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Entrare, costruire, guardare

Tre mostre legate all’Accademia di architettura dell’Usi: il Ticino costruito, gli scatti di Pino Musi e un labirinto di porte degli studenti

Il Teatro dell’architettura non è un museo qualsiasi. Intanto perché nel nome ha «teatro», con l’idea di mettere in scena, operazione diversa dal semplice esporre. E poi perché quello spazio è legato a una scuola, l’Accademia di architettura dell’Università della Svizzera italiana. E, come ha spiegato il suo direttore Riccardo Blumer, «una scuola non insegna una cultura, la produce». È una dimensione che torna in tutte e tre le mostre che saranno inaugurate giovedì sera: l’installazione ‘Sleipnir e il labirinto di porte’ degli studenti dell’Atelier Forte, la mostra ‘La costruzione dell’architettura in Ticino, 1939–1996’ a cura di Franz Graf, e il percorso fotografico ‘Pino Musi. Continuum’ curato da Michael Jakob.

Attraversare la soglia

Nel grande spazio centrale del Teatro, il visitatore si trova di fronte a un percorso di porte in legno che circondano una grande installazione che si sviluppa per tutta l’altezza dell’edificio. E sulla quale è possibile salire. ‘Sleipnir e il labirinto di porte’ è il frutto del lavoro di studenti e studentesse dell’atelier di progettazione curato da Duilio Forte, artista e architetto italo-svedese. La porta, ha spiegato Forte durante la visita in anteprima per la stampa, è l’elemento che distingue l’architettura dall’arte: nell’architettura bisogna entrare nello spazio attraverso un’apertura — la porta, appunto, spesso sottovalutata e indicata, nei progetti, con una semplice linea. Costruite su un’intelaiatura di base, ogni porta ha la sua identità: c’è chi ha privilegiato strutture più trasparenti, chi ha costruito soglie più opache. Anche i meccanismi di apertura vanno da soluzioni intuitive a veri e propri rompicapo, con una dimensione ludica che è parte del progetto.

Cento edifici riletti

Al primo piano il legame con l’attività della scuola è ancora più marcato. ‘La costruzione dell’architettura in Ticino, 1939–1996. Materialità e tettonica’, a cura di Franz Graf con Britta Buzzi, Carlo Dusi, Alessandro Bonizzoni e Sebastiano Verga, è il risultato di oltre vent’anni di ricerca fatta con gli studenti dell’area di Costruzione e Tecnologia dell’Accademia. Cento edifici ticinesi – selezionati tra i 160 studiati nel corso degli anni – vengono riletti non per la firma dell’architetto o per il loro valore stilistico, ma per come sono fatti: i materiali, i sistemi strutturali, la tecnica di cantiere. C’è la Biblioteca cantonale di Lugano (1941) dei fratelli Carlo e Rino Tami, l’Arsenale militare di Biasca (1942), il villaggio vacanze «I Grappoli» (1960) di Manuel Pauli e August Volland, la casa a Ligornetto (1976) di Mario Botta. Gli edifici sono presentati su pilastri di cartone, dove accanto alla documentazione d’archivio troviamo anche immagini di come l’edificio si presenta oggi. Completano il percorso alcuni modellini e video dagli archivi Rsi.

La fotografia come architettura

Al secondo piano, troviamo quella che ha tutta l’apparenza di una mostra fotografica. Ma, come ha spiegato Blumer, è in realtà una vera e propria mostra di architettura perché «guardare un edificio vuol dire creare architettura». Pino Musi, fotografo e artista visivo italiano con base a Parigi, ha costruito un percorso che dialoga con la forma circolare della galleria, articolato in sei sezioni dai titoli volutamente astratti – ‘Origine’, ‘Metonimia’, ‘Iperbole’, ‘Superficie’, ‘Transizione’, ‘Incompiutezza’ – attraverso lunghi “scrolls” di immagini in bianco e nero.

L’autore ha spiegato di aver cercato una musicalità, non una narrazione: le fotografie non raccontano storie, cercano ritmi, contrappunti, silenzi. Le immagini sono volutamente prive di didascalie con indicato il luogo e l’edificio ritratto: l’idea è lasciare costruire al visitatore il proprio racconto, cercando se il caso sul libretto di sala i riferimenti precisi.

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2026-05-06T07:00:00.0000000Z

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