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Le volpi tra provincia, politica e generazioni

Una storia di corruzione e alleanze: Luca Ricci della Compagnia CapoTrave racconta lo spettacolo in scena questa sera al Foce di Lugano

Di Virginia Antoniucci

La politica, in ‘Le volpi’, non si presenta in giacca e fascia tricolore. Arriva in salotto. Si siede. Beve un caffè. Mangia un biscotto. È una domenica d’agosto, tutti sono già andati al mare e l’aria è ferma. Il momento esatto in cui si abbassano le difese, quello in cui, almeno in teoria, nulla di importante dovrebbe accadere. Ed è proprio per questo che accade. Questa storia, del resto, non funzionerebbe davanti a una scrivania nell’ufficio del sindaco.

«La possibilità che offre il dopo pranzo, quando non c’è rimasto più nessuno e tre persone si trovano insieme, permette una confidenzialità essenziale per questa dimensione noir», spiega Luca Ricci. Lo spettacolo, scritto da lui insieme a Lucia Franchi per la compagnia CapoTrave, arriva stasera al Teatro Foce di Lugano, dopo oltre novanta repliche che lo hanno portato in tutta Italia, da Nord a Sud.

Il sapore della corruzione

Il titolo promette furbizia, d’altronde la volpe è un animale che iconograficamente si è costruito la sua fama e non ha mai smesso di mantenerla. La volpe è «un animale che si è saputo molto adattare», capace di sfruttare ogni tipo di risorsa e ambiente, anche quelli antropizzati. «Lo spettacolo parla di un meccanismo corruttivo che si aziona», continua Ricci, «e le volpi sono una metafora immediata di questa capacità furba di gestire un disagio e uscirne fuori».

Il lavoro ha tre temi centrali: la provincia, la politica e le generazioni che spesso non si trovano a supportarsi l’una con l’altra. «Però tutti questi temi si possono riassumere in una sola parola, che non viene mai detta nello spettacolo ma è sempre sottintesa che è, per l’appunto, “corruzione”». Non quella dei titoli a nove colonne, ma quella che si giustifica da sola, che si racconta come necessaria, persino morale.

«Non si tratta di un caso di enorme corruzione», precisa il regista, «ma di una piccolissima storia quasi emblematica per la sua piccolezza». Intorno a un vassoio di biscotti vegani – «centralissimi in questa storia» – si costruisce un sistema di alleanze, scambi, accomodamenti. «Il gioco della scrittura è scivolare dentro questo meccanismo in modo tale che neanche lo spettatore lo percepisca come tale». Finché, a un certo punto, qualcosa scricchiola. E lo scricchiolio non viene dal palco, ma dalla platea. «La domanda per lo spettatore è: cosa farei io in quella situazione?».

La provincia italiana

La provincia è il teatro ideale per questa dinamica. «La provincia ti permette una certa consuetudine: un incontrarsi al bar, un sapere tutti chi è il sindaco e poterci parlare». Per Ricci, non è un limite ma un vantaggio drammaturgico. Non perché in provincia accadano cose che in città non succedono, quanto perché «alle volte determinati meccanismi lì sono osservati con la lente di ingrandimento. In questo senso, la provincia fa la funzione che fa il teatro, cioè di osservare il particolare per avere una visione universale o generale delle cose». Molte battute arrivano da esperienze reali, soprattutto da quel purgatorio fatto di riunioni, incontri, relazioni con assessori e dirigenti. «Il lavoro mio e di Lucia senza volerlo ritorna spesso alla provincia, ma non credo che sia solo perché ci siamo nati, ma credo che sia anche perché ci continuiamo a lavorare. In questo spettacolo ci sono frasi e situazioni che derivano da fatti reali e poi sono stati rielaborati, reinventati, rimasticati. Alle volte noi scriviamo quasi per liberarci di alcuni di questi incontri», dice. E aggiunge: «La nostra scrittura è anche un po’ un modo per esorcizzare».

Una zona grigia

In ‘Le volpi’ non c’è un antagonista fisso perché il conflitto non si lascia mai inchiodare da una parte sola. «Il gioco scenico è lo scomporsi e ricomporsi delle alleanze». Ricci rifiuta l’idea dei buoni e dei cattivi, che considera una scorciatoia rassicurante. «Non è uno spettacolo che cerca la via facile perché fa anche una serie di riflessioni sul qualunquismo del nostro tempo che ci porta a determinate polarizzazioni», riflette. La politica, per lui, è altrove: «È mediazione, è ricerca del compromesso, è darsi la possibilità di ascoltare l’altro e, nelle parole dell’altro, generare una modificazione su sé stessi». Un’idea che oggi suona quasi anacronistica, se non sospetta. «Il nostro tempo tende a trovare i bianchi e i neri, i colpevoli e i salvati. E invece in questo spettacolo la dimensione che si esplora di più è la dimensione del grigio». È proprio in questo grigio che lo spettacolo trova la sua natura politica e si inserisce in modo organico nel percorso della compagnia CapoTrave. “Lo vedo molto vicino alla nostra indagine generale che stiamo provando a fare intorno a un teatro di parole e di situazioni. Portiamo avanti un certo tipo di estetica della scena, con battute brevi e testi molto ritmati in cui spesso anche cambiare una parola non funziona», spiega Ricci.

«C’è un disegno, sia nell’estetica, sia nel tipo di scrittura, sia nei temi, con quello che lo ha preceduto e con quello che lo seguirà».

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2026-01-21T08:00:00.0000000Z

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