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Nessuna macchina, ‘Scritto con la luce’

Niente esposimetro, né lenti né obiettivi, niente apparecchiatura tradizionale. È il segno della collettiva aperta fino al 7 agosto alla ConsArc di Chiasso

Di Giovanni Medolago www.galleriaconsarc.ch.

La Fotografia ha collezionato nel tempo diverse definizioni. La più sarcastica si deve al compositore e poeta milanese Arrigo Boito, esponente della Scapigliatura: “Un’arte nata da un raggio e un veleno”. È l’incipit della sua poesia intitolata ‘Madrigale’ (1866) che poi continua con questi versi: “Su questo segno della tua potenza / mi si rivela appieno / la tua duplice essenza”.

La parola fotografia si deve invece alla lingua greca: da phôs (luce) e graphê (scrittura e/o disegno). ‘Scrivere con la luce’ è altresì il titolo di un progetto editoriale di Vittorio Storaro, uno che di queste cose se ne intende: tre Oscar dopo aver addomesticato ombre, riflessi e colori per F.F. Coppola (‘Apocalypse Now’), Warren Beatty (‘Reds’) e Bernardo Bertolucci (‘L’ultimo imperatore’).

Lucciole e Orizzonti

L’introduzione ci porta alla mostra collettiva attualmente in corso alla ConsArc di Chiasso, intitolata a sua volta ‘Scritto con la luce’ e che propone i lavori di una decina di artisti realizzati senza l’ausilio dell’apparecchiatura fotografica ‘tradizionale’: niente esposimetro, né lenti né obiettivi. Particolarmente originale, in questo contesto, è la serie ‘Lucciole’ di Paola Di Bello (nata a Napoli e milanese d’adozione). È lei stessa a spiegarne la genesi: “Ho fatto impressionare la pellicola fotografica dalla luce di questi coleotteri, raccolti in campagna e poi fatti camminare sulla pellicola impressionabile: ho posto le condizioni iniziali in modo che l’opera si compisse da sola”.

Gli ‘Orizzonti’ di Silvio Wolf (Milano, 1952) sono scritture di luce autogenerate durante il caricamento dell’apparecchio fotografico che vanno al di là della coscienza e della volontà del fotografo: lo spezzone iniziale di una pellicola poi sviluppata con le 36 pose del classico rullino. “Rappresentano – spiega – un confine tra oggettività fotografica e astrazione, pura interpretazione della luce”.

Pittore e fotografo napoletano, esponente della Mechanical-art basata sui procedimenti appunto meccanici di riproduzione dell’immagine, Bruno Di Bello (1938-2019) propone due distinti lavori: ‘Studi per Apollo e Dafne nel terremoto’ – figure mitologiche entrambe rappresentate con la tecnica della silhouette – e ‘Spirali’, dove un semplice segno grafico si sviluppa e finisce per arrotolarsi su se stesso.

Del poliedrico artista di casa nostra Paolo Foletti si ammirano due ‘Fotogrammi’ realizzati nel 2007. Copie uniche di grande formato e realizzate

su carta politenata, chiamano lo spettatore alla propria interpretazione: a noi hanno suggerito sia un panorama montuoso, sia le morbide forme di un corpo umano disteso. “Con questo procedimento – commenta Luca Patocchi – egli ‘uccide’la fotografia, riconoscendole però le sue particolarità tecniche nell’uso della luce: è lei che decide la profondità e la visibilità delle immagini”.

‘Sperimentazioni’

Altri Fotogrammi in mostra sono quelli di Max Huber, tre opere dalla serie ‘Sperimentazioni’ datata 1940 e con le quali si riconferma “Un curioso

neofita capace di seguire con parallela fantasia le avanguardie europee lungo la sua professione di grafico e di artista astratto” (C. Colombo).

Alessandra Calò è partita dalle erbe e fiori raccolti da un ragazzo dell’800 per realizzare a sua volta – insieme a persone con diversi tipi di disabilità – un “Herbarium, i fiori sono rimasti rosa”: callitipie poi sistemate dentro cubi a loro volta sistemati su un alto supporto metallico. Quattro opere di sicuro fascino.

Il finissage della mostra chiassese è previsto il prossimo 7 agosto. Tutte le informazioni su

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2026-07-24T07:00:00.0000000Z

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https://epaper.laregione.ch/article/281822880580001

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