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Maxi-truffa e fiducia tradita, chiesti 8 anni

Processo alle Assise criminali nei confronti del commerciante d’auto d’epoca: fine requisitoria dei procuratori e replica (a metà) della difesa

Di Malva Cometta Leon

«Un imputato così difficile, in oltre vent’anni di carriera, non lo abbiamo mai incontrato». Le parole del procuratore generale Andrea Pagani, concorde la collega Raffaella Rigamonti, restituiscono l’estrema sintesi della lunga vicenda giudiziaria che ha visto imputato un 55enne italiano accusato di una maxi-truffa da 20 milioni di franchi. Per lui, nella seconda giornata dibattimentale, i magistrati hanno formulato una severa richiesta di pena: otto anni e 10 mesi di carcere, senza condizionale. Una pena che, ritengono, sottolinea la gravità estrema, sia oggettiva sia soggettiva, delle colpe contestate all’imputato. Nel pomeriggio è toccato alla difesa. Nella sua arringa, non ancora conclusa, l’avvocato David Simoni ha invece virato verso una riqualifica delle imputazioni, sostenendo che il caso vada ricondotto a una gestione finanziaria sfociata in esiti negativi piuttosto che a un sistema fraudolento.

‘Intensa attività delinquenziale’

Secondo l’accusa, l’uomo avrebbe costruito nel tempo – si parla di circa un decennio, fino al giorno del suo arresto nell’agosto 2024 – un sistema fondato su reati finanziari di ampia portata, tra cui truffe per mestiere per circa 2,6 milioni di franchi, amministrazione infedele con un danno stimato attorno ai 15 milioni e operazioni di riciclaggio per circa 7 milioni. Un’attività che, stando ai procuratori, sarebbe stata portata avanti per anni con «un’incredibile intensità delinquenziale e spregiudicatezza», sfruttando in modo sistematico il rapporto di fiducia con i clienti. Da quanto emerso in aula, il presunto sistema truffaldino avrebbe coinvolto una ventina di clienti, attraverso investimenti convogliati in un fondo che reinvestiva nella stessa società dell’imputato, generando profitti indebiti.

I clienti, ignari della reale destinazione dei loro capitali, si sarebbero visti negare per anni la possibilità di rientrare in possesso dei propri fondi, con perdite in alcuni casi superiori al milione di franchi. I fondi ottenuti dal 55enne sarebbero stati utilizzati non solo per operazioni legate all’attività commerciale dell’imputato, ma anche per fini personali: dall’acquisto di un vasto parco di auto d’epoca a investimenti immobiliari tra Svizzera ed estero (Melide risulta tra questi), passando per concessioni di crediti a sé stesso tramite la propria società. «Ha abusato della fiducia delle vittime per realizzare i propri sogni», hanno sottolineato, evidenziando come alcuni clienti lo considerassero un amico. Tra questi, nell’atto d’accusa compare anche un nome già balzato all’onore della cronaca per truffa.

‘Puro fine di lucro’

Un comportamento protratto per circa un decennio, senza interruzioni, con un’attività illecita che «lo occupava quasi a tempo pieno» e motivata «dal puro fine di lucro, per vivere al di sopra delle proprie possibilità». A ciò si aggiungerebbero la creazione di documentazione falsa e persino l’indebito ricorso agli aiuti federali legati ai crediti Covid. Un presunto modus operandi che Pagani ha definito una «palude dello scempio».

Nemmeno dopo l’arresto, l’imputato avrebbe mostrato segnali di collaborazione. «Avrebbe potuto ammettere le proprie responsabilità, ma ha continuato a inventare nuove versioni», hanno osservato i magistrati, rilevando un atteggiamento che ha contribuito ad allungare l’inchiesta. Proprio per questo, l’accusa ha escluso qualsiasi attenuante, chiedendo una pena severa a fronte di quella che è stata definita una condotta «priva di scrupoli» e reiterata nel tempo.

La difesa: ‘Non si sovrapponga un insuccesso finanziario con un reato’

Secondo la difesa invece, il caso – pur apparendo complesso a una prima lettura – si ridurrebbe, se analizzato con rigore, a una rete di rapporti finanziari protratti nel tempo, fatti di accordi, investimenti e restituzioni di debiti. Simoni ha sottolineato come alla Corte non si chieda «indulgenza o clemenza», né di assolvere «un uomo perfetto», ma piuttosto di esaminare con attenzione gli atti per distinguere ciò che appartiene al rischio d’impresa da ciò che può configurare un reato. Simoni ha ripercorso il profilo professionale dell’imputato, attivo da anni nella gestione patrimoniale e con esperienza anche in ambito bancario, sottolineando come sia incensurato e come, a fronte di un numero elevato di clienti seguiti nel tempo, solo una parte limitata abbia sollevato contestazioni. In questa prospettiva, le perdite registrate da alcuni clienti andrebbero lette alla luce di investimenti rivelatisi sfavorevoli e non come il risultato di un disegno fraudolento. È stato inoltre sostenuto che non vi sia stata alcuna volontà di occultare o disperdere patrimoni: al contrario, l’imputato avrebbe continuato a utilizzare anche le risorse della propria società per far fronte agli impegni e alle richieste degli investitori. In definitiva, per la difesa non vi sarebbero gli estremi per qualificare penalmente i fatti, ma piuttosto una gestione finanziaria complessa sfociata in risultati negativi. Oggi Simoni concluderà il suo intervento.

LUGANESE / MENDRISIOTTO

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2026-04-15T07:00:00.0000000Z

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