Gardi Hutter e l’arte di cambiare rotta sul palco
Dopo Lugano e Verscio, arriva al Sociale a Bellinzona. ‘Ho fatto 9 spettacoli con la Giovanna, e ora c’è questa nuova larva che sta per spiegare le sue ali’
di Valentina Grignoli
Incontro con l’icona del teatro fisico comico prima della prossima tappa del suo GardiZero. ‘Ho lasciato il mio personaggio Giovanna, la mia sicurezza. E ho voluto portare in scena la nascita’.
È un giorno di neve, quello in cui incontro Gardi Hutter. Il mondo è bianco e fermo, si riposa. E come ogni volta tutto questo bianco a me fa venire in mente una gomma che ripulisce, che prepara un bel foglio bianco, nuovo. Un respiro, una parentesi, una pausa necessaria prima della prossima spinta. Così, sospesa tra una tournée internazionale (Germania, Francia, Svizzera tedesca) e gli spettacoli nella Svizzera italiana, in questi giorni di calma, Gardi mi racconta proprio di quella cosa lì, la rinascita, continua e necessaria, in un mestiere come quello d’artista.
La conosciamo Gardi Hutter, con la sua alter ego Giovanna (o Hanna), la clownessa. La conosciamo bene a queste latitudini da dove è partita per fare il giro del mondo con i suoi spettacoli. Era il 1981 quando ha iniziato a Milano, e si è impressa nell’immaginario di grandi e bambini, tanto da diventare un’icona del teatro fisico comico. Nei suoi spettacoli di solo, in cui metteva in scena grandi e piccoli eroi alle prese con la conquista della propria irraggiungibile felicità, esprimeva attraverso il gesto del corpo quello che in molti tentavano di raccontare a parole: il disincanto e la vitalità, la poetica dell’umanissima esistenza. La primavera scorsa, dopo 44 anni di successi, aveva annunciato con un ultimo tour di classici (‘La sarta’, ‘La suggeritrice’, ‘Giovanna d’ArpPo’ e ‘Il topo’) di voler cambiare rotta, creare qualcosa di nuovo.
E così è stato, da qualche mese è in scena con GardiZero, titolo emblematico che racconta una ripartenza da dove, in fondo, tutto nasce: un corpo in scena. Solo. Che racconta anche la nascita come atto creativo. Da Stuttgart a Parigi e poi a Zugo, ed ecco che dal Lac di Lugano, che la co-produce, passando da Verscio (entrambe le date passate lo scorso fine settimana) arriverà a Bellinzona, il prossimo 11 febbraio.
E con un viaggio così, la domanda è d’obbligo. Gardi, come stai?
Stanchissima! Ma sto bene! Una Prima è una cosa terribile, creare uno spettacolo è una cosa inumana! È come scalare l’Everest.
Detto da te…
È facile avere qualche idea, di cinque minuti, ma poi per riempire un’ora di spettacolo bisogna scavare, passare per mille dubbi e altrettante sofferenze. Le idee non sono sempre lì, a portata di mano! Lo sai anche te, il processo creativo è la cosa più bella che c’è, ma è anche la più difficile. Sempre. Questa volta per me in più c’era un bel rischio, perché ho lasciato il mio personaggio, la mia Giovanna, la mia sicurezza. L’ho liberato di peso.
Altro che liberare di peso, tu riparti da Zero, con il tuo spettacolo.
Ho fatto un digiuno! Fino adesso mi ero divertita molto con delle scenografie sofisticate: una sartoria, una lavanderia, il mondo sotto palco della suggeritrice, la trappola per topi… Queste scenografie suggerivano un universo, situavo così il personaggio. Io però voglio viaggiare con il treno! Liberarmi dei bagagli in eccesso. E come pezzo ‘maturo’, chiamiamolo così, liberarmi di questo peso, creare un palco vuoto, una sfida, un gioco. Un gioco non più concreto, ma stare nel nulla. È questa la sfida, sono capace di fare una serata con niente? Solo con la fantasia e il gioco? In tante lingue si dice giocare, in italiano recitare. Ma mentre giocare è essere immerso come un bambino in un altro mondo, recitare è tutta un’altra dinamica. Io qui gioco, vario la realtà con altre possibilità.
Uno spettacolo in cui tu giochi da sola, senza scenografia quindi, di cosa parla?
Di come nascono le cose. Ci sono continue trasformazioni, qualcosa che finisce e qualcosa che inizia. E poi, io volevo parlare proprio della nascita! Se fossero gli uomini a partorire, la nascita sarebbe al centro dell’arte e invece non se ne parla mai! È l’atto più centrale della nostra vita, tutti ci passiamo, eppure quasi non esiste nell’arte (ho trovato solo due o tre quadri, uno di Miriam Cahn per esempio). Non voglio vedere un parto vero sul palco, ma almeno immaginarselo in chiave artistica, che cos’è il parto? Nei miei ultimi nove spettacoli (comici ndr) parlavo della morte. Finivano tutti con la morte, perché è il nostro destino finale, passiamo di là. E invece adesso… volevo la nascita.
Cosa cambia in questo spettacolo rispetto ai precedenti?
Il dramma di una suggeritrice che rimane abbandonata in un teatro, commuove tutti. Qui invece non è più così spettacolare! Con la nascita manca quel dramma, questa era la difficoltà. Il teatro comico vive della catastrofe. E questo aspetto, fino a un’ora prima della Prima, è stato il mio grande problema. Come commuovere e attirare l’attenzione del pubblico in assenza di un dramma grande?
Ci sei riuscita?
In Germania e Svizzera tedesca sì, ora vediamo se riesco anche in Ticino. È sempre un dialogo: io inizio e sono in dialogo con il pubblico, che fa la metà dello spettacolo!
Ma perché il dramma è così necessario?
Perché come clown faccio commuovere, più che ridere. Sono tanto sfortunata, faccio tenerezza al pubblico. Rappresento il dramma esistenziale che abbiamo tutti, siamo mortali. Il teatro lo facciamo anche per risolvere i nostri problemi. Noi cerchiamo di risolvere quello che viviamo, ma in modo artistico, sono i nostri drammi che elaboriamo. E oggi, in questo spettacolo, parliamo di drammoletti, più piccolini.
Perché hai sentito il bisogno di ripartire, rinascere?
Durante il Covid ho vissuto un anno in casa, me lo sono goduta ma dopo, volevo ripartire! A me piace questo lavoro, non c’è nessuna ragione per smetterla, è troppo bello! E nell’arte devi rinnovarti continuamente, non posso ripetere me stessa. Ho fatto nove spettacoli con la Giovanna, e ora c’è questa nuova larva che sta per spiegare le sue ali. Sono curiosa come il pubblico di quel che ne uscirà. Ha dovuto rientrare nel bozzolo, per rinascere. Lasciare la testa, andare nell’inconscio a vedere cosa c’era. È fatto di tante piccole parti, è più contemporaneo, perché il modo di guardare è cambiato oggi. Una volta attorno al fuoco si ascoltavano le storie lunghe, oggi la comunicazione è più frammentata, e io reagisco a quello che vivo nella società.
Come ci si sente prima di una Prima?
Vado a rischio. Ogni nuova produzione è un rischio, puoi fallire, il teatro è una cosa viva, fragile. Non ho la certezza che andrà sempre bene, per questo anche faccio tante prove aperte prima con il pubblico, per capire come verrà recepito.
E il fatto di portarlo in casa?
Beh sì, sono un po’ tesa. A me piace farlo lontano, prima, vedere come va, tanto poi da lì vado via. È qui che poi la gente del pubblico mi tocca vederla tutti i giorni!
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