L’ombra del fallimento scuote tutta la capitale
Juan Carlos Trujillo intende cedere le quote dell’Acb, ma la precaria (e poco trasparente) situazione finanziaria intimorisce possibili acquirenti. E il tempo passa
Di Giorgia Mossi
«Non continuerò alla testa del Bellinzona. Ci sono delle offerte, ma in fase di valutazione perché voglio che la società continui forte di una chiarezza finanziaria e della solidità che la situazione impone». Queste le parole di Juan Carlos Trujillo, che ieri tramite WhatsApp ha risposto alle sollecitazioni dei colleghi di TeleTicino affermando di voler cedere il club e abbandonare de facto la scialuppa. Il patron ha dichiarato che tre investitori, di cui due «locali e che ben conoscono la realtà dell’Acb» confermati da Shpetim Krasniqi, avrebbero mostrato interesse a rilevare le quote. Da nostre informazioni, però, nessuno fino a questo momento avrebbe seriamente intenzione di prendere in mano le redini. Il motivo? Beh, semplice, la poca chiarezza e trasparenza. Il quadro non è cristallino, piuttosto nebuloso. Qualche personaggio che ha orbitato nell’ambiente sarebbe disposto a lanciare un salvagente, ma si deve capire l’effettivo deficit. A oggi si parla di 1,5 milioni, senza calcolare le indennità di formazione che l’attuale (e pure la precedente) proprietà intende assumersi, Fifa permettendo. Secondo quanto affermato da Trujillo a Blog Deportivo, podcast colombiano, la difficile situazione finanziaria sarebbe principalmente da ricondurre a una “disputa sui debiti” ereditati dall’antecedente amministrazione. “Era indispensabile avere chiarezza sulla disponibilità economica, ma non l’abbiamo mai avuta. Il vero scenario è affiorato passati cinque mesi”.
Krasniqi ha pure lui appreso dai media la volontà del presidente di cedere il club. «Fino all’altroieri ci ha infatti assicurato che, qualora non ci fosse nessuno interessato a rilevare l’Acb, avrebbe fatto uno sforzo per continuare. Ho quindi pensato che le trattative fossero a uno stato avanzato». Patron e direttore generale dovrebbero incontrarsi oggi, in Ticino, e «guardandolo negli occhi, capirò un po’ di più quali siano veramente le sue intenzioni: rimarrà in sella, mollerà o qualche offerta è quasi matura». Non ha tuttavia nascosto l’eventualità del fallimento. «Le possibilità sono due. Qualcuno rileva i debiti o devono essere saldati dall’attuale proprietà, altrimenti non ci sono alternative. È la nuda e cruda realtà. Sono piuttosto fiducioso perché ci sono molte persone che amano il Bellinzona, ma la presentazione dei bilanci non è un’eventualità da escludere. Da qui a fine settimana prossima sapremo di che morte dovremo morire o chi sarà il nuovo proprietario del Bellinzona». Trujillo non pensa di recuperare il denaro investito, però si vuole assicurare che il club finisca «in buone mani».
D’altronde il patron aveva sostenuto a più riprese che sarebbe rimasto anche in caso di retrocessione perché “credeva nel potenziale” del club. Il colombiano, però, ultimamente si è accorto che il calcio rossocrociato non è di sua competenza. «Ha incontrato parecchie difficoltà col settore giovanile, il calcio d’élite nonché la minilicenza. Ci ha detto chiaramente di aver sottovalutato il campionato svizzero. Non pensava che la Challenge fosse una lega così difficile, impegnativa», ha concluso Krasniqi. E, infatti, i rinforzi stranieri (che sempre nel podcast ha spiegato avrebbe dovuto portare nel mondo del calcio europeo) hanno faticato e parecchio. La serie cadetta richiede fisico e intensità, meno tecnica. In questi ultimi mesi non ha dunque mai nascosto la possibilità di fare un passo indietro a favore di un investitore di buone intenzioni. ormai che si parla di licenza, patentini e altro. Però non abbiamo mai cercato alibi o scuse». Il difensore ha sempre messo la faccia per «rispetto dei nostri tifosi e della città».
Questo non vuol dire che tutto sia da buttare. L’Acb è sceso di categoria «tante volte, poi è risalito. Il punto è capire se questa società, l’attuale proprietà, ha il coraggio, la voglia e la forza di continuare a mantenere le sue promesse». Un pensiero da capitano, ma soprattutto bellinzonese che «ama questa società. Non ci sarò? Poco importa. Il mio intento è che il club abbia un futuro, soprattutto per quei ragazzi che ho avuto il piacere di allenare nel settore giovanile. Mi auguro che, pur essendo in Promotion, l’Acb ritrovi quella sua umiltà e quella sua unione riportando il pubblico allo stadio. Che non abbia problemi fuori dal rettangolo di gioco, che si torni a una normalità. Niente di più, niente di meno». Poche aspettative, ma ben realizzate insomma.
Se le basi non sono abbastanza solide, la struttura prima o poi crolla
L’Acb non ha le stesse risorse di un Lugano, ma può comunque togliersi delle soddisfazioni forte di un progetto. «Nei tre anni che ho passato con la vecchia proprietà, quindi Pablo Bentancur, se avessimo mantenuto un blocco di undici giocatori e aggiunto i migliori elementi delle altre stagioni vi assicuro che avremmo lottato per la Super League». Nella capitale però non c’è stata continuità, pazienza. «E, quindi, ci siamo ritrovati qui. Il nuovo presidente aveva dei propositi molto nobili ma, non conoscendo la realtà, ha incontrato più di qualche difficoltà. Il calcio è qualcosa di serio: come in ogni azienda, in cima si devono avere teste competenti e che delegano a persone altrettanto preparate. Se io non gioco bene, il mister non mi butta nella mischia. La stessa cosa vale poi salendo per l’allenatore, ma sopra ci sono altre persone. È lì, secondo me, che non siamo riusciti a creare questa catena dalla proprietà fino al magazziniere». Una catena prima molto solida. «Niente di straordinario, la base però funzionava».
Un filo che oggi si è perso. Ad esempio il Nyon «non ha un budget superiore, ma sono consci delle loro possibilità. Non puntano mai a salire, piuttosto a salvarsi. Qui si è fatto il passo, ripeto, più lungo della gamba. E quando giochi col fuoco, ti bruci». Secondo il capitano, il Bellinzona ha perso il campionato in estate. «Quando una casa non ha fondamenta stabili, crolla. Per quello dico che bisogna tornare a quell’umiltà che aveva il club. Quando sei umile inizi da poco, poi aggiungi pezzettini fino a creare qualcosa di serio». La speranza del 34enne quindi è che l’Acb riparta da basi solide. «Non compia lo stesso errore per il quinto anno di fila».
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