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‘Maro’, la guerra raccontata dai corpi

Lo spettacolo georgiano in scena per Territori

Di Ivo Silvestro

‘Maro’ è uno spettacolo al contempo semplice e potente. Semplice nel suo allestimento: scena e costumi essenziali, cinque attori, pochissime parole; potente nella sua capacità di portare in scena la guerra, il suo dolore, la sua assurdità e, purtroppo, la sua inevitabilità.

‘Maro’ è lo spettacolo della Compagnia Hoi e del teatro Tumanishvili di Tbilisi che il Festival Territori ha ospitato giovedì sera al Sociale. Il Tumanishvili, fondato nel 1975 all’interno dello Studio Cinematografico Georgiano, è una delle istituzioni più vive del teatro georgiano e questa produzione ha vinto il Biennale College, progetto ideato da Gianni Forte durante la sua direzione della Biennale Teatro di Venezia e proposto al Gift Festival di Tbilisi da Michele Panella. Un concorso – lanciato due anni fa ma ritardato dai disordini politici che hanno scosso il Paese, con molti artisti finiti in carcere – che ha selezionato infine cinque proposte finaliste e ha premiato il duo artistico Tata Tavdishvili e Tato Geliashvili con questo spettacolo di teatro-danza. La Maro del titolo è Maro Makashvili, studentessa universitaria di 19 anni che nel febbraio 1921 si arruolò nella Croce Rossa per raggiungere il fronte durante l’invasione dell’Armata Rossa sovietica in Georgia. Senza dirlo a nessuno, nemmeno ai suoi genitori, raggiunse le truppe georgiane in ritirata verso Kojori, ai margini di Tbilisi, dove morì il 19 febbraio colpita da una granata. In Georgia è ricordata come un’eroina nazionale, con tanto di riconoscimento ufficiale postumo nel 2015. La sua breve vita è un racconto di resistenza, di libertà, del ruolo delle donne nella storia, in una lettura politica che esplicitamente richiama l’attualità.

Ma, e qui sta la forza dello spettacolo, invece di una lunga ricostruzione storica che spieghi al pubblico il contesto e la vita di Maro, si affida tutto a pochi frammenti dai suoi diari e, soprattutto, ai corpi degli attori e ai loro movimenti. Non sono danzatori, ma attori, e la differenza è evidente: nei loro movimenti una precisione emotiva diversa da quella tecnica della danza, più grezza e per questo più vera. Il corpo riesce a raccontare cose che le parole non avrebbero saputo dire allo stesso modo: la paura, l’attesa, la perdita. Sono questi movimenti, carichi di emozione, a guidare lo spettacolo, a coinvolgere con coreografie a tratti violente, ma mai strazianti. Arrivando al cuore.

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2026-06-06T07:00:00.0000000Z

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