Memorabili il Maestro e la sua orchestra al Lac
Per la prima volta a Lugano Zubin Mehta con l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino. Una serata all’insegna della limpida glorificazione di Mozart
Di Sabrina Faller
Non so che cosa abbia pensato il pubblico del Lac sabato sera nell’accingersi all’ascolto dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino guidata da Zubin Mehta, entrambi, orchestra e direttore, in scena per la prima volta a Lugano. Il pubblico dei concerti in passato ha visto Mehta dirigere alla Scala o altrove e alcuni si sono recati a Firenze a più riprese, anche per l’inaugurazione del nuovo Teatro del Maggio nel 2011, e hanno sentito dal vivo orchestra e direttore. Memorabile fu la trasferta con il Club Rete Due, nel 2007, per assistere al ‘Rheingold’ nell’allestimento de La Fura dels Baus. Invece di tornare a casa come previsto, qualcuno si trattenne sul posto per assistere anche a ‘Die Walküre’. A me che tante volte li ho sentiti nella loro sede naturale, prima il vecchio e amatissimo Teatro Comunale, poi il criticatissimo Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, fa un certo effetto realizzare che ci sono voluti decenni per portare a Lugano orchestra e direttore. E lo si deve al Lac e al suo direttore generale e musicale Andrea Amarante.
Passato prestigioso
Fondata nel 1928 come Stabile Orchestra Fiorentina da parte di Vittorio Gui (la cui pronipote, se non erro, vive proprio a Lugano), prende il nome di Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, dopo il varo dell’omonimo festival nel 1933. Il passato è prestigioso, avendo avuto alla direzione musicale personaggi come Bruno Bartoletti e Riccardo Muti (1969-’81) e dal 1985 appunto Zubin Mehta. In realtà il Maestro indiano ha debuttato sul podio fiorentino poco più che ventenne, diventandone in seguito direttore principale (1985-2017), guida e motore di tante avventure artistiche, strenuo difensore anche nei momenti più difficili, della qualità dell’orchestra, pilastro che ha garantito l’internazionalità del teatro nei momenti bui dei tre commissariamenti subiti in vent’anni, e oggi infine direttore onorario a vita, oltre che cittadino onorario di Firenze. A lui è stata intitolata nel 2021 la sala da concerto nel nuovo Teatro.
Un direttore impegnato
Ma Zubin Mehta non appartiene solo a Firenze. È direttore emerito della Israel Philarmonic Orchestra che ha guidato per cinquant’anni (1977-2019), tenendo concerti in situazioni critiche, come durante la guerra del golfo nel ’91, con il pubblico munito di maschere antigas, o davanti a platee interamente arabe. Ha visto spettatori palestinesi abbracciare musicisti israeliani dopo un concerto e spera di vederli ancora. “Sono un ottimista per natura”, dichiarava nel 2007. “So che quel giorno verrà”. Di recente ha preso le distanze dal premier Netanyahu e cancellato i suoi impegni con l’orchestra israeliana per il 2026. È stato direttore musicale della New York Philarmonic per oltre dieci anni e per alcuni anni della Bayerische Staatsoper di Monaco. Per dirla brevemente, è uno dei massimi direttori ancora in vita, della stirpe dei Maazel, Abbado, Ozawa, Muti e Barenboim, di cui è grande amico. E tra pochi mesi, il 29 aprile, compie 90 anni.
Il trittico del genio di Salisburgo
Il programma che Mehta ha portato a Lugano è un ‘tutto Mozart’ che ne comprende le ultime tre sinfonie, trittico celebre e discusso dalla critica anche perché nulla di certo si sa dell’occasione o della ragione per cui furono composte. Nacquero nella seconda metà del 1788, a breve distanza l’una dall’altra, datate tra giugno e agosto dallo stesso Mozart, che attraversa uno dei momenti più difficili della sua breve vita: l’insuccesso del suo ‘Don Giovanni’ a Vienna, la morte di una figlioletta di sei mesi, la miseria che lo assedia. Nei saggi critici si legge che nulla di tutto ciò sembra trapelare dalle tre sinfonie, tanto diverse l’una dall’altra, complesse e intessute di una ricchezza musicale che sembra germogliare da un terreno fecondo e felice. C’è chi, come Nikolaus Harnoncourt, le vede come un affresco sinfonico in tre parti, o chi, come Marc Minkowski, le rilegge in chiave massonica, associando a ciascuna di esse tre dei quattro elementi, acqua, fuoco e terra.
