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Le autrici che abbiamo perduto

Di Martina Parenti

Quante scrittrici abbiamo perduto a causa della secolare misoginia che ha negato alle donne il diritto di pensiero, parola, decisione, affermazione? Basta consultare un qualsiasi programma scolastico per rendersi conto che sono gli uomini ad aver fatto la storia della letteratura. E non certo per merito. La gara era semplicemente impari. Il cervello femminile – è ormai stato ampiamente dimostrato – non riscontra alcun deficit di genere, anzi, volendo addentrarsi negli stereotipi più triti, sarebbe quello più predisposto alle arti. Agli uomini restano le materie scientifiche, i motori e la carpenteria. In teoria. Si può dunque tranquillamente inserire Veza Canetti nell’elenco delle autrici che abbiamo perduto. Il fatto di essere moglie del Premio Nobel e autore di Massa e potere non le ha sicuramente giovato, costringendola forse in una posizione di subalterna rivalità difficile da forzare. Sarà infatti il marito, anni dopo la sua morte, a curare la pubblicazione di alcune sue opere, come se soltanto lui potesse conceder loro il diritto di essere lette, una volta che la rivale fosse stata definitivamente resa innocua. Resta poco, purtroppo, perché Veza distrusse quasi tutto nel 1956, in preda a una violenta crisi depressiva, causata in parte anche dal difficile rapporto con l’illustre coniuge.

Le nozze come transazione economica

L’orco è una delle poche opere scampate all’oblio. Pensato per la scena, il testo esce in lingua originale nel ’91, per poi essere tradotto e pubblicato in italiano dalle edizioni Kolibris di Ferrara con la bella curatela, traduzione e introduzione del germanista e traduttore Danilo Bianchi.

Il dramma, diviso in cinque atti, si apre a Vienna con un matrimonio combinato dal padre della giovane protagonista, che trasforma le nozze in una vera e propria transazione economica. La ragazza non si oppone, abbagliata dalle collanine che il promesso sposo le regala. Anni dopo, la ritroviamo madre, in Bosnia, intrappolata in un matrimonio infelice con un marito avido e prepotente. A lei non resta che una remissività sempre più dolorosa e fragile, che la porta piano piano a spezzarsi in due, rasentando la follia. Saranno l’eredità arrivata con la morte del padre e alcuni vecchi amici a sottrarla al marito orco, portando il dramma verso un piuttosto amaro lieto fine.

Un idillio di facciata

Con una notevole padronanza della lingua e dialoghi dal respiro veloce e tagliente, la scrittrice viennese mette in scena la crisi dell’istituto della famiglia come istituzione sacra e immutabile: un idillio di facciata, dietro cui si celano rapporti di potere, sopraffazione e una concezione della donna relegata alla sottomissione e alla rinuncia di sé. Affiora inoltre la dicotomia tra la Vienna di inizio Novecento, con il suo fermento culturale e le sue istanze progressiste, e le province dell’ex monarchia asburgica, dove persistono convenzioni sociali rigide, costumi conservatori e modelli di comportamento ormai anacronistici. Particolarmente interessante è l’attenzione che il romanzo riserva alla dimensione psichica di Draga, la protagonista, intercettando l’interesse dell’epoca per i nuovi studi psichiatrici e psicoanalitici.

Eppure è come se Canetti non volesse andare fino in fondo, rifugiandosi in una rappresentazione un po’ bidimensionale e quasi fiabesca dei due coniugi. Se Iger, l’orco, è un padre padrone violento e insensibile con un naso adunco che lo rende respingente anche fisicamente, Draga è una donna dalla bellezza naturale, fragile di nervi, incapace di autodeterminazione. Anche il tanto desiderato divorzio, vissuto come liberazione, viene reso possibile dall’intervento, maschile, di vecchi amici di lei e del testamento paterno. Una rivoluzione mancata, forse. Una vittoria del femminile concessa, ancora una volta, dal maschio padrone.

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2026-11-02T07:00:00.0000000Z

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