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‘Tato’, il prezzo di mentire per lavoro

Domani in onda per ‘Storie’ un documentario su Fausto Cattaneo: i racconti di chi l’ha conosciuto da vicino e il costo umano di una vita da agente sotto copertura

di Cristina Pinho

Per anni Fausto Cattaneo ha risposto a nomi che non erano il suo. Pierre Consoli, Pierfranco Bertoni, Franco Ferri. Identità costruite per infiltrarsi nei cartelli del narcotraffico, in un lavoro che non conosceva pause, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno. È da questa moltiplicazione di sé – concreta e quotidiana – e dalle fratture lasciate dalla sovrapposizione di più vite che prende forma ‘Tato’, documentario di Artur Schmidt in onda domenica 29 marzo su Rsi La1 per ‘Storie’. Commissario di polizia ticinese, tra gli anni Settanta e Novanta Fausto Cattaneo, detto Tato, era divenuto in Europa uno dei più efficaci agenti impegnati nella lotta al narcotraffico e al crimine organizzato. Entrato nel servizio antidroga di Locarno nel 1975, si è costruito una serie di false identità che lo hanno portato a infiltrare mafie e narcos e a collaborare anche con la Dea e la Cia. Le sue operazioni hanno condotto a sequestri di stupefacenti record in Ticino, inchieste internazionali e riconoscimenti pure negli Stati Uniti. Una traiettoria segnata da un’eccezionale ascesa e da un’altrettanto eccezionale e drammatica discesa che il film tenta di ricostruire.

Uno sguardo intimo

«Alle nostre latitudini era considerato un pioniere nelle operazioni sotto copertura – ripercorre il regista Artur Schmidt –. Ma quello che mi ha davvero colpito è che, nonostante il continuo cambiamento di personalità richiesto dal suo lavoro, aveva un’identità di base molto forte, quella di commissario di polizia con uno spiccato senso della giustizia. Più che parlare di narcotraffico, il film è un’esplorazione dell’identità in quanto fondamento di una persona e del modo in cui, quando essa viene intaccata come successo a Cattaneo, tutto precipita nel caos». Il dispositivo narrativo del documentario è basato sui ricordi di tre persone che lo hanno conosciuto molto bene – l’ex agente della Dea Sam Maele, l’ex ispettore di polizia romando Christian Hochstaettler e la moglie di Fausto, Isabel Cattaneo – che insieme a filmati d’epoca e alle testimonianze d’archivio dello stesso Cattaneo (venuto a mancare nel 2019) formano un intreccio di voci da cui emerge il ritratto di un uomo segnato dal peso delle sue stesse battaglie. «Ho cercato di attenermi ai racconti di coloro che gli sono stati più vicino per restituire uno sguardo intimo – afferma Schmidt, che non ha mai conosciuto di persona Cattaneo –. Talvolta si sfiora inevitabilmente la mitizzazione, perché per i suoi due colleghi il commissario ticinese era un idolo, ma ho selezionato soprattutto le parti che lo mantengono umano». Il regista ha voluto dare voce a questa versione degli eventi precisando che «non è detto che sia quella corretta. Alla fine stiamo parlando di persone che mentivano per mestiere e non posso sapere se sono bugiardi anche nella vita privata. Però le diverse storie combaciano e mi sembra tutto piuttosto credibile».

Schmidt si concentra in particolare sul costo umano di una vita sotto copertura. «Agli incontri con i boss del narcotraffico avevo paura, anche se non lo dimostravo – dichiarava lo stesso Cattaneo in un’intervista –. Dopo ogni operazione lunga mi scaricavo piangendo per ore». Il suo lavoro implicava una trasformazione continua, che finiva per erodere i confini tra persona e personaggio. Sempre Cattaneo: «Entrare nel giro della malavita a questi livelli è molto difficile, uscirne ancora di più. A rischio c’è la vita. Me lo sono chiesto più volte: chi sono io, un commissario o un criminale? Lo sdoppiamento è un gioco che brucia moltissime energie mentali, una cosa terribile, uno stress molto forte che ti schiaccia».

Il crollo della mappa mentale

Per rendere l’idea, esemplifica Schmidt, «a tutti è capitato di dover raccontare una menzogna o addolcire la realtà. È facile nel breve termine, ma nel lungo periodo anche solo ricordarsi la versione a cui ci si deve attenere è molto complesso. E se in gioco c’è la propria vita e quella dei propri familiari, la situazione genera ancora più sofferenza». Quella messa in atto dagli agenti sotto copertura è una trasformazione radicale, come confermano le parole di Hochstaettler nel film: «Ero a Madrid per un’infiltrazione e in un momento sicuro ho telefonato a mia moglie. Una volta tornato a casa mi ha detto che sapeva che ero io ma non mi riconosceva: né la voce né la dizione. In quel momento ero un altro». Dal canto suo Isabel Cattaneo testimonia l’impatto diretto delle attività del marito sulla propria esistenza: «In Brasile, mentre Fausto lavorava all’Operazione Mato Grosso, sono arrivati fino a me. Ho dovuto lasciare il lavoro da un giorno all’altro, abbandonare l’appartamento e andare nel posto più sicuro di Rio, le favelas».

È in quel periodo che la parabola professionale di Fausto Cattaneo si incrina. Accusato di aver criticato metodi interni e di aver architettato presunte manovre contro alcuni colleghi nonché di essere alcolizzato e incontrollabile, viene isolato, processato e infine allontanato dal servizio. Da risorsa preziosa diventa figura sospetta e indesiderata. «L’ha presa malissimo», evidenziano tutti. «È successo perché è stata intaccata la sua identità di fondo di commissario che a maggior ragione in un contesto di continui cambiamenti era il suo punto di riferimento – commenta Schmidt –. Cattaneo credeva profondamente in quello che faceva e d’un tratto tutta la mappa mentale che aveva del mondo è crollata e questo gli ha creato una sofferenza atroce». Le parole d’archivio di Cattaneo, che è entrato in una profonda depressione, mostrano la violenza di quel passaggio: «Ti alzi al mattino e non hai più niente. A più porte bussavo, più ne venivano chiuse. La solitudine si faceva sentire in maniera pesantissima». In un altro frangente diceva: «Ho vissuto due anni di terrore, solitudine, isolamento totale. Quello che mi ha disgustato è che nessuno ha cercato di difendermi». E le accuse arrivano fino a metterne in dubbio l’integrità: «Senza farlo esplicitamente, sembrava che qualcuno dicesse che ero diventato un trafficante o un riciclatore». Assolto anni dopo – il Tribunale penale federale di Bellinzona riconoscerà che ha agito al limite dell’illegalità ma senza commettere reati – in Fausto Cattaneo resta il segno di uno scontro con un sistema che per anni lo aveva protetto. Il documentario di Schmidt ricostruisce i tratti umani di un pioniere delle azioni sotto copertura e di un uomo che, dopo aver vissuto sotto molti nomi, ha cercato fino alla fine di difendere la reputazione del proprio.

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2026-03-28T07:00:00.0000000Z

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