Chiusura di un cerchio
Mehta non fa dichiarazioni programmatiche spettacolari. Ma c’è, forse, un progetto privato, l’idea di chiudere un cerchio: il nome di Mozart è legato agli anni del suo apprendistato a Vienna e lo ha accompagnato in una lunga vita professionale e artistica dal repertorio vastissimo, da Verdi a Wagner, da Beethoven a Brahms, da Schubert a Mahler e tanti altri grandi nomi, senza dimenticare la sua strepitosa Turandot.
Nella Sala grande del Lac gremita, l’orchestra ha preso posto in palcoscenico tra gli applausi, e all’ingresso del direttore, spinto su sedia a rotelle, gli applausi sono diventati scroscianti. Zubin Mehta si è alzato ed è stato aiutato a raggiungere lo scranno sul podio. Niente leggio, niente partitura. Il Maestro dirige spesso a memoria, lo fa da decenni, e con il trittico mozartiano lo si può verificare da qualche registrazione in video. Parte la prima delle tre sinfonie, la 39 in mi bemolle maggiore K543, eroica all’inizio, poi lirica, caratterizzata da vigorosi contrasti e dalla presenza di clarinetti al posto degli oboi. L’incipit è travolgente, l’orchestra evidenzia i ritmi puntati che dominano il primo e il secondo movimento, intenso è il dialogo fra sezioni diverse, prima fra archi e fiati, poi tra legni e archi gravi. Appare subito evidente che non occorrono grandi gesti al direttore per intendersi con la sua orchestra. Il rapporto tra i due si è modellato negli anni, nel rispetto e nella piena comprensione, ma c’è di più, c’è dedizione, e ora basta un cenno lieve per comunicare.
Ondata di affetto per un evento unico
L’orchestra è in ottima forma. Gli archi sono trasparenti, luminosi, fluidi, profondamente coesi, i fiati incisivi, i legni in particolare evidenza nella sinfonia 39 (con i clarinetti protagonisti nel terzo movimento) e nella sinfonia senza ottoni, la 40 in sol minore K550, la più popolare fra tutte. Ogni movimento è costruito con cura analitica, privilegiando il nitore della narrazione, plasmando ogni sezione con equilibrio, senza esasperare i contrasti e senza nasconderli, in una visione volta a sottolineare l’alternanza di solennità e lirismo e anche l’inquietudine dei tempi nuovi che Mozart sembra anticipare nelle pagine più cariche di tensione. Dopo l’intervallo è il momento della sinfonia 41 in do maggiore K551 detta apocrifamente ‘Jupiter’ per l’olimpico equilibrio raggiunto nella risoluzione dei contrasti, messi in atto nei due movimenti estremi. È l’ultima sinfonia scritta prima della morte, apice della sapienza compositiva dell’artista trentaduenne. E qui si ha l’impressione che Zubin Mehta abbia lasciato scorrere con serenità la monumentale bellezza dell’intero edificio musicale, liberandone la potenza solare e maestosa quasi a suggello di una serata all’insegna della limpida glorificazione del genio di Salisburgo e della musica stessa. Un richiamo all’immortalità. Il pubblico ha capito perfettamente di avere assistito non a un semplice concerto, ma a un evento storico, unico e memorabile. Applausi calorosissimi per l’orchestra e per Zubin Mehta, anzi una vera ondata di affetto per il grande direttore con fiori e standing ovation finale.
CULTURE E SOCIETÀ
it-ch
2026-02-09T08:00:00.0000000Z
2026-02-09T08:00:00.0000000Z
https://epaper.laregione.ch/article/281814290306713
Regiopress SA