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L’altra Bianca Pitzorno

All’età di 83 anni, per la prima volta finalista dello Strega, 80esima edizione: ‘Un colpo di fortuna che non mi aspettavo, come vincere al Gratta e Vinci’

Di Virginia Antoniucci

Ci è voluto ‘La sonnambula’, nella sestina finalista dell’80esima edizione del Premio Strega, perché ci si accorgesse che da anni la più importante autrice per l’infanzia scrive romanzi per adulti.

Per oltre trent’anni Bianca Pitzorno è stata, nell’immaginario di chi è cresciuto leggendola, la più importante autrice italiana per l’infanzia: i libri che si cercavano negli scaffali delle biblioteche, più di due milioni di copie, intere generazioni cresciute sulle sue pagine. Un recinto editoriale comodo per tutti, tranne forse per lei, che quella veste l’ha dismessa e non manca di ricordarlo. Ma le etichette, in Italia, godono di una longevità che nemmeno i santi. Così c’è voluto un colpo di teatro – La sonnambula, nella sestina finalista dell’ottantesima edizione del Premio Strega – perché ci si accorgesse che da anni scrive romanzi per adulti. La partecipazione, dice la scrittrice, è «davvero un “in più”, un colpo di fortuna che non mi aspettavo, come vincere al Gratta e Vinci».

Il metodo del frammento

Del resto La sonnambula nasce esattamente così, da un frammento: un annuncio pubblicitario del 1894, ritrovato tra le carte della nonna, della «sonnambula» Elisa Morello. Un metodo che ha tutta l’aria di una deformazione professionale, perché Pitzorno è una classicista che ha lavorato come archeologa, e quella disciplina le ha plasmato il modo di creare una storia: «Non saprei fare diversamente e mi chiedo come facciano gli altri scrittori». L’archeologo preistorico, dice, «è abituato a ricostruire una civiltà e anche una società da un unico coccio». E così fa lei coi personaggi: «Anche per costruire la personalità, il modo di agire, il destino di un personaggio, io parto sempre da un piccolo dettaglio». Il caso di Eleonora d’Arborea, la giudicessa medievale a cui ha dedicato una biografia nel 1984, è esemplare. Per anni Pitzorno ha lavorato con quattro documenti in croce; poi, racconta, la Storia le ha fatto un regalo postumo. «Dopo la morte di Franco, la Spagna ha aperto gli Archivi della Real Casa di Barcellona, dove ho potuto recuperare la copia di un’infinità di documenti per aggiornare la biografia». Ma gli archivi, avverte, «parlano in genere della vita pubblica della gente, non dei loro sentimenti e della loro intimità. Ma anche così si può ricostruire molto». E quel “molto” si annida nel dettaglio epistolare di una firma testarda, quella “Giudicessa d’Arborea” con cui rivendicava la propria indipendenza dal re d’Aragona, che per sminuirla la chiamava “Contessa di Monteleone”. Quando, invece, i personaggi sono di pura fantasia, il procedimento si rovescia, ma l’occhio resta lo stesso: «Mi basta ispirarmi alle donne che conosco e che frequento, di cui conosco gusti e disgusti, psicologia, fatti e misfatti». Poi, spiega, mette insieme frammenti di persone diverse finché il personaggio sta in piedi.

L’economia della libertà

Reali o inventate, le sue donne condividono quasi sempre la stessa urgenza. L’indipendenza di una donna, per Pitzorno, non è mai solo simbolica come il gesto della Giudicessa d’Arborea, che esercitava il potere per davvero: è prima di tutto una questione di denaro, e non fa distinzione di ceto. Le sue eroine cuciono, risparmiano, e la posta in gioco è la stessa per la nobildonna e per la sartina: «Da sempre l’indipendenza economica è stata per le donne garanzia di libertà. Penso alle artigiane del Medio Evo come alle regine e principesse. Libertà di scelta, di movimento, libertà di dire di no». Chi però pregustasse la femminista che riscrive la Storia a beneficio delle nipoti resti deluso, più che altro seleziona la realtà con la pinzetta: «Io non “riscrivo” il copione della donna sottomessa. Semplicemente scelgo tra le donne reali quelle che hanno capito l’importanza del possedere denaro proprio, poco o molto che sia».

Al di là del folclore

La Sardegna, nei suoi libri, torna spesso, e verrebbe da chiedersi se il motore sia la sua identità sarda, nonostante viva a Milano da quasi sessant’anni. Errore, e di quelli che lei punisce senza appello: alla parola «identità» cala la ghigliottina. «Quando sento parlare di identità mi viene da vomitare. Ogni individuo è diverso, a prescindere dal gruppo in cui gli è toccato nascere». L’isola le serve semmai come grimaldello contro il suo stesso stereotipo: detesta «l’immagine di una Sardegna “ancestrale” fatta di contadini e di pastori presentata da certa letteratura folcloristica oggi di moda», e le oppone un’anagrafe diversa, colta e borghese – università fin dal Cinquecento, professionisti, scienziati, «anche pastori e contadini, ma non solo quelli». Persino l’irrazionale che appare nei suoi ultimi libri – la trance, le premonizioni della sonnambula – ha una provenienza rigorosamente accademica più che folcloristica. Questo sguardo sulla magia ricorda il saggio Sud e magia di Ernesto de Martino, dove è analizzata più come fenomeno storico-culturale che come oggetto di fede. «All’università di Cagliari ho studiato Tradizioni popolari proprio con Ernesto de Martino. La sua bravissima assistente, Clara Gallini, ha tra l’altro scritto un saggio intitolato La sonnambula meravigliosa, in cui studiava il cosiddetto irrazionale come qualcosa di scientifico, fin dai primi tempi del mesmerismo». La sua posizione è quella di un’illuminista dalla curiosità accesa: «Io non credo alla magia. Ma credo che alcune persone abbiano delle facoltà che ancora non abbiamo indagato e studiato fino in fondo. Poi naturalmente ci sono anche gli equivoci e chi se ne approfitta».

Il solo sortilegio che a Pitzorno interessi sembra essere quello che produce la mente umana: la paura, la superstizione, le storie che ci raccontiamo per sopravvivere. Lo stesso disincanto con cui, a ottantatré anni e per la prima volta in corsa per lo Strega, si rifiuta di trasfigurare in trionfo un premio: «Naturalmente mi ha fatto piacere, ma anche se vinco non mi cambierà la vita. Sono troppo vecchia ormai. Avrebbe potuto farlo se mi fosse capitato vent’anni fa».

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