Renzo Ferrari e il rumore del tempo
A 5 anni da ‘Tempo sospeso e Facezie’, dal 17 marzo ‘Crunch Moment’, i lavori del biennio 2024-25 nel Porticato della Biblioteca Salita dei Frati a Lugano
di Alberto Nessi
Renzo Ferrari è un esempio di artista fedele a sé stesso e alla sua vocazione. Visitare la sua ultima mostra, che prende il via martedì 17 marzo nella suggestiva sede del Porticato Salita dei Frati di Lugano, o sfogliare il catalogo che la accompagna, vuol dire ripercorrere i temi che gli sono congeniali da sempre, cioè inquietudine, alienazione, attualità politica, inquinamento ambientale: il “rumore del tempo”, per citare il titolo di un acquerello che richiama, oltre a una celebre raccolta di saggi di Osip Mandelstam, il romanzo di Julian Barnes su Sostakovic e il suo conflitto con lo stalinismo, ideologia letale per l’arte, come si sa; ed è superfluo far notare che la pittura di Ferrari non ha niente a che fare, da sempre, con il potere e l’ufficialità.
La temperie espressiva che si avverte nel pittore di Cadro non è altro che il riflesso della follia del mondo in cui viviamo, l’eco del rumore del nostro tempo. Nel quale tutto ha perso senso: le speranze di rinnovamento seguite alla seconda guerra mondiale sono miseramente naufragate, la razionalità è stata sconfitta dalla demenza, l’intelligenza vera da quella artificiale. E le traballanti presenze cibernetiche che vediamo sulla copertina del catalogo rendono bene, in modo grottesco e anche scanzonato, il terremoto che ha investito in questi anni la realtà dell’“uomo antiquato” del filosofo Günther Anders, che inutilmente parecchi decenni or sono ci mise in guardia dai pericoli della macchinizzazione del mondo.
Una vita nell’avventura dell’arte
La pittura di Ferrari è impregnata di cultura. E dicendo così il pensiero va alle innumerevoli discussioni avute con lui fin dall’adolescenza, quando per me l’amico rappresentava quasi un mito: colui che impegna la sua vita nell’avventura dell’arte. Un po’, per fare un parallelo letterario, come il Tonio Kröger di Thomas Mann, che nell’adolescenza scopre di essere “diverso” per vocazione. Ecco un altro riferimento culturale. Considerare a ritroso il lavoro di Renzo significa fare riferimenti culturali, fare i conti con i movimenti del Novecento, e non solo; e significa anche ascoltare il rumore della storia, dell’attualità che si specchia nell’opera d’arte.
Nella sua pittura, dando un’occhiata retrospettiva, ci sono, per fare una breve, parziale rassegna disordinata, le maschere di Ensor e i cardi di Sutherland, i fucilati di Goya e le marionette slogate di Kafka, i manieristi del ’500 e gli espressionisti del Novecento, fatti convivere con l’Informale degli anni Sessanta del secolo scorso, la poetica che ha affascinato la nostra generazione.
La parabola della degradazione umana
Nel cospicuo numero delle opere esposte alla Biblioteca dei Frati, tutte recenti, Renzo assembla, come di consuetudine ma in modo sempre nuovo, oggetti d’uso quotidiano – la forbice, il bicchiere, il pennello impugnato come un’arma – sotto lo sguardo, emblematico e ironico, di chi assiste alla parabola della degradazione umana. E propone più volte il tema delle guerre che oggi, come sempre, assillano il mondo; in particolare, mette in scena la tragedia infinita di Gaza. Il caos del reale è controllato dal pittore nel suo fantasmagorico Barakon, che può essere definito un luogo di resistenza. E il pittore in queste opere ancora una volta esibisce la sua freschezza coloristica, la sua diavoleria inventiva, il suo gusto per l’ibridazione. Ciò che subito colpisce l’osservatore è la deformazione dei corpi e degli oggetti, lo stravolgimento del reale, l’accostamento inconsueto, reso in modo, spesso, allucinato e allucinatorio. Guardate le immagini: la natura morta convive con l’ordigno mortale, le rose con le erbe velenose, il robotico con l’erotico, l’Armageddon con il domestico. La luna è caustica. “Atrabiliare”, che compare sotto un acquerello in mostra, è aggettivo che si addice all’artista, se coniugato con “grottesco”. L’Eden è assente dal suo mondo poetico, è solo un’eco dell’infanzia paesana; ma presente costantemente è la bellezza formale, esasperata e stravolta dall’angoscia e dall’ironia.
Vis primigenia
In questa esposizione l’estro ferrariano si scatena manifestandosi in colori accesi – blu, giallo, rosso – dentro immagini visionarie che fanno scontrare il naturale con l’artificiale, secondo un antico stilema coniugato dall’artista fin dalle origini del suo percorso. Il che conferma ciò che dicevo in principio: la fedeltà alla vocazione. La sua fedeltà scaturisce da una vis primigenia, che spinge Renzo a esprimersi con una forza che potremmo chiamare necessità. È il tipo di necessità invocata da uno dei grandi poeti del Novecento. Chiedeva Rainer Maria Rilke al giovane cadetto, aspirante poeta, che si era rivolto a lui per dei consigli: puoi stare senza scrivere? Muori, se non scrivi? Credo che per Renzo dipingere, prima che un esercizio di stile, sia una necessità vitale. È per questa ragione che ogni volta la sua pittura ci tocca nel profondo. E lascia un segno dentro di noi.
CULTURE E SOCIETÀ
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2026-03-14T07:00:00.0000000Z
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