle prime esperienze di recitazione, sul senso del recitare e del teatro stesso. Si parla anche della storia che i ragazzi sono chiamati a mettere in scena e sulla quale si interrogano mostrando di conoscere i fatti e i retroscena. Perché la mamma belga ha agito così? Per vendetta, per solitudine, per pazzia? Non c’è una risposta, né immediata né sicura, ma quando il sipario rosso si apre e i ragazzi iniziano a raccontarne la storia incrociandola con quella di Medea, si può cominciare a mettere insieme qualche tassello della vita di Amandine Moreau, nome fittizio della madre assassina. Questa parte introduttiva è dominata dalla presenza in scena del Teatro con la T maiuscola. Siamo messi di fronte all’evidenza della tragedia greca, alla potenza del mito e alla sua rielaborazione in chiave drammatica attraverso lo strumento proprio del mondo occidentale ed europeo, il Teatro di Eschilo, Sofocle ed Euripide. Ed è un bambino a ricordarcelo. Attraverso il Teatro – quel Teatro – si possono ripercorrere vicende lontanissime e vicinissime, anzi, si possono narrare storie apparentemente indicibili. La tragedia greca lo fa attraverso il solo strumento della parola e forse della musica – c’è un accenno a Nietzsche –, evitando di mettere in scena la violenza, mentre lo spettacolo di Milo Rau intende mostrare senza sconti l’assassinio dei cinque bambini, che qui sono quattro. Del resto, la presenza stessa di bambini in scena è una novità che Euripide non conosceva. I bambini sono bravissimi a calarsi nei ruoli degli adulti, e l’entrare e uscire dalla finzione scenica avviene sotto gli occhi del pubblico, che così si tranquillizza rispetto al loro calarsi dentro una vicenda tanto buia e atroce. Vederli rialzarsi dopo essere stati strangolati e sgozzati da mamma Amandine è un sollievo per chi è seduto in platea.
Un abile incastro
La Medea belga ha alle spalle una storia di profonda solitudine ed estraneità, a cominciare dal rapporto inesistente con i genitori (è illuminante in tal senso il monologo iniziale della mamma di Amandine), mentre il marito di lei, Mounir, vive un rapporto di dipendenza e omosessualità con il padre adottivo, il dottor Glas. La Medea di Euripide appare in un filmato sulla spiaggia di Ostenda trasformata in Colchide, che mostra come la donna sia disposta a sacrificare tutto – famiglia e patria – per amore di quel Giasone che poi la tradirà per sposare a Corinto la figlia di Creonte, portando Medea, ormai sola e straniera, a maturare la sua vendetta.
Lo spettacolo è costruito con un abile incastro fra scenografia – la minuscola casa dove avviene il delitto è simile alla capanna di una strega – ed enormi video in presa diretta (è il coach a filmare) di quanto accade all’interno della casa, oppure registrazioni, quando si tratta di raccontare la vicenda euripidea. Esiste poi un ultimo atto della tragedia di Amandine, che non viene dimenticato: la sua richiesta, accolta dalle autorità, di eutanasia nel quindicesimo anniversario della tragedia. Se ne va portandosi dietro un silenzio assordante, un perché a cui non c’è risposta. Ma noi a spettacolo finito usciamo almeno con una certezza, che la potenza vivificatrice – e, diciamolo, catartica – del teatro è intatta, pronta a metterci in contatto con il mondo in ogni suo aspetto. Il teatro può tutto, a saperlo usare come fa Milo Rau.
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