Metafisica/Metafisiche, vitalità di un movimento
Quattrocento tra opere e testimonianze storiche soltanto a Palazzo Reale, punto di avvio di più rassegne milanesi (fino al prossimo 21 giugno)
Di Claudio Guarda
In coincidenza con i Giochi Olimpici invernali di Milano Cortina, al fine di promuovere il patrimonio culturale e identitario del Paese, la capitale lombarda ha dato vita a una serie di iniziative, titolata ‘Metafisica/Metafisiche’, distribuita in quattro sedi. Obiettivo dei curatori è quello di dimostrare la vitalità e l’importanza della Metafisica, movimento nato a seguito di una combinazione di casualità nel mezzo della Prima guerra mondiale, a Ferrara dove, tra degenze e ricoveri, nell’ospedale militare cittadino si ritrovarono Giorgio de Chirico, suo fratello Alberto Savinio e Carlo Carrà. Questo loro incontro determinerà l’avvio, nel marzo del 1917, della Pittura Metafisica alla quale, nel 1918, si unirà pure Giorgio Morandi.
In verità quel genere di pittura era stata una singolare e autonoma invenzione di de Chirico che, in solitaria, la praticava già dal 1909. Il termine che la designa deriva dalla tradizionale suddivisione dei testi di Aristotele, fatta nel I secolo a. C., in due distinte categorie: quelli concernenti la natura, il visibile (ta physicà, cioè le realtà fisiche e naturali) rispetto a quelli in cui si indagano, attraverso il pensiero, realtà che stanno “oltre/dietro” la natura (meta ta physicà), quali i fondamenti dell’essere o il divenire di tutte le cose.
Il recupero e l’utilizzo che di quel termine fa de Chirico va evidentemente in quest’ultima direzione, ma in un’accezione e in condizioni del tutto particolari: non solo per forme e modi che sono propri della pittura e non della filosofia, ma anche, e soprattutto, per il contesto storico-culturale profondamente diverso che caratterizza le due civiltà; cui si aggiungono i riflessi delle componenti biografiche e caratteriali (melanconiche) che caratterizzano l’indole del pittore nato nel 1888 a Volos, in Grecia. Sarà infatti proprio questo suo richiamo alla classicità – assolutamente obsoleto in tempi di rivoluzioni artistiche che tagliavano i ponti con il passato – a marcare, in maniera indelebile, la sua arte. La quale nasce come reazione alle avanguardie, a cominciare dal futurismo che esaltava velocità, progresso e modernità, mentre i suoi treni sono fermi e la sua pittura suona una musica completamente diversa rispetto a quella degli altri musicanti. Per questo nel 1913 Guillaume Apollinaire non esita a definirlo “il pittore più sorprendente della giovane generazione”.
Strade diverse
In effetti mentre tutt’attorno, da Milano a Parigi e Vienna, furoreggiava l’esaltazione futuristica per la “Città che sale”, chiaro segno di quella modernità che con la sua continua espansione urbana, tanto in orizzontale quanto in verticale, con i suoi grattacieli in cemento armato, le sue fabbriche, stazioni e aeroporti, avrebbe rivoluzionato modi di vivere millenari e passatisti, sostituendo alla monotonia dei ritmi naturali le infinite potenzialità delle nuove tecnologie, mentre tutto questo veniva celebrato come il segno di nuova era per l’umanità (e c’era anche molto di vero!), Giorgio de Chirico batteva strade completamente diverse, per non dire contrarie, che avrebbero a lungo segnato la storia dell’arte. Non sono pochi, infatti, artisti e movimenti che, fino ai giorni nostri, non solo hanno attinto a quel linguaggio – dal Dadaismo al Surrealismo, dalla Nuova Oggettività al Realismo Magico, dalla Pop Art alla Transavanguardia – ma ne hanno anche amplificato il campo di azione espandendolo dall’architettura al design, dalla fotografia e dal cinema alla musica. Siamo così giunti al cuore della mostra in corso a Palazzo Reale che allinea un consistente corpus di opere e documenti che da de Chirico e Carrà, da Mario Sironi e Felice Casorati, da René Magritte e Max Ernst arriva ad Andy Warhol e Mimmo Paladino, a Jannis Kounellis e Frank Gehry, perfino a Giorgio Armani e ai Genesis, ai Pink Floyd. Ma Palazzo Reale, con le sue 400 tra opere d’arte e testimonianze storiche, non è che il punto di avvio delle rassegne. Segue il Museo del Novecento che, con una selezione di una cinquantina tra disegni, maquette, abiti, materiali d’archivio e fotografie, documenta il rapporto tra la ‘Metafisica e Milano’ grazie all’attività artistica e alla collaborazione che de Chirico, Savinio e Carrà ebbero con alcune delle più importanti istituzioni artistiche e culturali milanesi. Ci si sposta poi alle Gallerie d’Italia che rendono omaggio a Morandi attraverso le intense fotografie scattate da Gianni Berengo Gardin nell’atelier del pittore. La passeggiata urbana conclude poi a Palazzo Citterio, contiguo all’edificio di Brera, che espone un progetto inedito dell’artista sudafricano William Kentridge dedicato proprio a Giorgio Morandi.
Per capire le ragioni di tanto interesse è forse utile riportare in chiusura un pensiero di Giorgio de Chirico il quale, a preposito della Metafisica, scriveva che “ogni cosa [ha] due aspetti: uno corrente quello che vediamo quasi sempre e che vedono gli uomini in generale, l’altro lo spettrale o metafisico che non possono vedere che rari individui in momenti di chiaroveggenza e di astrazione metafisica, così come certi corpi occultati da materia impenetrabile ai raggi solari non possono apparire che sotto la potenza di luci artificiali quali sarebbero i raggi X” (‘Sull’arte metafisica’, 1919). Era ed è proprio questa dimensione-oltre a interessare de Chirico e i suoi compagni di strada ieri, come i suoi eredi oggi.
CULTURE E SOCIETÀ
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