‘Radio LSD’, un trip con cintura di sicurezza
Il viaggio di Hofmann per Stroppini, visto/sentito a Territori
di Virginia Antoniucci
Da bambina mia madre mi ripeteva che, se mai avessi fatto uso di droghe, sarei finita per credermi un’arancia a vita. Un’eternità in versione Sanguinello. È un’immagine che mi è rimasta addosso come solo le minacce materne sanno fare, e che mi è tornata in mente alla decima edizione di Territori Festival davanti a Radio LSD – Albert Hofmann’s trip, l’audiofiction dal vivo di Flavio Stroppini e Andrea Manzoni. Mentre i miei timpani facevano slalom tra le allucinazioni geolocalizzate dal microfono binaurale Neumann, mi è venuto il sospetto che mia madre non avesse poi così torto. Solo che lei non sapeva – o non poteva sapere, all’epoca – che esistesse anche un’altra opzione, che invece questo spettacolo ha messo sul tavolo: il trip con la cintura di sicurezza.
Dal laboratorio Sandoz al bunker post-apocalittico
Nell’insolita location del Garage Ferrari si è messa in scena quella minuscola frazione di storia in cui è stata fatta una grande scoperta. Nel 1943 il chimico svizzero Albert Hofmann sintetizza l’LSD nei laboratori Sandoz, ne ingoia 250 microgrammi e, senza saperlo, inaugura il Bicycle Day: il primo trip da sostanza sintetica autosomministrato della storia umana, documentato in parte da lui stesso nel libro LSD, il mio bambino difficile. Una pedalata fra le strade di Basilea che è entrata nella mitologia psichedelica come la mela di Newton è entrata nella fisica. Stroppini e Manzoni prendono quella pedalata leggendaria e la spostano dentro un bunker post-apocalittico, che evoca la mente di Hofmann durante il viaggio: un uomo solo, che ha perso il contatto con l’umanità, trasformando un aneddoto scientifico in una metafora dello smarrimento dell’uomo contemporaneo.
Radio LSD non è un’opera nostalgica sull’idea di LSD degli anni Sessanta – quelli di Timothy Leary, della controcultura, di Woodstock – e arriva esattamente nel momento in cui la percezione stessa degli psichedelici sta ritrovando il suo significato più scientifico: da “sballo” a protocollo clinico, microdosaggi, neuroplasticità. Un racconto più vicino a Huxley di Le porte della percezione che ai Pink Floyd di Syd Barrett, senza chitarre psichedeliche e magliette tie-dye, ma contatto con l’umanità, freddezza, morte, speranza e il discernimento dell’Io.
Atto dopo atto
Un viaggio introspettivo che si srotola in diverse fasi, alternando paura e follia, saggezza e domande esistenziali da quattro di notte in coda al kebab: chi sono, da dove vengo, cos’è vero e cos’è falso, perché esisto, a che ora sarà la fine del mondo. Cadono mescolate a field recording, frequenze cardiache che si impennano, percezioni del tempo che si dilatano e risucchiano la mente.
Memorie, paure e speranze si confondono e, se nei primi minuti destabilizzano, è esattamente questo lo scopo di un’esperienza che ti costringe a lasciar andare ogni logica di causa-effetto. Di fronte a questo rabbit hole, l’unica mossa intelligente è smettere di opporre resistenza e affidarsi a chi tiene in mano i fili: Flavio Stroppini al testo e alla regia, Daniele Ornatelli in scena, William Geroli al sound design e Andrea Manzoni alla musica. Un team che orchestra ogni gesto al secondo, dal vivo, con la precisione di meccanici F1 ai box, permettendoti di lasciarti trascinare dal flusso per poi risalire a galla cinquanta minuti dopo.
Se la celebre Lucy dei Beatles fluttuava nel cielo con i diamanti tra nuvole soffici e colori pastello, qui l’esperienza è stata cruda, senza fronzoli, in quella che è la miglior pubblicità progresso dell’anno e insieme un promemoria importante: si può ancora fare arte radiofonica così.
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