De André e Guccini sopra lo stesso palco
Accade in ‘Genova, l’Emilia e l’America’, il 15 aprile a Massagno con band che include Ellade Bandini e Flaco Biondini. Incontriamo Andrea Parodi Zabala
Di Beppe Donadio
Trattasi di viaggio musicale e narrativo che mette insieme i Bordelobo del cantautore Andrea Parodi Zabala e il chitarrista della Treves Blues Band Alex Gariazzo. Con Riccardo Maccabruni (tastiere, fisarmonica) e Michele Guaglio (basso), la band include Ellade Bandini e Flaco Biondini, due grandi della musica italiana ma anche due collaboratori dei protagonisti della serata: Fabrizio De André e Francesco Guccini. Bandini è stato il batterista di entrambi, Biondini lo storico chitarrista del secondo.
Nello spettacolo ‘Genova, l’Emilia e l’America’ va in scena – ci piace pensarla così – il tour che avrebbe visto insieme Fabrizio e Francesco e che invece non si fece mai. Ma se non la si volesse intendere così, quella del 15 aprile alle 20.30 al Lux di Massagno è comunque l’occasione per rivivere la musica e le passioni comuni dei due artisti, grazie anche agli aneddoti di chi li ha frequentati. Quanto all’America, alla quale entrambi hanno guardato con amore e spirito critico, a Massagno si materializzerà con Sarah Lee Guthrie, figlia di Arlo e nipote di Woody, padre di tutti i cantautori. Aspettando questo viaggio musicale voluto dalla neonata associazione Palco del Lux, abbiamo incontrato Parodi Zabala, motore del tutto.
Premesso che fare domande su Guccini o De André è come chiedere di parlare dell’Impero romano, e visto che ci saranno aneddoti, partiamo dai tuoi: come Andrea Parodi Zabala ha scoperto Guccini e De André?
Ci sono cresciuto. A sei-sette anni sgattaiolavo nella camera degli zii dove c’erano le cassette e i vinili, i loro e quelli di Dylan e Springsteen. De André è stato l’innamoramento più grande e non mi ha mai lasciato. Le cassette me le facevano toccare, il piatto con i vinili no. Associo i vinili alle scuole medie, all’amore per i Beatles e alla fortuna che a Cantù, dove abitavo da ragazzino, c’era un bellissimo negozio di dischi, un posto nel quale spendevo le paghette settimanali, un luogo di formazione fondamentale che si sta perdendo, dove si facevano incontri, dove venivi a sapere dei concerti del fine settimana. Detto con tanta nostalgia, era un mondo diverso da quello attuale e portare in giro uno spettacolo su Guccini e De André rappresenta per me l’esigenza di ricordare che, anche se pare una vita fa, c’è stato un tempo in cui i testi delle canzoni avevano un’importanza fondamentale e così quell’illusione di cambiare le cose che ha accompagnato Guccini e De André, influenzando intere generazioni. Nel mio caso, portandomi a scrivere quei piccoli film dei quali loro sono stati maestri.
De André non c’è più, Guccini è come se non ci fosse, perché non si esibisce. In epoca di sosia, il modo migliore per avvicinarsi agli originali è suonare con chi vi ha suonato…
In questi anni mi sono sempre divertito a lavorare su progetti trasversali, su concept più che sul concerto in quanto tale. Ero al Tenco nel 2015, l’edizione interamente dedicata a Guccini. Lui aveva abbandonato le scene da poco e anche in quell’occasione non volle cantare, nonostante l’incitamento a farlo. Sono passati più di dieci anni, Francesco non canta più ma c’è ancora voglia di ascoltare le sue canzoni e quelle di Fabrizio. Le cover band di De André non mancano, per cantare Guccini ci sono I Musici, dei quali fanno parte anche Ellade e Flaco. L’intento di questo spettacolo è diverso, è quello di fare incontrare due personaggi che insieme avrebbero dovuto anche fare un tour, che non si è mai realizzato.
Cosa si sa di quel tour che non si fece?
