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Maxi-truffa, al gestore inflitti 7 anni e 9 mesi di prigione

Inflitti sette anni e nove mesi di prigione al 55enne, che è stato riconosciuto colpevole di una serie di reati finanziari e sarà espulso dalla Svizzera

Di Alfonso Reggiani

Dopo tre giorni si è concluso con una pesante condanna il processo nei confronti di un 55enne, reo di malversazioni milionarie. L’uomo sarà espulso dalla Svizzera. La difesa presenterà appello.

«L’imputato ha innalzato una cortina fumogena di spiegazioni nebulose evocando giustificazioni tecniche, contabili ed economiche nella speranza che gli inquirenti abboccassero, come hanno abboccato i suoi clienti. Invece, le dichiarazioni rilasciate dalle vittime sono parse lineari, costanti e credibili, e trovano riscontri nei flussi di denaro e dai molteplici messaggi incrociati dai telefonini». Parole del giudice Amos Pagnamenta, presidente della Corte delle assise criminali di Lugano, durante la motivazione della sentenza nei confronti del 55enne italiano residente nei Grigioni che, in qualità di gestore patrimoniale e di commerciante di auto d’epoca, ha ingannato una ventina tra persone e società, procurando loro un danno economico di circa 20 milioni di franchi, mentre l’indebito profitto è stato stimato in circa 15 milioni. Una sentenza quantificata in sette anni e nove mesi di reclusione, più l’espulsione dalla Svizzera per dieci anni e la condanna a risarcire gli accusatori privati.

Pagnamenta: ‘Giustificazioni non credibili’

Il giudice e la corte (giudici a latere Luca Zorzi e Renata Loss Campana), più gli assessori giurati, non hanno avuto dubbi e hanno confermato l’impianto accusatorio confezionato dalla procuratrice pubblica Raffaella Rigamonti, assistita dal procuratore generale Andrea Pagani: «L’imputato disponeva a piacimento dei valori patrimoniali dei clienti, a loro insaputa, e ha accampato scuse di vario genere per ritardare la restituzione del loro denaro. Una ventina di vittime hanno riferito di medesimi comportamenti del 55enne e di circostanze simili – ha rilevato Pagnamenta –. Non sono stati investimenti andati male, come ha cercato di sostenere la difesa, ma si è trattato di somme di denaro distratte dallo scopo per cui erano state consegnate all’imputato, che ha gestito e amministrato facendo prevalere i suoi interessi personali». Non ha retto, agli occhi della corte, nemmeno la giustificazione relativa agli sbagli e alle dimenticanze dei clienti, che non hanno mentito per danneggiare il 55enne. Semmai, ha proseguito Pagnamenta, è stato l’imputato a mentire ripetutamente agli inquirenti. In questo procedimento indiziario la corte ha riconosciuto il danno economico arrecato dal gestore patrimoniale ai clienti, un danno che non può essere attribuito a errori o a un contabile. L’uomo, ha evidenziato il giudice, è stato sottoposto a 43 verbali – «un record» –, nei quali si è destreggiato cercando di mantenere (invano) una certa linearità tra le varie scuse invocate per motivare il classico schema Ponzi (buco tappa buco). Ma poi le versioni sono state cambiate. Il giudice ha citato una frase attribuita ad Abraham Lincoln: «Nessuno ha una memoria tanto buona da poter essere un perfetto bugiardo». Sono stati confermati sia l’atto d’accusa sia i reati di truffa (in parte tentata), ripetuta appropriazione indebita, amministrazione infedele qualificata, ripetuto riciclaggio di denaro, ripetuta falsità in documenti, ma anche frode fiscale, abuso delle targhe e contravvenzione alla Legge federale concernente i crediti Covid.

Simoni: ‘Lo si rimetta in libertà’

«I procuratori che mi hanno dipinto come un truffatore privo di scrupoli hanno dato una rappresentazione capovolta della realtà. Non ho collaborato con gli inquirenti perché non riconosco la maggior parte dei reati che mi sono stati rimproverati: non li ho commessi, pertanto non ho nulla da confessare. Come ho fatto prima dell’inchiesta e durante la carcerazione, desidero sistemare tutte le posizioni aperte. I problemi che ho avuto sono stati causati da vari fattori, come la crisi di alcuni fondi. Le cifre del danno economico di cui parla l’Accusa (una ventina di milioni di franchi, ndr) sono da ridimensionare: buona parte delle imputazioni di amministrazione infedele riguardano perdite per le quali c’era un accordo per il rimborso o che sono state rimborsate», sono queste le parole del 55enne al termine del processo, nel quale è accusato di aver ingannato circa una ventina di clienti per una cifra complessiva di circa 20 milioni di franchi, prima che la Corte delle assise criminali di Lugano si riunisse per decidere. In apertura di dibattimento l’avvocato David Simoni ha concluso la sua lunga arringa cominciata ieri, contestando la rilevanza penale di tutte le imputazioni contenute nell’atto d’accusa firmato dalla pp Raffaella Rigamonti. Il difensore ha chiesto invano alla Corte di rimettere in libertà il suo assistito, siccome non sussiste la prova che lui abbia commesso tutti i reati che gli sono stati prospettati. Nei confronti dell’imputato, che si trova in carcerazione preventiva dal 22 agosto del 2024 e in carcerazione di sicurezza dal 19 gennaio di quest’anno, Simoni ha richiesto una pena sospesa con la condizionale e di rinunciare all’espulsione dalla Svizzera.

Il difensore ha cercato invano di mettere in dubbio le tesi dell’accusa, secondo le quali il 55enne sarebbe responsabile di una lunga serie di malversazioni finanziarie che hanno una rilevanza penale. Il legale ha sottolineato che il suo assistito non ha commesso nessuna violazione dei doveri contrattuali, in alcuni casi non c’era nemmeno il contratto di gestione, per cui i clienti che erano coinvolti nelle operazioni avevano la possibilità di controllare l’andamento degli investimenti. Simoni ha detto che la colpa del 55enne, pertanto, è da considerarsi contenuta, visto che l’imputato non ha cercato di arricchirsi e che, anche durante la carcerazione preventiva, ha cercato di adoperarsi per risarcire. L’avvocato ha espresso l’intenzione di presentare la dichiarazione di appello contro la sentenza.

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