Sei racconti di esclusione
Sei ‘Ritratti di un lavoro negato’ per dare voce a chi il lavoro non l’ha ancora trovato. Progetto dell’Associazione L’ORA, parte domani da Casa Azul
Di Virginia Antoniucci
C’è un acronimo inglese, NEET – Not in Education, Employment or Training – che ritorna spesso quando si parla di giovani fuori dai percorsi tradizionali. ‘Ritratti di un lavoro negato’ è il titolo del progetto fotografico che l’Associazione L’ORA porta tra Gordola, Lugano, Mendrisio e Bellinzona, prima tappa a Casa Azul dal 26 aprile al 2 maggio: sei giovani raccontano, attraverso un percorso fotografico, il lavoro mancato, la discriminazione e l’esclusione da un mercato che, in molti casi, non li ha ancora accolti.
Il progetto nasce all’interno di Spazio Esplorativo, iniziativa dell’Associazione attiva dal 2021 a Lugano, rivolta a giovani tra i quindici e i venticinque anni che si trovano momentaneamente fuori da percorsi formativi o professionali. «I giovani che arrivano da noi», spiega Lorenza Grassi, direttrice pedagogica e cofondatrice di L’ORA insieme a Ramona Sinigaglia, «sono spesso in una fase di stallo o di sfiducia, a volte da diverso tempo».
Il modello d’intervento non è quindi mirato unicamente al raggiungimento di obiettivi lavorativi, ma punta innanzitutto a una riattivazione globale della persona, rafforzando fiducia, motivazione e competenze utili per un progressivo reinserimento sociale e professionale. «Partiamo dal presupposto che i giovani abbiano bisogno di fare esperienza e di essere esposti a stimoli diversi». Sport, cultura, attività ricreative e laboratori didattici, tra cui la fotografia partecipata condotta dalla formatrice esterna Nathalie Vigini. «L’idea è che, attraverso queste esperienze, possano ritrovare interesse e motivazione nella loro quotidianità».
Discriminazione e incertezza
Quest’anno il laboratorio ha preso una direzione più mirata rispetto alla prima edizione, ‘Frammenti di Sé’, che due anni fa aveva lasciato il tema aperto al racconto della propria identità. Stavolta il fuoco è sulla sfera professionale, e in particolare sulla discriminazione – razziale, di genere, per orientamento – inserendola in un contesto più ampio: l’incertezza come condizione permanente.
Il progetto si inserisce nel solco tematico portato dal Servizio per l’integrazione degli stranieri, sostenitore del progetto, in occasione della Settimana contro il razzismo. «Abbiamo pensato che poteva essere uno spunto importante da portare avanti nel corso dell’anno anche con i nostri giovani», spiega Grassi. La visibilità verso l’esterno è innegabilmente parte della scommessa, ma c’è qualcosa che il laboratorio restituisce prima di tutto ai ragazzi stessi. «Per loro è importante poter esprimere ciò che vivono, essere ascoltati e avere uno spazio per riflettere insieme su questi temi, che spesso si danno per scontati».
Le foto, scelte dai ragazzi stessi insieme a Vigini, viaggeranno tra Casa Azul, la Limonaia di Lugano, la Filanda di Mendrisio e Casa di Lù a Bellinzona. Al vernissage i ragazzi saranno presenti di persona, per raccontare il loro lavoro, le loro scelte e cosa hanno voluto comunicare. Per chi visiterà la mostra in altri momenti un QR code permetterà di ascoltare le loro testimonianze raccolte in forma audio, soluzione nata dall’esperienza della prima edizione e voluta per dare a tutti la possibilità di ascoltare la loro voce.
Un ponte, un dialogo
Il punto, in fondo, è proprio questo: dare voce a chi troppo spesso viene raccontato da altri. Anche quando si tratta di lavoro – argomento sul quale si tende ad avere opinioni molto ferme e pochissima curiosità verso chi non le condivide. La mostra prova allora a costruire un ponte, un dialogo. Non tanto tra giovani e adulti quanto tra due modi di abitare il lavoro. «Negli ultimi vent’anni il mondo del lavoro è cambiato totalmente», dice Grassi, «e i giovani di oggi non credono più nel posto fisso e nel lavoro a tempo pieno. Il futuro è talmente incerto che questa prospettiva sembra più che mai un’illusione. Allo stesso tempo, danno più importanza al proprio benessere e all’equilibrio tra vita privata e vita lavorativa». E conclude: «Guardando anche noi adulti, spesso stressati e sempre di corsa, un po’ provocatoriamente, ma non troppo…è difficile dar loro completamente torto».
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