“È meglio che non ci sia mai stato” dice Ellade, ridendo, durante lo spettacolo, viste le due personalità così simili e così diverse allo stesso tempo, simili per sensibilità e nell’affrontare la vita, diverse nel modo di approcciare il palco: Francesco un chiacchierone amante dell’improvvisazione, Fabrizio con altri tempi e altro linguaggio. Ci siamo chiesti quale sarebbe potuta essere la sintesi e abbiamo individuato una matrice comune nell’amore di entrambi per Bob Dylan, al quale lo spettacolo estende il suo viaggio. Andiamo quindi in quei luoghi identitari nella loro musica, la Genova di Fabrizio e il lavoro sulla lingua da ‘Creuza de mä’ in poi, la Via Emilia di Guccini, le ‘piccole osterie di fuori porta’ e tutti quei luoghi a lui cari, ma anche nell’America guardata da entrambi con spirito di contraddizione, nel totale rifiuto di certe dinamiche e certi poteri, e tanto amore verso quei linguaggi musicali decisivi per la loro formazione.
Johnny Cash, Willie Nelson, Waylon Jennings e Kris Kristofferson riuscirono a convivere come Highwaymen per tre dischi e non solo per un tour: credi che Guccini e De André sarebbero riusciti a fare lo stesso?
Io credo di sì. Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di stringere un’amicizia importante con Dori Ghezzi e credo di poter dire che il duo avrebbe funzionato. Ma proprio come l’Impero romano di cui dicevi, io De André l’ho sempre visto da lontano, solo ora tramite Dori lo sto conoscendo in maniera più intima. Lo stesso Fabrizio viveva questa distanza con Dylan. Un paio di volte gli fu chiesto di aprire i suoi concerti e lui rifiutò. Alla fine, i due non si sono mai incontrati.
Mai incontrare i propri idoli, si dice…
Sì, forse per la paura di rovinare un ricordo. Da parte mia, sto incontrando Fabrizio attraverso i ricordi di Dori e quelli di questo spettacolo, ricordi che si devono a Ellade e a Flaco, che tirano fuori chicche uniche su entrambi. Questo spettacolo non è mai uguale a sé stesso e diverte tantissimo anche noi sul palco, perché ogni volta scopriamo qualcosa di nuovo.
In America ci andrete con Sarah Lee Guthrie, quale guida migliore...
Woody Guthrie è il padre spirituale di Dylan, di tutti i cantautori, fondamentale per Guccini e De André oltre che per De Gregori, Bennato, per tutti quelli che hanno approcciato, con una chitarra acustica e magari anche con un’armonica, quel modo di fare musica e di voler cambiare il mondo, a volte senza dichiararlo, ma sempre con quell’intento. Sarah è una predestinata: a tredici anni è salita sul palco della Carnegie Hall con papà Arlo a duettare con lui su una canzone di Pete Seeger e da allora è stata in tour con il padre e con la sua famiglia, fino a raccoglierne il testimone. Arlo si è ritirato, resta lei a capo di una famiglia allargata della quale è discendente diretta, ma mi piace pensare che lo stesso De Gregori in Italia, o Billy Bragg in Inghilterra facciano parte di questa legacy che continua a distribuire valori importanti.
Fosse ancora tra noi, Fabrizio De André avrebbe 86 anni. Premesso che forse si starebbe godendo la meritata pensione: che ci siamo persi in questi 27 anni senza di lui?
Pensando alla sua evoluzione negli ultimi anni di vita, è difficile a dirsi. ‘Anime salve’ è un capolavoro assoluto, ma la cosa riguarda tutta la sua produzione. Fabrizio non era un artista da un disco all’anno, si prendeva il tempo necessario. Ha sempre cercato di portare nei suoi lavori la curiosità e l’amore verso altri artisti, altri autori, verso la bellezza in generale, che plasmava lentamente. Non so quanti album avrebbe fatto dal 1999 a oggi, forse pochi, ma sarebbero stati dei capolavori. Non saprei dire quale luce l’avrebbe abbagliato, e quale urgenza guidato. So che non sarebbero mancati i temi sui quali esprimersi e portare valori in contrasto, soprattutto oggi.
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